I ponti musicali con altre culture di RAY LEMA

Il sessantacinquenne polistrumentista congolese Raymond Lema A’nsi Nzinga, meglio conosciuto come Ray Lema, è di casa nel mondo. A partire dal 1982, quando, con la pubblicazione dell’album d’esordio “Koteja”, è diventato un protagonista della World Music. Nel cd si potevano ascoltare gli echi delle variegate esperienze che hanno visto Lema farsi una preparazione classica in un seminario cattolico per, poi, suonare nei nightclub di Kinshasha ed occuparsi delle musiche per il National Ballet dello Zaire che gli permisero di approfondire la conoscenza dell’enorme patrimonio di musiche tradizionali, ritmi e danze del suo paese. Arrivò, così, il contratto con la Island’s Mango Label e le collaborazioni con “The Rhythmatist” dell’ex “Police” Stewart Copeland, ma, anche, col pianista tedesco Joachim Kuhn, con gruppi vocali bulgari e con la band marocchina Tyour Gnaoua.

La sua capacità di stabilire ponti musicali con altre culture musicali, muovendosi al di fuori del blocco culturale anglo-americano, lo ha portato anche in Brasile dove fu folgorato dalla scoperta di musicisti che suonavano la stessa musica di una particolare regione del Congo. Ne è nata una collaborazione con il cantautore Chico César che nel 2008 li ha visti esibirsi al Giacosa di Aosta. Lo spettacolo fu organizzato dai “Tamtando”, la stessa associazione che ha chiamato Ray Lema ad insegnare alla diciottesima edizione dei corsi “Cluster”, che, dal 20 a 28 agosto, si sono tenuti al Convitto Regionale di Aosta. In questo periodo Lema si è esibito al Jardin de l’Ange di Courmayeur, il 25 agosto, in un concerto di piano solo, e il pomeriggio del 28 agosto a Tsantì de Bouva, per il saggio finale con un centinaio di partecipanti ai corsi Cluster inserito nella quindicesima edizione di “Etétrad”, il festival della “Musique traditionelle du Monde en Vallée d’Aoste”.   

La “celebrazione” dell’ALLUVIONE del 2000 in Valle d’Aosta tra memoria e retorica

Una decina di bare, portate dalla Dora in piena, incagliatesi sotto il ponte di Chambave. Questa foto, che scattai il 15 ottobre 2000, simbolizza al meglio l’alluvione che ha duramente colpito la Valle d’Aosta tra il 14 ed il 16 ottobre del 2000. Diciassette morti, danni per mille miliardi e settemila sfollati furono il terribile bilancio. Ma ad essere sconvolta fu tutta l’Italia Nord-occidentale, tanto che anche in Piemonte si contarono 4 morti.

A dieci anni di distanza la Valle ha pensato di “celebrare” la catastrofe per ricordare come la società valdostana abbia saputo rispondere all’emergenza in modo solidale ed efficiente” 
e “concorrere a formare una cultura del rischio”. Sono, così, stati stanziati ben 128.150 euro per organizzare varie manifestazioni- dibattiti, conferenze, mostre e spettacoli- legate da un titolo, “Valluvione”, che si è attirato aspre critiche per avere “imbellettato” la tragedia, “banalizzando la storia” e non aiutando “a rendere onore a chi ha vissuto in prima persona gli eventi dell’ottobre del 2000” (http://www.puntorossonero.info/2010/09/16/valluvione-e-abruzzomoto). In effetti la memoria culturale ha il suo fondamento nella commemorazione dei defunti, mentre in “Valluvione” più che il ricordo dei morti, ad essere protagonisti sono parsi i vivi con la continua sottolineatura dell’efficienza della ricostruzione, che indubbiamente c’è stata, e dei potenti mezzi a disposizione dell’attuale protezione civile. Inevitabile la caduta in quella retorica che, come insegnano gli specialisti, è la peggiore nemica della Storia perché finisce, ineluttabilmente, per illuminare solo alcuni aspetti della memoria oscurandone altri.

