L’associazione “Patoué eun Mezeucca” si presenta con un concerto al Teatro Splendor di Aosta

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foto 2-1Se in Valle d’Aosta la canzone in “lenva” (lingua) franco-provenzale sta avendo un nuovo, poderoso, impulso molto lo si deve all’entusiamo del trentatreenne cantautore Philippe Milleret. Era stato lui lo scorso anno ad ideare una sezione Patoué eun Mezeuccaall’interno del Festival des peuples minoritaires, ed è sempre lui che, quest’anno, ha voluto la nascita dell’associazione culturale “Patoué eun Mezeucca” che riunisce gli artisti che fanno musica popolare in patois.

A battezzarla è stata l’evento omonimo che la sera del 1° dicembre ha visto sfilare sul palco del Teatro Splendor di Aosta sette dei suoi otto soci (mancavano i “Vin Brulé” perchè il bassista Michael Subet è impegnato in un tour irlandese coi Sidh).

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4009«L’associazione è un’iniziativa corale che nasce dalla sinergia patoisanta tra tutti noi.- ha spiegato Milleret- E’ aperta a tutti quelli che vogliono far conoscere e valorizzare la musica etnico popolare in lingua franco-provenzale. “Lenva” che, come si è visto, si può adattare a qualsiasi tipo di musica: dal canto popolare al blues, dal rock allo ska. Tutto è nato da me, probabilmente, perché sono l’ultimo arrivato, quello con più entusiasmo e tanta voglia di suonare con chi in patois cantava già quando non ero nato

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4013Uno di questi è sicuramente il sessantacinquenne Luigi Fosson, in arte Luis de Jyaryot, che con la sua Noëla Tradixon (La nuova Tradizione)” alla fine degli anni Settanta rivoluzionò la canzone popolare valdostana, parlando di temi d’attualità in lingua arpitana. E’ stato proprio lui ad aprire la serata in compagnia dei veterani Claudio Mantovani (piano) e Marco Lavit (chitarra). Un gruppo che Luis ha, scherzosamente, soprannominato “La troisième âge”, echeggiando, in versione vintage, L’Orage, la più famosa band valdostana. Tutt’altro che superati sono, invece, apparsi canti storici come “Dor meinà”, “Jozefine” e, soprattutto, “30 an d’otonomie” in cui ha saputo magistralmente distillare l’essenza dell’animo valdostano, con le sue luci e le sue ombre.

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4011E’ seguita, intrecciandosi a Luis, la cantautrice Maura Susanna con brani suoi (“Fouà ou veladzo” e “Lo ten”), di Mantovani (“Lo conto de Gran-a”) e di Magui Betemps (“La reserva”). Maguì, morta nel 2005, costituisce con De Jarryot ed Enrico Thiebat la “trimurti” che ha fatto grande la canzone in patois valdostana, grazie a canzoni in cui musiche orecchiabili si accompagnavano a testi in cui l’ironia si intrecciava all’impegno sociale. Un altro esempio è la sua “La feumaletta”, canzone femminista ante-litteram, che nell’occasione, è stata interpretata dai Trouveur Valdoten, gruppo che fa capo alla famiglia Boniface, che, per il resto, ha interpretato alcuni brani del suo repertorio tradizionale delle Alpi Occidentali.

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4020Casualmente, così, la scaletta del concerto ha seguito cronologicamente la parabola della canzone patoisante in Valle, che, dopo gli inizi più socialmente attenti, si è fatta con gli anni sempre più disimpegnata e festosa.

C’è chi ha scelto di recuperare i canti tradizionali di un determinato periodo, come i Laripionpion formati da Andrea Failla, Daniela Gavinelli, Isseddin Edy Letey, Cesare Marguerettaz ed Alexander Noussan.

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4007E c’è chi, come Milleret ha cercato di coniugarlo con un allegro country- rock- blues in patois, reso nell’occasione con un supergruppo formato da Patrick Faccini (batteria), Florian Bua (batteria), Ivan Colosimo (tastiere), Salvatore Presta (fisarmonica) e Rhemy Boniface (violino). Il tutto con testi in cui Milleret descrive le tappe che cadenzavano la vita del campagnar valdostano (“L’istouère di campagnar é le tèn de sa viya”) o, comunque, quelle di un ragazzo valdostano d’oggi legato alle tradizioni (“Lo peugeot”, Lo Papagran”, “Lo demars” e “Valdotén blues”).

