Un brivido di assoluto a Gressan con il Bach della violinista SONIG TCHAKERIAN ed il Sant’Anselmo di LORENZO ARRUGA

 1 Arruga Lorenzo - Sonig Thackerian (by Gaetano Lo presti) IMG_15921 Sonig (by Gaetano Lo presti) IMG_1596Un brivido di assoluto” è stato un titolo perfetto per il pomeriggio organizzato da Cristina Arruga, al Castello di Tour de Villa di Gressan, il 16 febbraio. Perfetto per l’atmosfera della sala del caminetto del castello medioevale, per il programma (le suites per violino solo di Bach e le parole di Anselmo d’Aosta), per i protagonisti: la violinista Sonig Tchakerian ed il critico musicale Lorenzo Arruga.

E’ stato quest’ultimo a dare il titolo all’evento, riprendendo una definizione della musica data da papa Paolo VI, allora vescovo di Milano, ad un gruppo di studenti del Conservatorio: “ha il compito tremendo e affascinante di interpretare del mondo d’oggi: le aspirazioni, le inquietudini, il brivido d’assoluto, di placarne con un messaggio di serenità le oscure crisi di pensiero e sentimento”. Compito che la musica di Johann Sebastian Bach assolve da più di tre secoli, rinnovandosi attraverso gli interpreti. Lo conferma il “nuovo Bach” di musicisti come il pianista iraniano Ramin Bahrami e, appunto, l’italiana di origini armene Tchakerian.

1 Arruga (by Gaetano Lo presti) IMG_1597«Seguendone ferreamente l’esattezza, Sovig non rinuncia a niente nella costruzione del suo Bach – ha spiegato Arruga- e facendoci partecipi di tutto quello che in qualche modo la tocca ci apre continuamente sorprese, emozioni, riflessioni da fare.» Non è, del resto, un caso che la Decca abbia scelto proprio lei per l’incisione delle Sei Sonate e Partite per violino solo di Bach, che, registrate nella chiesa veneziana degli Armeni, saranno pubblicate a marzo. E’ il degno coronamento di una luminosa carriera iniziata, piccolissima, sotto la guida del padre, medico e violinista.

4810087_booklet_booklet«L’ho conosciuta che aveva 17 anni.- ha ricordato Arruga- Insegnavo storia ed esperienze musicali in una città lombarda ed avevo bisogno di una che suonasse Bach in un modo che “passasse” bene.  Incuriosito dalla segnalazione di questa giovane e brava armena di Padova, la scelsi pur non conoscendola di persona. Ricordo che vidi arrivare una timida ragazza che non riconobbi finchè non mi disse: io sono la violinista. Come, però, cominciò a suonare, tirando fuori un suono enorme, esclamai: qua ci siamo

La stessa sensazione avuta dal selezionato uditorio del castello di Gressan, dove le sue splendide esecuzioni di Bach si sono alternate alla recita, da parte di Arruga, di citazioni  dai “Monologium” e “Proslogium” del grande teologo e filosofo medievale Anselmo d’Aosta (di casa al Tour de Villa dove abitò la sorella Richeza). Arruga ha, infatti, avvertito una vicinanza fra l’arte di Bach, nel suo esprimere in assoluto la realtà e la bellezza, come se fosse direttamente Dio a scrivere, e il pensiero di Anselmo d’Aosta che mostra e gode l’infinita ed imparagonabile grandezza del Creatore mentre sente la terribile, esaltante nostalgia della sua vicinanza. «Pur essendo autori profondi e scrivendo con linguaggio complesso,- ha concluso- sia Bach che Anselmo non richiedono una preparazione specifica per dare qualcosa, perché, in ogni caso, toccano ognuno a suo modo.»

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Il dualismo del pensiero di Sant’Anselmo nella musica di GIOVANNI SOLLIMA

Nel corso di questo 2009 il nono centenario della morte di Sant’Anselmo d’Aosta ha scatenato in Valle un tourbillon di convegni, libri, cerimonie e spettacoli. Tra le iniziative più riuscite si può, sicuramente, annoverare il concerto, ideato da Riccardo Piaggio e tenutosi nella Cattedrale di Aosta lo scorso 7 novembre, in cui le parole di questo Doctor magnificus della Chiesa (recitate dagli attori valdostani Donatella Cinà e Pierre Lucat) sono state vivificate dalla musica del grande musicista siciliano Giovanni Sollima. La suite che ne è nata -“Credo! L’albero del monaco. I sandali del filosofo”- è infatti riuscita a rendere al meglio la dialettica del pensiero anselmiano che oscillò tra fisicità e spiritualità, deduzione logica e intuizione, coscienza e libero arbitrio. «Mi ha affascinato questo dualismo- ha spiegato Sollima prima del concerto- che, poi, è caratteristico dell’uomo Medioevale, ma anche di uno come Francesco Borromini che visse in epoca barocca. Mi interessano tantissimo questi personaggi che hanno segnato o sono vissuti all’interno di una transizione. Storica ma, anche, umana. E Anselmo la transizione ce l’ha dentro.» Un inquieto movimento ha caratterizzato anche i cinquanta minuti della suite nella quale il dualismo tra la fisicità dei tamburi di Alfio Antico e la spiritualità metafisica dei violoncelli di Sollima e Monika Leskovar si è ricomposto, per dirla con Anselmo, in “unum argumentum”. «In realtà- ha, infatti, precisato Sollima- l’uso che Alfio fa delle percussioni va ben al di là del semplice ritmo, rifacendosi al linguaggio della cultura pastorale siciliana in cui naturalità e sacralità si fondono. Così come io uso il violoncello anche come uno strumento ritmico a percussione, lui ai tamburi tira fuori l’anima facendoli parlare, respirare e cantare. Mi interessano i musicisti che riescono a superare i limiti del proprio strumento facendolo diventare estensione della propria mente con cui viaggiare con la fantasia. La cantabilità del violoncello mi porta ad esplorare a fondo certi suoni, arrivando quasi a ferire il suono e trafiggere la voce

Anche altri suoi lavori, come le “Songs From the Divine Comedy”, si rifanno al Medioevo, cosa l’attrae di quel periodo? «La capacità che aveva la parola di generare, attraverso la sua tensione emotiva, la musica e l’essenzialità ricca di emotività, tipica di quel periodo, che è molto diversa da quella odierna. Sono partito dalla purezza di certe linee dalla musica medioevale, come se fossero l’archetipo dell’emotività, per poi portarla, attraverso cerchi concentrici, alle estreme conseguenze. Mi interessava stabilire un ponte con le origini, prendendo una sorta di architettura da reinventare sul piano emotivo creando un clima di atemporalità ipnotica. Non a caso alcuni brani hanno la forma del Raga indiano

Pierre Lucat

Donatella Cinà

Qual’è la molla che l’ha spinta ad uscire dai confini della musica classica per esplorare nuovi territori musicali, al punto da essere stato soprannominato “The Jimi Hendrix of the Cello”? «La curiosità è una malattia. Mio padre Eliodoro, anche lui musicista, volle che imparassi bene la tecnica perché mi venisse in soccorso quando ne avessi avuto bisogno, ma anche che mi mettessi alla prova con la pratica dell’improvvisazione, che nel Barocco era comune ma poi è sparita per rispuntare fuori con il jazz. Più che un creatore penso di essere un artigiano che associa e manipola materiali musicali provenienti da varie parti del mondo e da varie epoche. Oltre che a viaggiare nel mondo, i sandali di Sant’Anselmo servono e a ripercorrere, con spirito diverso, musiche dimenticate che sembra non siano mai esistite