Sono, per esempio, caduti nell’oblio i risvolti giudiziari per “omicidio plurimo colposo” dei geologi o gli episodi di corruzione avvenuti durante la ricostruzione. Niente di nuovo sotto il sole, come sosteneva Ralph Waldo Emerson la Storia è scritta da chi governa per risucchiare il vecchio scomodo in quello che lui chiamava “l’inevitabile abisso che la creazione del nuovo apre”. Per altri versi nel mare magnum di iniziative ci si è dimenticati di aspetti forse minori, ma che al momento ebbero un’importante, salutare, risonanza emotiva. E’ il caso della Musica, dalla quale vennero i primi segnali di rinascita. Ironia della sorte furono proprio quei tamburi che in Africa evocano, a volte, la pioggia, ad esorcizzare, in Valle l’alluvione. Fin dal 18 ottobre, infatti, i percussionisti dell’associazione “Tamtando” cominciarono ad animare i pomeriggi dei bambini delle zone alluvionate sfollati nella caserma “Testafochi” di Aosta. Quasi per nemesi storica, è stata, poi, la musica a rimandare un’immagine meno edulcorata dell’evento con la canzone dei “Los Bastardos”  “Fino in fondo” che mise il dito sull’iniziale sottovalutazione del pericolo (“telegiornale rassicura, non c’è da allarmarsi, niente di preoccupante).


FINO IN FONDO di Lothar Benso Nieddu-Erik Noro (2002)

Pioggerellina di fine estate

telegiornale rassicura

non c’è da allarmarsi

niente di preoccupante

Ma

stranamente insistente

quest’acqua filtra dappertutto

arriva ora fino sotto al letto

trasuda dal muro

(perché?)

e il mio piede dolcemente

sprofonda nel fango

Non ho più tempo

non c’è più tempo

per aspettarti

Prendi la corda o mi butto giù

Muoio con te

Scappa via

E’ notte fonda e più nessuno arriverà

un rumore sordo preannuncia

E sassi e melma sopraggiungeranno!

Forse è meglio andar via

Forse Maria i tuoi figli è meglio salvare

Prendi quello che rimane e scappa

Prendi il meno possibile e scappa

Scappa

Non ho più tempo

non c’è più tempo

per aspettarti

Prendi la corda o mi butto giù

Muoio con te

Scappa via

Esce il torrente e valanga di fango

La stanza travolgerà

Evacuare le case o questo paesino

La notte non passerà

Forse è meglio andar via

Forse Maria i tuoi figli è meglio salvare

Prendi quello che rimane va via

Forse Maria, forse è meglio andar via

E allora scappa via.