Dopo una breve apparizione di Yvette Buillet, giovane cantautrice di Introd che si ricollega alla tradizione più impegnata, il finale è stato tutto di Erik Bionaz, fisarmonicista e cantante che ha snocciolato alcuni classici popolari come Lo poudzo valdotèn, Comboè e la Desarpa. Gran finale “tcheut eunsémblo le-z-amì de Patouè eun Mezeucca” che ha coinvolto il folto pubblico che affollava lo Splendor.

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L’illogica allegria della FOIRE DE SAINT-OURS 2013

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1 foire (by Gaetano Lo Presti) IMG_1494Lo so del mondo e anche del resto, 
lo so che tutto va in rovina…
ma di mattina, quando la gente dorme 
col suo normale malumore,
 può bastare un niente,
forse un piccolo bagliore,
 un’aria già vissuta, un paesaggio, che ne so…



1 Tango (by Gaetano Lo presti) IMG_1488E sto bene…
sto bene come uno che si sogna…
non lo so se mi conviene 
ma sto bene, che vergogna…
Io sto bene…
proprio ora, proprio qui…
non è mica colpa mia se mi capita così…



E’ come un’illogica allegria
 di cui non so il motivo, non so che cosa sia…
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
 di vivere il presente…



Io sto bene…
na na na na na na na
 questa illogica allegria
 proprio ora, proprio qui… (GIORGIO GABER)

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C’ERA UNA VOLTA (18) A 20 anni dalla morte THIEBAT E’ ANCORA VIVO

1 THIEBAT_FBThiebat-Paillex 1157471_589657186_nL’amore è memoria. Uno dei modi per amare una persona è, infatti, ricordarla. A giudicare, quindi, dalla straordinaria quantità (e qualità) di gente che il 16 dicembre 2012 è accorsa per ricordarlo all’Espace Populaire di Aosta, Enrico Thiebat, a 20 anni dalla morte, è ancora amatissimo.

1 Tulipe (by Gaetano Lo Presti)  IMG_0990Ma amore è, anche, condivisione. Condividere, in questo caso. il ricordo di chi ha lasciato un segno con chi non l’ha mai conosciuto. Ho, quindi, organizzato la serata soprattutto per spiegare chi fosse ai tanti giovani che, ogni volta che ne parlavo, mi chiedevano: “Thiebat chi?”, per, poi, rimanerne affascinati. Ecco il perchè del titolo della serata, «Thiebat chi ?», ed ecco il perchè della presenza di tanti protagonisti che non erano nati o erano dei bambini quando Thiebat è morto.

1 Maura FB IMG_0981Sono, infatti, passati venti anni da quel 14 dicembre 1992 quando morì, a 43 anni, sulla statale 26, uscendo di strada, con una Uno bianca, all’altezza di Champagne di Verrayes. Alle 7 de la tarde, mentre tornava a casa da un lavoro, finì come era vissuto: « sottosopra». E i simbolismi della sua morte non finiscono qui: morto « sottosopra », uscendo « fuori strada », «ai margini » della SS 26, « dimenticato » dalla società (perché, anche se morì sul colpo, i soccorsi arrivarono dopo due interminabili ore).

1 Frison FB  IMG_0975In quell’occasione Enrico Martinet scrisse su « La Stampa » un bellissimo articolo. «Enrico oggi esce in scena per sempre e si infila nel sogno di una generazione», scrisse. Aggiungendo : «Enrico perso in un sogno. Quello di un’utopia sempre inseguita, quello di una vita ai margini, quello di tutti gli idealisti usciti da un ’68 che non hanno mai voluto dimenticare. Perso in un sogno, perchè per gli amici la morte di Enrico Thiebat sarà presto rimossa dalla memoria. Non potrebbe essere altrimenti, ricordarla sarebbe annunciare la propria: di chi ha creduto in quel miraggio, in una società che non esiste, che si può vivere solo con la fantasia.» 

