NADA: una MALANIMA con un’istinto musicale zingaro

Passano gli anni, ma, come il cuore della canzone con cui ha vinto a Sanremo nel 1971, anche l’istinto musicale di Nada Malanima, da sempre, “è uno zingaro e va”. Fino a portarla all’attuale, fascinoso, rock contemporaneo, che, filtrato attraverso le esperienze di una carriera quarantennale, l’ha condotta all’ultimo, struggente, cd “Vamp”.

«Sono sempre a caccia di cose particolari, di dischi strani, di artisti che sperimentano, incuriosiscono, stimolano.- ha confessato- Quando mi dicono che sono molto avanti rispetto al resto della musica italiana, rispondo che, forse, sono gli altri che sono indietro. Sono una contemporanea, per cui mi viene naturale vivere la realtà di oggi piuttosto che le glorie del passato.» Ho incontrata Nada il 6 dicembre, prima della minirassegna di musica indie organizzata da Riccardo Piaggio al Teatro Giacosa di Aosta, nel corso della quale si è esibita, in duo acustico, col chitarrista Fausto Mesolella. Una rassegna di musica giovane, in cui lei, cinquantottenne (è nata a Gabbro il 17 novembre 1953) , non ha certo sfigurato. Anzi. «Da anni, ormai- ha spiegato- lavoro con musicisti giovani che fanno cose molto interessanti. Come gli Zen Circus, che quest’estate mi hanno accompagnata in tour. Stranamente sono loro che mi cercano, perché vedono nelle cose che faccio la loro idea di musica. Non bisogna, poi, lasciarsi ingannare dall’apparenza, ma si deve, piuttosto, andare alla sostanza che non è legata all’età: uno può essere giovane quanto si vuole e fare cose vecchie e banali.»

Nada, al contrario, scarnificandole al massimo, sul palco del Giacosa ha reso sorprendenti e misteriose anche cose “vecchie” che si credevano banali, come “Ma che freddo fa”, o folkloristiche, come “Maremma amara”. Per non parlare di quando, nelle sue canzoni,  ha cantato di “amori disperati” o “donne piene di ombre” e “lune in piena”. 

«Il mio carattere è solo apparentemente solare- ha confessato- la mia sensibilità è, invece, crepuscolare. Mi hanno sempre affascinato la solitudine ed il mistero, e, da piccola, mi chiudevo per trovarmi. In tutto quello che scrivo evoco sempre un rapporto magico con la natura, che è aspirazione ad un ritorno alla terra, all’aria e all’acqua, alle cose, cioè, di cui siamo fatti. Un ritorno all’anima buia, alla malanima, appunto.»

Nella canzone “L’elettricità”, contenuta in “Vamp”, canti che “tra un uomo e un cuore femmina non c’è più tic tac tic tac”, l’amore non è, dunque, “fortissimo” come cantavi qualche anno fa? «Sono passati dieci anni e adesso nell’aria c’è altro. Quando c’è, l’amore è sempre fortissimo, adesso, però, è più difficile che scocchi, perché siamo tutti presi da tanti stress e cose inutili della vita che ci allontanano e chiudono in un nostro mondo.» Qual’è la tua ricetta per difenderti da questi “stress”? «Io mi arrabatto, cercando di andare avanti per la mia strada ed essere il più possibile me stessa. Ho sempre combattuto per esserlo. Purtroppo, oggi è la cosa più difficile da raggiungere perché il mondo vuole che ti adatti a fare le cose che gli altri pensano siano giuste per te. C’è troppa gente che, come canto in una canzone,  urla nelle orecchie “così forte che non posso più sentire il mio cuore”

Il dualismo del pensiero di Sant’Anselmo nella musica di GIOVANNI SOLLIMA

Nel corso di questo 2009 il nono centenario della morte di Sant’Anselmo d’Aosta ha scatenato in Valle un tourbillon di convegni, libri, cerimonie e spettacoli. Tra le iniziative più riuscite si può, sicuramente, annoverare il concerto, ideato da Riccardo Piaggio e tenutosi nella Cattedrale di Aosta lo scorso 7 novembre, in cui le parole di questo Doctor magnificus della Chiesa (recitate dagli attori valdostani Donatella Cinà e Pierre Lucat) sono state vivificate dalla musica del grande musicista siciliano Giovanni Sollima. La suite che ne è nata -“Credo! L’albero del monaco. I sandali del filosofo”- è infatti riuscita a rendere al meglio la dialettica del pensiero anselmiano che oscillò tra fisicità e spiritualità, deduzione logica e intuizione, coscienza e libero arbitrio. «Mi ha affascinato questo dualismo- ha spiegato Sollima prima del concerto- che, poi, è caratteristico dell’uomo Medioevale, ma anche di uno come Francesco Borromini che visse in epoca barocca. Mi interessano tantissimo questi personaggi che hanno segnato o sono vissuti all’interno di una transizione. Storica ma, anche, umana. E Anselmo la transizione ce l’ha dentro.» Un inquieto movimento ha caratterizzato anche i cinquanta minuti della suite nella quale il dualismo tra la fisicità dei tamburi di Alfio Antico e la spiritualità metafisica dei violoncelli di Sollima e Monika Leskovar si è ricomposto, per dirla con Anselmo, in “unum argumentum”. «In realtà- ha, infatti, precisato Sollima- l’uso che Alfio fa delle percussioni va ben al di là del semplice ritmo, rifacendosi al linguaggio della cultura pastorale siciliana in cui naturalità e sacralità si fondono. Così come io uso il violoncello anche come uno strumento ritmico a percussione, lui ai tamburi tira fuori l’anima facendoli parlare, respirare e cantare. Mi interessano i musicisti che riescono a superare i limiti del proprio strumento facendolo diventare estensione della propria mente con cui viaggiare con la fantasia. La cantabilità del violoncello mi porta ad esplorare a fondo certi suoni, arrivando quasi a ferire il suono e trafiggere la voce

Anche altri suoi lavori, come le “Songs From the Divine Comedy”, si rifanno al Medioevo, cosa l’attrae di quel periodo? «La capacità che aveva la parola di generare, attraverso la sua tensione emotiva, la musica e l’essenzialità ricca di emotività, tipica di quel periodo, che è molto diversa da quella odierna. Sono partito dalla purezza di certe linee dalla musica medioevale, come se fossero l’archetipo dell’emotività, per poi portarla, attraverso cerchi concentrici, alle estreme conseguenze. Mi interessava stabilire un ponte con le origini, prendendo una sorta di architettura da reinventare sul piano emotivo creando un clima di atemporalità ipnotica. Non a caso alcuni brani hanno la forma del Raga indiano

Pierre Lucat

Donatella Cinà

Qual’è la molla che l’ha spinta ad uscire dai confini della musica classica per esplorare nuovi territori musicali, al punto da essere stato soprannominato “The Jimi Hendrix of the Cello”? «La curiosità è una malattia. Mio padre Eliodoro, anche lui musicista, volle che imparassi bene la tecnica perché mi venisse in soccorso quando ne avessi avuto bisogno, ma anche che mi mettessi alla prova con la pratica dell’improvvisazione, che nel Barocco era comune ma poi è sparita per rispuntare fuori con il jazz. Più che un creatore penso di essere un artigiano che associa e manipola materiali musicali provenienti da varie parti del mondo e da varie epoche. Oltre che a viaggiare nel mondo, i sandali di Sant’Anselmo servono e a ripercorrere, con spirito diverso, musiche dimenticate che sembra non siano mai esistite