RICCARDO TESI:un attivo valicatore di frontiere, sia geografiche che stilistiche

Uno, come l’organettista Riccardo Tesi, che ha iniziato la carriera “volando sopra i tetti di Firenze” con la cantante Caterina Bueno non poteva che “gustare fino in fondo tutto il suo profumo”. Profumo della vita (come canta De Gregori nel brano dedicato alla succitata Caterina), ma, anche, della musica. «Me lo ha insegnato, proprio la Bueno, la più importante interprete del canto tradizionale toscano.– ha spiegato il cinquantaquattrenne musicista toscano prima che il 27 agosto si esibisse a Fénis per “EtéTrad”- Sono diventato musicista grazie a lei. Avevo 22 anni e non avevo mai suonato l’organetto diatonico. Ho imparato velocemente, ma poi ho avuto un momento di crisi e volevo smettere. Chi mi ha fatto superare lo stallo è stata Caterina. Da allora non ho più avuto ripensamenti e penso di avere contribuito alla valorizzazione di questo strumento, sia come esecutore che come didatta.» Non è, quindi, un caso che si intitoli “Sopra i tetti di Firenze” l’ultimo cd della sua “Banditaliana”, che a Tsantì de Bouva annoverava il chitarrista Maurizio Geri, suo storico socio, il sassofonista Claudio Carboni e il percussionista Gigi Biolcati. «Musicalmente- ha continuato Tesi- ho due facce: da una parte compongo musiche originali, dall’altro faccio lavori tematici come questo su Caterina Bueno e la musica tradizionale toscana. A Fénis le ascolterete entrambe.» E così è stato, per cui, dopo una breve sequenza di sue composizione da cd come “Presente Remoto” e “Lune”,  con l’ingresso della cantante Lucilla Galeazzi è stata la volta di una serie di gemme contenute in “Sopra i tetti di Firenze”. Canti più o meno noti (da “Donna Lombarda” a “Maggio”, da “Italia bella mostrati gentile” a “Battan l’otto”) ma riletti con la sensibilità e la libertà di musicisti (un grande contributo lo ha dato Geri) che alla valentia tecnica uniscono una ipertrofica consapevolezza anche sociale. Di chi sa che nascevano da gente alla quale un’ “infame società” aveva dipinto “la fame sulla faccia”, ma che, nello stesso tempo, le “500 catenelle” da cui era imbrigliata sapeva, se non spezzare, almeno mettere alla berlina (perchè “questo è il guaio, il peggio tocca sempre all’operaio”). Il tutto ambientato in un climax musicale ad alta emotività creato da musicisti che hanno tanto suonato, ma, soprattutto, tanto vissuto. «Non sono un musicista tradizionale.- aveva, infatti, spiegato Tesi- Il mio organetto ha dovuto seguire i miei tanti interessi, per cui, di volta in volta, ho cercato di fargli parlare il linguaggio della musica che stavo suonando, che non sempre era tradizionale. Mi considero un attivo valicatore di frontiere, sia geografiche che stilistiche. Ogni artista, a qualsiasi genere appartenga, ha qualcosa da raccontare e il piacere di scoprirlo è impagabile.» Piacere che è stato massimo con cantautori come De Andrè e Fossati coi quali ha collaborato in cd come “Anime salve” e “Macramè”. «Per me, che sono cresciuto suonando le sue canzoni, accompagnare De Andrè in “Khorakhanè” e “Smisurata preghiera” è stato molto emozionante. Gli era piaciuta una mia versione della sua “Coda di lupo” e mi ha addirittura preferito a Dino Saluzzi.» Com’è la situazione attuale degli organettisti italiani? «Ci sono ottime nuove leve come i fratelli Boniface e Simone Bottasso. Quest’ultimo e Vincent Boniface suonano negli “Abnoba” , un gruppo che mi piace molto perché è pieno di energia giovane supportata da grandi mezzi tecnici. Ho collaborato anche coi vostri “Tamtando” ed è stata un’esperienza molto divertente

ITALIA BELLA MOSTRATI GENTILE

(Recitato) L’operaio non lavora e la fame io divora

e qui’ braccianti
’un san come si fare a andare avanti.

Spererem ni’ novecento, 
finirà questo tormento,

ma questo è il guaio: 
il peggio tocca sempre all’operaio.

(Cantato) Italia bella, mostrati gentile
 e i figli tuoi non li abbandonare,

sennò ne vanno tutti ni’ Brasile
e ‘un si rìcordan più di ritornare

Ancor qua ci sarebbe da lavorà, senza stà in America a emigrà.

Il secolo presente qui ci lascia, 
il millenovecento s’avvicina;

la fame ci han dipinto sulla faccia 
e per guarilla ‘un c’è la medicina

Ogni po’ noi si sente dire: E vo 
là dov’è la raccolta del caffè.

Nun ci rimane più che preti e frati, 
monìcche di convento e cappuccini,

e certi commercianti disperati 
di tasse non conoscono i confini.

Verrà un dì che anche loro dovran partì
là dov’è la raccolta del caffè.

Ragazze che cercavano marito 
vedan partire il loro fidanzato,

vedan partire il loro fidanzato 
e loro restan qui col sor curato.

Verrà un dì che anche loro dovran partì
là dov’è la raccolta del caffè.

Le case restan tutte spigionate, 
l’affittuari perdano l’affitto,

e i topi fanno lunghe passeggiate, 
vivan tranquilli con tutti i diritti.

Verrà un dì che anche loro dovran partì
là dov’è la raccolta del caffè.