1 Gramsci FB b IMG_0972Mi piacciono i sogni e mi piacciono le cose difficili, e la serata del 16 dicembre è stata un pò tutti e due. Non è stato, infatti, facile smuovere l’inerzia che circondava la figura di Enrico Thiebat, perchè la “profezia” di Martinet in molti casi si è avverata, e molti amici hanno rimosso la sua morte perchè era scomoda perfino la sua memoria. Se, poi, lo era per gli amici, figuriamoci per gli altri. Ecco, quindi, alcune polemiche su Facebook che, nei giorni precedenti l’evento, hanno bollato il progetto come una « mitizzazione acritica» di un « un Borghese dalla vita facile, spaccapalle e anarchico-rigolo». O del silenzio o minimizzazione che alcuni mass media gli (e mi) hanno, inevitabilmente, riservato sia prima che dopo.

1 Iubal FB (by Gaetano Lo Presti) IMG_0984Per strapparlo a questo “sonno della memoria” non si poteva essere didascalici, pignoli, precisini (per cui ci sono, indubbiamente, stati errori, mancanze, dimenticanze), ma c’era bisogno della forza prepotente di un’emozione. Ed emozione è stata. Innescata dalle parole di un breve video, realizzato in collaborazione con Alessandro ed Andrea Di Renzo, in cui, all’inizio della serata, si è rivisto Thiebat in filmati concessi dalla sede Rai VdA e si sono ascoltate testimonianze di amici (Bobo Pernettaz, Alberto Faccini, Andrea « Frank » Degani, Maria Pia Simonetti, Enrico Martinet, Roberto Contardo, Barbara Tutino, Franco Grobberio).

1 Yvette FB bis IMG_0978Ma l’emozione è venuta, soprattutto, dalla tanta sua musica, suonata e cantata nell’occasione da quanto di meglio la Valle abbia espresso negli ultimi anni (con Alberto Faccini, antico sodale di Thiebat, a fare da prezzemolino e collante).

Si è, infatti, passati da TULIPE TRAPANI (“Une île”) a YVETTE BUILLET e GIORGIO PILON (“Blanche Biche” e “Le Deserteur”), dai TROUVEUR VALDOTEN (“La jambe me fait mal” e “La Princesse et le marriage”) a MAURA SUSANNA e ANDREA DUGROS (“A Cormajor”, “Il maialino” e “J’ai un amour”), da ALBERTO VISCONTI e STEFANO FRISON (“L’acqua”, “Mi è salita una mosca in macchina” e “Monsieur Thiebat”) a IUBAL KOLLETTIVO MUSICALE (“Queun casinò” e “C’ho la donna che mi mena”) e GRUPPO GRAMSCI (“Addio Lugano bella”, “Albergo a ore”, “Bella ciao” versione jazz).

1 Trouveur(by Gaetano Lo Presti)  IMG_1023Musicisti, in particolare questi ultimi, che hanno portanto avanti negli anni la canzone di impegno sociale in Valle. Un pò come, con le sue provocazioni, faceva Enrico, convinto che, come cantava Robert Charlebois, «si les chanteurs se mettent à penser, le public sera obligé de réfléchir».

1 Con Pino America e Sergio Milani IMG_1006La serata si è, infine, proiettata nel futuro con la proposta di Roberto Contardo (che, con Beppe Barbera e Roberto Biazzetti ha, dopo 30 anni, riformato il «Gruppo Gramsci ») di intitolare il nuovo auditorium di Aosta ad Enrico Thiebat. Ma, anche,con «Monsieur Thiebat», la canzone da me scritta per l’occasione con Alberto Visconti e con il video ripreso dalla troupe di Gian Luca Rossi per un futuro programma RaiVdA.

Gran finale con tutti sul palco a interpretare « C’ho una donna che mi mena » con l’intervento speciale di Pino America, personaggio fuori dalle righe della società valdostana, e, quindi, perfetto per ricordare Enrico con un rap politicamente scorretto culminato con l’urlo «Thiebat è ancora vivo».

