“Sei la vergogna dell’Italia, maledetto interista”. Tra insulti e silenzi, le reazioni alla candidatura al Nobel di Roberto VECCHIONI

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1 Vecchioni  alle 14.51.28“Non ne sapevo niente.- racconta Vecchioni- Poi un giorno mi hanno chiamato da un giornale e mi hanno detto: guarda che sei candidato al Premio Nobel per la Letteratura insieme a Dylan e Leonard Cohen.

Credevo scherzassero. Poi mi sono emozionato. Ne sono orgoglioso e sorpreso. Orgoglioso per me, naturalmente, ma anche per tutta la canzone d’autore italiana. Perché è sempre stata considerata un’ancella rispetto alla letteratura, qualcosa di serie B, e, invece, ha della grande letteratura dentro. Non devo fare io i nomi di De Andrè e di Dalla.

1 Vecchioni FB 6573 alle 15.08.10Finalmente è stata presa in considerazione una forma di letteratura diversa, ma egualmente significante. La poesia non è data dalla bellezza, dalla perfezione delle parole o del verso, ma da come arriva. E sfido i poeti, anche i più bravi, a scrivere testi come “Senza fine” o “La gatta” o “La donna cannone”. Con quella brillantezza e precisione. Sono poesie altissime.

Dopo l’annuncio non è arrivata alcuna reazione. A tutt’oggi aspetto almeno un “va a quel paese” di qualche letterato, poeta o scrittore. Non credo per invidia, è proprio che non considerano la cosa. Sul web, invece, sono arrivati più improperi che complimenti. Due, in particolare, li ritengo caratteristici ed orribili. Il primo diceva: “a quando la nomination di Pupo?”.E il secondo, invece: “sei la vergogna dell’Italia.” E, sotto, aggiungeva “maledetto interista”.

Dall’intervista a “CHE TEMPO CHE FA” del 6 ottobre 2013

40 graNdi all’ombra (5) BEPPE D’ONGHIA e LUCIO DALLA

Non è facile trovare sul web una foto (o dei video) di Beppe D’Onghia con Lucio Dalla. Eppure del compianto cantautore il musicista pugliese (è nato a Taranto il 31 luglio 1963) è stato per oltre 20 anni il collaboratore, forse, più importante. Dai tour DallaMorandi (’90) e DallAmeriCaruso (’95) alle registrazioni di “Henna” e “Amen”. Per non parlare dell’importanza avuta nella sua svolta classica con l’opera “Tosca Amore Disperato” ed i concerti con il Nu-Ork Quintet (con cui ha registrato anche il live “In Cantus” di Roberto Vecchioni).

Dalla a parte, il curriculum di Beppe D’Onghia è, in ogni caso, da paura: per 4 anni ha fatto parte degli Stadio, ha collaborato un po’ con tutti (da Vasco Rossi a Monsignor Milingo, da Biagio Antonacci a Raffaella Carrà) ed ha scritto famosi jingle pubblicitari e musiche da film (tra queste quelle di “Al di là delle nuvole” di Michelangelo Antonioni).

L’ho conosciuto il 23 aprile 2012 ad Aosta. A pochi giorni dalla morte di Dalla, nella tensostruttura montata in Piazza Chanoux per il festival “Babel” , era stato protagonista, con Marco Alemanno, del recital poetico musicale “Solo – dedicato a Lucio”. Gli chiesi se c’era qualcosa di suo, a livello compositivo, nell’ultima produzione di Dalla e lui mi rispose affermativamente. In cosa, in particolare?, ribattei. Glissò.

Un concerto “tra rabbia e stelle” di ROBERTO VECCHIONI per la Festa della Valle d’Aosta

La sesta Festa della Valle d’Aosta è culminata la sera del 7 settembre con il concerto, ad Aosta, dei Nomadi e di Roberto Vecchioni. In una gremitissima Piazza Chanoux si sono, così, ritrovati sullo stesso palco due artisti le cui strade, nelle più che quarantennali carriere, si sono spesso incrociate. Una volta, nel 2006, addirittura sul palco del Festival di Sanremo, dove Vecchioni duettò col gruppo emiliano in “Dove si va”.

«Il rapporto umano coi Nomadi risale a molti anni fa.- ha spiegato, prima del concerto, il sessantottenne cantautore lombardo- Abbiamo a lungo parlato di politica e vita, costruendo, con Guccini e Lolli, un concetto di canzone italiana che, andando oltre la normalità e il potere, fosse diverso da quello preesistente

Sul palco di Sanremo Vecchioni è tornato in gara quest’anno, centrando una clamorosa vittoria con “Chiamami ancora amore”, un grido di speranza perché finisca la “maledetta notte nera” voluta dai “signori del dolore”. «L’ho composta partendo dalla frase “add’a passà a nuttata” di Eduardo De Filippo.- ha confessato- La speranza è un rimedio alla disperazione, anche se, a volte, la disperazione va oltre la speranza. Però, alla fine, a vincere deve essere quest’ultima.» Speranza che Vecchioni ha incarnato soprattutto nei giovani, quei “piccoli comici spaventati guerrieri”, come recita il 

titolo di una sua canzone, che continuano ad avere “un piccolo fiore dentro che c’è da chiedersi com’è nato”. «Li calpestano tutti. – ha continuato- Ed è stato anche per vendicare questa canzone, mai conosciuta nè capita, che sono andato a Sanremo. In modo da riportare l’attenzione della gente, e in particolare dei giovani, su tanti pensieri e canzoni passati inosservati. Ero stufo che la banalità trionfasse nonostante i miei sforzi di uscire da mediocrità e falsità. Come estremo tentativo ho deciso di prendere in mano il mio destino, come avevo fatto quando avevo avuto seri problemi di salute

C’è riuscito con la forza di una interpretazione che ha esaltato la sua capacità di aprirsi senza pudori sul palco, perché, come canta in una celebre canzone, «quello che conta è non aver mai paura di essere ridicoli». «Quando canto canzoni che mi prendono fortemente non riesco mai ad essere meditativo e razionale e lascio trasparire tutti i sentimenti. Non mi preoccupo assolutamente di eventuali critiche, perché è così che si devono cantare le mie canzoni.»