Chick COREA & Gary BURTON, grande jazz a quattro mani

Corea Burton IMG_7521Burton-Corea IMG_7581.jpg blogSono stati gli asciugamano i protagonisti del concerto che la sera del 23 luglio ha visto esibirsi, al Teatro Romano, il pianista Chick Corea ed il vibrafonista Gary Burton. Tra un brano e l’altro, infatti, soprattutto Corea vi si è ossessivamente rifugiato per detergersi l’abbondante sudore che imperlava la sua fronte. A provocarlo, oltre ad una serata umida e piovosa, l’impegnativo programma che li ha visti passare da brani originali (da “Native Sense” a “Spain”) alla rilettura di standards di grandi pianisti come Bill Evans, Bud Powell e Thelonious Monk . Con due preludi di Skrjabin hanno, poi, reso omaggio alla rassegna, “Aosta Classica”, che li ospitava. L’asciugamano è uno dei “tormentoni” che Corea, uomo di spettacolo oltre che eccelso musicista, usa per creare un’atmosfera informale in modo da comunicare meglio con il pubblico. I due sono, infatti, stati due tra i jazzisti che più hanno inseguito, ed ottenuto, il successo commerciale e sanno che neanche due musicisti del loro calibro si possono sottrarre a certe regole dello “show business”. Sotto il fumo delle gigionerie c’è, comunque, stato l’arrosto di una grande musica eseguita da due virtuosi che , come punto di forza del loro trentennale menage musicale , hanno la capacità di trasferire il virtuosismo dal piano solistico ad un magico interplay: quell’incessante, telepatico, scambio di solismo ed accompagnamento che è stato ben spiegato da Burton durante lo showcase che, nel pomeriggio, ha tenuto nella sede dell’Associazione “Tamtando”. Burton & Burkina Vallèe IMG_7159«La musica- ha detto- è un tipo di linguaggio in cui, al posto delle parole, usiamo le note. Con gli anni ciò diventa naturale e si finisce per suonare come si parla, senza pensare a quello che si sta facendo tecnicamente. Io, per esempio, ho imparato a parlare in musica tra i 6 ed i 15 anni. Superato l’apprendimento tecnico si deve abbandonare la paura di sbagliare e, acquisendo consapevolezza di sé e di quelli con cui si suona, bisogna abbandonarsi alla musica. E’ questo che fa la differenza tra un semplice esecutore e un musicista espressivo. Quando, dopo la parte solistica, si passa ad accompagnare bisogna cambiare completamente mentalità, mettendosi “dietro” e cercando di ascoltare l’altro con attenzione. Io, in particolare, quando accompagno penso di avere 4 braccia, con due mani che suonano il piano con Chick e due che accompagnano.» Esempio che si è materializzato in “Armando’s Rhumba”, il bis conclusivo del concerto, in cui Corea e Burton hanno suonato il vibrafono a quattro mani, scambiandosi continuamente i ruoli.

Chick Corea IMG_7379Burton IMG_7138Chick Corea IMG_7296.jpg blog

Gary Burton suona “In your quiet place-Moonchild” allo showcase organizzato dai “Tamtando” nella loro sede il 23 luglio 2009

“Capitan” Tizumba a “Suonare Brasile”