Il folk orchestrale di “TradAlp” chiude, ad Aosta, la Fiera di Sant’Orso

Dal 1992 il concerto che il 31 gennaio conclude la Foire de Saint-Ours è organizzato dai “Trouveur Valdoten”, storico gruppo valdostano di musica tradizionale. Si spiega, così, il titolo, Veunt’an“, dello spettacolo che il 31 gennaio 2011 si è tenuto al cinema Giacosa di Aosta, con protagonisti La Kinkerne e l’orchestra folk TradAlp“. Quest’ultima raccoglie il testimone di precedenti formazioni che raggruppavano musicisti provenienti da varie parti dell’arco alpino, che, negli anni, hanno calcato il palco del Giacosa: dai Musikalpina a Le Grand Orchestre des Alpes, che festeggiò il 2000 con più di sessanta musicisti di cinque nazioni diretti da Christian Thoma. E’ stato sempre il compositore ed oboista vadostano a dirigere TradAlp, ensemble nato nel 2008 che riunisce 23 musicisti, provenienti dalle Alpi di Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Canton Ticino. Tutti professionisti, accomunati dalla bravura nell’uso degli strumenti tipici della musica tradizionale europea e dal desiderio di aprire nuovi scenari “a cavallo tra antico e moderno, fra tradizione e innovazione”. «Rispetto all’altra esperienza- ha spiegato Thoma- non suoneremo semplici arrangiamenti di brani tradizionali, ma vere e proprie composizioni in cui ho sviluppato i pezzi con sezioni in cui esce fuori la musica classica e altre che hanno un sound jazzistico per l’uso dell’improvvisazione da parte di strumentisti che, ricordiamolo, sono sempre più evoluti. Si tratta di un’evoluzione della tradizione, come indica il nome di un gruppo francese, “MusTraDem”, che è l’acronimo delle parole “musica tradizionale di domani”.» Il progetto si è concretizzato in un concerto d’ascolto di grande impatto, per l’energia sonora, e suggestione, per la varietà timbrica e la particolare rilettura che, pur raffinatamente colta, è riuscita a ricreare l’emozione primigenia da cui i brani sono nati. Un’importante apporto all’ensemble viene dalla Valle d’Aosta, visto che, oltre a Thoma, dell’ensemble fanno parte Mathieu Aymonod (ocarina e piffero) e l’intera famiglia Boniface di Aymavilles: Remy (violino), Vincent (clarinetto, sax soprano e cornamusa), Sandro (fisarmonica e organetto, nell’occasione assente per malattia) e Lilliana Bertolo (voce). «I brani in repertorio- ha concluso Thoma- provengono dalle zone di cui sono originari i musicisti dell’orchestra. Tra questi c’è la “Monferrine de l’aurore”, un pezzo tradizionale valdostano che è nel repertorio dei “Trouveur”. Per ogni strumento ho preparato partiture scritte che richiedono giorni di prove nella nostra sede di “Maison Musique” a Rivoli. Questo ci distingue da altre orchestre folk italiane e ci accomuna alla rete europea del progetto europeo “ENFO” (European Network of Folk Orchestras), promosso dal comune di Vigo, in collaborazione con l’orchestra spagnola “Sondeseu” e la Sibelius Accademy di Helsinki. Grazie a questa rete a fine agosto andremo a suonare in Finlandia.»


La musica alla Fiera di Sant’Orso di Aosta

La Foire de Saint-Ours di Aosta, la più importante ed affollata manifestazione turistica della regione (giunta quest’anno alla 1011esima edizione), è anche musica. Istituzionalizzata, come per i gruppi di musica tradizionale che si esibiscono lungo il suo percorso nel centro della città o nei concerti inaugurale del 29 gennaio (a Sant’Orso) e finale del 31 (lo spettacolo organizzato dai Trouveur Valdoten al Giacosa). Ma anche musica spontanea, improvvisata, che sale dalle cantine, durante la Veillà del 30, o coglie, inaspettata, nelle piazze e per strada. Bastano una fisarmonica, una chitarra, un violino, delle voci e l’antica magia si ripete.