Lo ha dimostrato anche ad Aosta con un concerto ad alto potenziale emotivo, condotto “tra rabbia e stelle” con l’ottima band composta da Lucio Fabbri (chitarre, violino e mandolino), Massimo Germini (chitarre), Eros Cristiani (pianoforte e fisarmonica), Stefano Cisotto (tastiere), Antonio Petruzzelli (basso) e Roberto Gualdi (batteria). «Conosco bene la Valle- ha confessato- ho vissuto a lungo e avuto casa a Saint-Vincent perché mio padre aveva una passione esagerata per il gioco. “L’uomo che si gioca il cielo a dadi” è dedicata a lui e a Saint Vincent.» Ad un aostano è dedicata anche “Tommy”, una canzone del 1991. «Era un mio amico- ha ricordato-e il giorno che decise di tirare “una corda al cielo, per,poi, metterla al collo” mi telefonò. Io mi precipitai ad Aosta per cercare di fermarlo, ma c’era tanta neve ed arrivai troppo tardi.»  

ARTE (22) SOFFI DI LIBERTA’ illustrati da EUGENIA MOLA DI LARISSE’

Per chi ha più di quarant’anni il cavallo per antonomasia è lo stallone bianco che, negli anni Settanta, trasmetteva una “sensazione di prorompente vitalità” correndo libero sulla spiaggia in una pubblicità di Pino Silvestre Vidal. Si chiamava Cardinero, e, quando nel 2007 morì, San Genesio, dove aveva vissuto la vecchiaia, gli dedicò una piazza. Alla fama televisiva erano, purtroppo, seguiti anni bui, che Dacia Maraini, che l’aveva conosciuto, ha descritto nel racconto “La rinascita di Orlov”. “Mi guardò- scrive- con l’aria annoiata e spenta di chi si sente di troppo e sa che non l’aspetta niente di buono”. Stato d’animo e sorte che accomunano quasi tutti i purosangue dismessi dalle piste. Dal 2009 cerca di aiutarli il progetto Relived Horses, che ha il sostegno di ippofili come Riccardo Scamarcio e Roberto Vecchioni (che a Cardinero ha dedicato la canzone “Bandolero stanco”). All’associazione sono destinati anche i fondi raccolti con la vendita del libro “Soffi di libertà”, edito da “Equitare”, che, oltre a quello della Maraini, raccoglie altri quattro racconti sul rapporto uomo-cavallo. Si parte con la magia ancestrale dell’incontro descritta da Maria Lucia Galli e Sandra Petrignani. Patrizia Carrano racconta, invece, di Egle Fanelli, ex attrice che nei cavalli trovò le emozioni che il palcoscenico non le aveva dato, diventando la prima grande allevatrice italiana. Chiude il libro Paola Mastrocola con il “Monologo del cavallo laterale”, che spiega la persistente seduzione che non permette al cavaliere di liberarsi del pensiero dell’amico a quattro zampe al cui fianco ha fatto un tratto di strada più o meno lungo. I disegni ad acquarello che impreziosiscono il volume sono dell’aostana Eugenia Mola di Larissé, grande appassionata di cavalli, per e con i quali ha fatto di tutto: li ha accuditi, cavalcati, addestrati, disegnati, fotografati e rincorsi nei migliori allevamenti e scuole del mondo. «Il cavallo ce l’ho nel sangue- confessa- Con lui riesco a stabilire una simbiosi particolare fatta di costante e reciproco ascolto. E’ un rapporto vero che fa recuperare la naturalità persa, aiutando a vivere le proprie emozioni.» Una passione totalizzante, la sua, che si è approfondita attraverso una lunga serie di cavalli: da Danika, una cavalla polacca regalatale dal padre, a Sigfried, Furioso 43°, Scandinavia, Peres e Charlie Brown. Passione che, inevitabilmente, si è riflessa in quella artistica, ponendo il cavallo al centro del suo universo creativo. «Fin da ragazzina disegnavo cavallini sui diari e sui libri dei miei compagni. Finché un’amica di una scuderia di Torino mi ha detto: perché non fai una mostra?». Era il 2000, e da allora l’evoluzione artistica di Eugenia ha attraversato varie fasi: dal pastello gessato all’accostamento, grazie al digitale, dell’acquarello con la fotografia in grandi tavole in alluminio o vetrate. Di pari passo sono arrivati i riconoscimenti. Nel 2008 alcune sue opere sono state esposte all’Agora Gallery di New York e a Parigi, nella sede della prestigiosa rivista “L’Eperon”. Fino alla consacrazione, nel 2006, con l’assegnazione, all’Ippodromo delle Capannelle di Roma, del “Premio Lydia Tesio – Signore dell’Ippica”. Unica vincitrice di una regione, la Valle d’Aosta, dove, incredibilmente, non ha mai esposto.