Giovinazzo-Tizumba-Silveira DSCN1372Tizumba DSCN1525“Nasci escutando tambor em terreiro de congado”. Palavras di Mauricio Lino Moreira detto Tizumba, musicista brasiliano che rivendica con orgoglio le proprie radici che affondano nel “congado”, una serie di eventi che, mescolando danza, preghiera e musica, si svolgono, nel periodo tra maggio e novembre, nello stato brasiliano di Mina Gerais dove è nato. «Il congado- mi spiegò nel luglio 2006- è stato creato dai neri brasiliani schiavizzati per cercare di salvare le radici africane. A condurre l’evento è un “Capitan”, che altri non è che la persona più carismatica del gruppo.» Congadeiro per tradizione familiare, Tizumba il carisma del “Capitan” ce l’ha nel Dna. E com’è stato capace di coinvolgere coi suoi concerti le platee di tutto il mondo, così conquistò anche la cinquantina di frequentatori dello stage “Suonare Brasile” organizzato dall’Associazione Culturale Tamtando, dal 15 al 23 luglio 2006, nell’ambito della rassegna “Aosta Classica”. «E’  stata un’esperienza che mi ha arricchito molto.-confessò Tizumba- Confrontarmi con nuovi musicisti è una sfida, ed io vivo di sfide perché mi stimolano a migliorare.» Anche il pubblico aostano ebbe modo di toccare con mano Gungale sue doti musicali nel corso dei due concerti che tenne al Teatro Romano la sera di sabato 22 (con il quartetto di “Suonare Brasile”) e di domenica 23 (con gli allievi dello stage). In programma  brani tradizionali e di sua composizione, legati, in ogni caso, ai ritmi del “congado” che Tizumba ha fatto conoscere a musicisti importanti come Milton Nascimento. Oltre a suonare la chitarra e a cantare testi che parlano d’amore, di problemi sociali e delle radici africane, usò strumenti tipici come la caixa e la gunga (una cavigliera fatta di lattine che ricorda le catene che gli schiavi portavano). Molto fu, comunque, improvvisato secondo l’estro del momento. «Sul palco- mi aveva confidato Gilson Silveira, altro docente dello stage- riesce a far fare quello che vuole anche a musicisti esperti. D’altronde sennò che “Capitan” sarebbe!  L’unica cosa certa è che c’è sempre da divertirsi, non a caso il soprannome Tizumba deriva dalla parola africana quizomba che vuol dire festa.»

Tizumba all’opera

“TAMTANDO”: dieci anni di viaggi musicali con bagaglio leggero

Tamtando P5090123Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme”. La saggezza africana fotografa al meglio il progetto dell’Associazione “Tamtando” di Aosta che sabato 9 maggio ha festeggiato al Palais-Saint-Vincent i dieci anni di vita. L’occasione è stata il concerto di solidarietà “Insieme Live 2009” per aiutare le attività umanitarie dell´Associazione Onlus “Karacel” incentrate sull’ampliamento e la manutenzione del Saint-Luke Hospital di Angal, in Uganda. Giovinazzo P5090453«”Tamtando”- mi ha spiegato Marco Giovinazzo, direttore artistico dell’associazione- ha portato avanti in questi anni un progetto che ruota intorno al concetto di musica senza confini, spaziando tra concerti, stages, produzioni discografiche, corsi e vacanze studio. Quello che ci caratterizza è il fatto che, in quanto associazione culturale, vogliamo far crescere la cultura nel territorio in cui operiamo. Il nostro è un fenomeno di aggregazione sano che può servire anche per prevenire condotte socialmente pericolose, dando ai ragazzi un’alternativa che faccia stare bene. Perché lo stare bene è contagioso». Che sia contagioso lo confermano le centinaia di persone che in questo periodo hanno frequentato i corsi “Tamtando” e le 160 che si sono avvicendate nei concerti. «Siamo partiti come gruppo amatoriale di percussioni, cui spesso univamo parti cantate. Avendo, però, la fortuna di avere tra gli amici ottimi musicisti ci siamo trasformati in una orchestra etnica e la musica si è indirizzata verso altri lidi.» Lidi avventurosi e pieni di meraviglie, raggiunti nel corso di viaggi musicali affrontati con il “bagaglio leggero” costituito da curiosità, passione e un cuore e una mente aperti. Siccome, poi, “non ci sono viandanti isolati”, in questo loro viaggio li hanno accompagnati amici illustri: da Ray Lema ad Alberto Mandarini, da Luis Agudo a Riccardo Tesi. Il loro percorso artistico si può apprezzare nei Cd “Akepa!”(2001) , “Viaggio con bagaglio leggero” (2005)  e “Tamtando dal vivo” (2007) pubblicati dall’etichetta valdostana “L’Eubage”.

Per maggiori informazioni: http://www.tamtando.com