Nel film NOI CREDEVAMO due garibaldini “per fiction” di Aymavilles

Curioso come nei Mille di Garibaldi che fecero l’Italia non ci fossero valdostani. Eppure l’82% proveniva dall’Italia settentrionale, e quasi duecento erano sudditi del regno Sabaudo di cui la Valle faceva parte. Un parziale e tardivo rimedio arriva, dopo 150 anni, grazie a due garibaldini “per fiction” di Aymavilles. Trattasi dei fratelli Remy e Vincent Boniface, noti membri dei “Trouveur Valdotèn”, che hanno interpretato due camicie rosse nel film “Noi credevamo” di Mario Martone che sarà nelle sale italiane il 12 novembre con un cast che comprende Luigi Lo Cascio, Francesca Inaudi, Toni Servillo (nel ruolo di Mazzini) e Luca Zingaretti (nel ruolo di Crispi). Presentato lo scorso 8 settembre al Festival del cinema di Venezia, il film è stato salutato da sette minuti di applausi ma anche da polemiche per una certa “freddezza” del racconto che poco concede allo spettacolo e che, più che gli entusiasmi, evidenzia le delusioni dei patrioti per le repressioni indiscriminate che seguirono l’Unità e le incomprensioni fra “nuovi” italiani. Diffidenza che si respira anche nella scena che fa da trailer al film, presente su YouTube, in cui i Boniface, schierati con un centinaio di garibaldini sulla costa siciliana, accolgono dei rinforzi che arrivano in barca dalla costa calabrese. «In realtà abbiamo girato nel Cilento, su una spiaggia magnifica in provincia di Salerno.- spiega Vincent Boniface- Interpretavamo due garibaldini che sapevano suonare, per cui la sera, intorno ad un fuoco sulla spiaggia, abbiamo allietato la compagnia intonando canti garibaldini e anticlericali. E’ tra l’altro l’unico momento del film in cui si intravede Garibaldi a cavallo in mezzo alle fiaccole, in una scena che è stata ripresa nella locandina del film.» Tra i canti che vi si ascoltano c’è quello che recita “a Roma a Roma ci sta un papa che di nome fa Pio Nono. Lo butteremo giù dal trono, dei papa in Roma non ne vogliamo più”. «Li avevamo imparati ascoltando dei files ricevuti per posta dalla produzione.- continua Boniface- E’ stata dura insegnarli a 150 comparse sulla spiaggia sotto un sole cocente e 40 gradi di temperatura, visto che le riprese sono avvenute nel luglio 2009.» I Boniface sono stati coinvolti grazie alla segnalazione dell’organettista Ambrogio Sparagna. «Eravamo appena stati suoi ospiti nel concerto del 1° maggio che organizza tutti gli anni al Parco della Musica di Roma. E’ stato in quell’occasione che gli è venuto in mente che un suo amico cercava due fratelli musicisti per interpretare questa scena.» Oltre che per l’indubbia bravura musicale, la scelta è caduta sui Boniface per le loro fisionomie d’antan, dimostratesi già perfette nella Parigi di Rimbaud del 1871 in cui il regista Andrea Tomaselli aveva ambientato il video del brano “Come una festa” de “L’Orage”, gruppo del quale i due condividono la leadership con Alberto Visconti.


LA VALLE IN RIMA canta “IO RESISTO”

A parlare di “Nuova Resistenza” fu proprio il “Presidente partigiano” Sandro Pertini. “Per difendere le posizioni che noi abbiamo conquistato- disse- oggi ci vogliono due qualità: l’onestà e il coraggio. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!”. Belle parole, rivolte a giovani che la realtà ha, in seguito, sempre più disilluso e demotivato. Non tutti, però. C’è chi continua a “resistere” ad un mondo sempre più spersonalizzante ed “espropriato”, denunciando le cose che, dal suo punto di vista, non vanno attraverso il web e, musicalmente, il rap. Anche in Valle. «Il rap è spietatamente sincero- spiega, infatti, l’aostano Andrea “Sago” Di Renzo- Quello che pensi lo dici. Il suo spirito è urlare le cose che nessuno vuole sentirsi dire.» L’ultimo esempio è il brano “Io resisto”, appositamente scritto da Sago con i fratelli Fabio e Olivier Comai e Remy e Vincent Boniface per lo spettacolo dei “Trouveur Valdotèn” «Résistence 2010- Mémoire actuelle», rappresentato il 22 aprile alla Cittadella di Aosta e e 23  all’Auditorium di Aymavilles nell’ambito della «Settimana della Resistenza» organizzata dall’assessorato regionale alla Cultura. “Resistere a cosa, non ci sono mica i nazi /no, ma lentamente ci tolgono gli spazi”, rappano, infatti, Sago e Fabio riferendosi alla realtà locale dove, a fronte della fine di esperienze giovanili autogestite e decentrate come “La Valle in rima” (“sará che abbiam tirato troppo la corda”), c’è stato l’accentramento in spazi rigidamente controllati (“se dico Cittadella qualcuno mi capisce/ come Cinderella a mezzanotte si finisce”). Il problema, però, è, più in generale, di una società che tende a cancellare “il presente, il passato e anche la storia”, imponendo grazie alla TV una “vita tipo fast food”. La soluzione è collettiva: “se resisto allora sono un partigiano/ basterebbe dire tutti insieme: noi resistiamo”. Di “Io resisto” di “La Valle in rima” Alessandro Di Renzo ha realizzato e caricato su YouTube un video.

IO RESISTO

(Sago) Io resisto qui c’è qualcosa di sbagliato /Qualcuno vorrebbe cancellare il passato/Fare piazza pulita averla vinta /E poi prendere il controllo della nostra vita/Musica trita partita alla tele/ E noi seduti sul divano a far le ragnatele/Io resisto studio piú lingue di Babele/ Voglio viaggiare spiegare le vele/Non credo alla storia dello straniero cattivo/ Meglio Pont st. Martin o Ponte San Martino/Parla con tua nonna conserva la memoria/ Diffida di chi ti da la pappa pronta/La vita che vivo tipo fast food/ Butta giú e non pensarci su/Ma dimmi di sto passo cosa resta dimmi cosa/ Ci tolgono il presente il futuro e anche la storia/

Rit. Davanti agli occhi quanto per desistere / Ma dentro il cuore troppo per resistere/ Ancora voglio insistere/ Ancora ancora

(Sago) Se dico quel che vedo sono troppo politico/ Dovrei far finta di niente e tornare ad esser tímido/Se resisto allora sono un partigiano/ Basterebbe dire tutti insieme noi resistiamo/Resistere a cosa non ci sono mica i nazi/ No ma lentamente ci tolgono gli spazi/ Se dico Valle in Rima qualcuno si ricorda/ Sará che abbiam tirato troppo la corda/Se dico cittadella qualcuno mi capisceCome cinderella a mezzanotte si finisce/Tanto noi siamo distratti noi siamo sempre on line/ Oh baby bye baby bye baby bye bye bye/ Saluta questa vita te la sfilano da sotto il naso/ Apprezzo la mia libertá da quando sono evaso/È la mia libertá ma non me ne faccio niente/ Se non posso condividerla col resto della gente 

Rit. Davanti agli occhi quanto per desistere / Ma dentro il cuore troppo per resistere/ Ancora voglio insistere/ Ancora ancora 

(Fabio Comai) La libertá forzata è dittatura / E a me mi suona tanto di fregatura / Cos’hai dentro al cervello la segatura / Non essere famosi è da paura/ Vestire tutti uguali è da sfigati / Non tutti gli stranieri sono criminali /E poi non tutti i criminali vanno in giro armati /Il mondo non finisce dove finiscono i canali / Lo dice la tivú non è una garanzia/ La fissa dei vaccini è la malattia / Non puoi cambiare il mondo é una bugia /Io penso che sto mondo è anche casa mia /Non trovo religione neanche in Vaticano /Se so di aver ragione io non parlo piano / Se dio mi da la vita io la prendo in mano/ Pensarla a questo modo è partigiano

La sorprendente musica di “Abnormal”, il secondo Cd degli ABNOBA

Non è un caso che gli “Abnoba” abbiano preso il nome da una dea celtica che proteggeva le fonti. Il gruppo, nato nel 2004, si abbevera, infatti, alle fonti della musica tradizionale. La giovane età ed i gusti musicali del valdostano Vincent Boniface e dei suoi cinque colleghi piemontesi li hanno, però, spinti verso nuove strade, finendo per trasformarla, come ha scritto Roberto Sacchi, “da genere in idea”. Lo dimostra il loro secondo Cd, ”Abnormal”, che il 20 marzo è stato presentato nell’auditorium “Franco Lucà” della Maison Musique di Rivoli. Non a caso, visto che Lucà era stato proprio l’anima del FolkClub di Torino a credere per primo in loro, lodandoli per “originalità, coraggio e sfrontatezza”. Qualità alle quali, dopo l’ascolto delle 14 tracce, si può aggiungere “sorprendenti”, aggettivo raro in una musica come quella folk caratterizzata, in genere, dalla ripetitività. Inattesa è, per esempio, la voce soul di Sabrina Pallini nell’iniziale “Albeena Delight”. O l’atmosfera minimale con cui inizia “Bofonchio”. O, ancora, l’etnofusion di “Self”. Accanto a questi pezzi composti dal gruppo ispirandosi a tradizioni musicali europee, in “Abnormal” ci sono arrangiamenti di antiche melodie già rielaborate da gruppi come Trouveur Valdotèn (di cui Boniface fa parte) o la Compagnia Strumentale Tre Violini. E qui i risultati sono ancora più sorprendenti. Sentire per credere l’incedere “progressive” di “La Mort de la Mie”. O, in “La Barbunota”, il trasfigurare dalla coralità delle  “Voces Nocturnae” nella vocalità jazz di Valeria Benigni. O, infine, il piffero di Stefano Valla che, nella “Monferrina in re”, duetta con la chitarra blues di Paolo Bonfanti. Ospiti che arricchiscono uno “zapping” stilistico vertiginoso reso omogeneo dalla maturità artistica di un gruppo in cui si intrecciano, scambiandosi spesso di ruolo, due anime: quella ritmica di Marco “Mammo” Inaudi (basso), Pietro Numico (tastiere) e Luca Rosso (batteria) e quella melodica di Simone Bottasso (organetto e flauto), Paolo Dall’Ara (cornamusa e flauti) e Vincent “Venso” Boniface (clarinetto, sax soprano, cornamusa e organetto). «Portiamo il nostro mattoncino, fuori dagli schemi e dal tempo, alla costruzione della grande casa che è la musica popolare.- afferma Venso- Musica folk è guardare al passato senza nostalgia, ma vivificandola condividendola col pubblico». Vocazione socializzante che ha visto gli “Abnoba” suonare con successo in Portogallo, Spagna e ai Giochi Olimpici di Torino del 2006 (dove si sono esibiti prima dei “Duran Duran”). Il prossimo impegno è l’11 aprile al teatro Toselli di Cuneo, per il “Festival della Montagna”, con il trombettista Paolo Fresu.

La musica nelle opere esposte alla FOIRE DE SAINT-OURS di Aosta

“… e il tuo ricordo è musica…”. Il titolo di una scultura di Nello Migliè esposta alla Foire de Saint-Ours 2004 sintetizza bene l’importanza che la musica ha nella manifestazione popolare che ogni anno il 30 e 31 gennaio attira decine di migliaia di visitatori ad Aosta. Musica istituzionalizzata, come nei concerti inaugurale (nella Collegiata di Sant’Orso) e finale (lo spettacolo organizzato dai “Trouveur Valdoten” al Teatro Giacosa) o nei gruppi di musica tradizionale che si esibiscono lungo il percorso. Ma anche musica spontanea, improvvisata, che coglie inaspettata dentro le cantine, nelle piazze, per strada. Bastano una fisarmonica, una chitarra, un violino, delle voci e l’antica magia si ripete. La Musica è presente anche nelle opere in legno e pietra ollare che sono le protagoniste della Foire. Eccone alcuni esempi opera di Marco Joly, Gino Daguin, Matteo “Memo” Crestani, Sebastiano Yon, Franco Pinet e, appunto, Nello Migliè.