Remembering the future con LUCIANO BERIO ad Aosta

Per capirne l’importanza è sufficiente  sfogliare un qualsiasi dizionario di Storia della Musica. Alla lettera B, dopo Beatles e Beethoven e prima di Berlioz e Brahms, si troverà un cospicuo spazio dedicato a Berio Luciano, nato ad Imperia il 24 ottobre 1925 e morto a Roma il 27 maggio 2003. “L’unico compositore che incarnava in modo riassuntivo la musica moderna”, come qualcuno lo ha definito, nel 1998 trascorse alcuni giorni ad Aosta grazie allo stage estivo dell’Orchestra Giovanile Italiana, che, il 25 luglio, diresse in un memorabile concerto tenutosi in un torrido ed inadeguato cinema “Giacosa”. «Quand’è che costruite un bell’auditorium ad Aosta?», chiese al sindaco Pierluigi Thiebat appena sceso dal podio. Poi, sorridendo, aggiunse: «Non è un problema soltanto valdostano. Credo che l’Italia sia l’unica nazione europea, con l’Albania, che non abbia una sala da concerto, almeno fino a quando non sarà completato l’Auditorium di Roma del mio amico Renzo Piano (che è stato inaugurato nel 2002: n.d.r.). In Italia ci sono invece dei bellissimi teatri d’opera, perché la tendenza è sempre stata di tradurre tutto in spettacolo, in cose che si vedono. La sala da concerto è invece un posto dove si pensa… almeno si spera».

IL PIACERE DELLA MODERNITA’- Auditorium a parte, pensare è sicuramente più facile quando il pubblico è stimolato da programmi come quello che Berio approntò nell’occasione mettendo insieme brani di autori italiani del Novecento che recuperavano il “piacere della modernità”. A cominciare da “Architetture” del suo maestro Giorgio Federico Ghedini, proposto da Berio con una piccola modifica al finale. «E’ un pezzo molto bello- chiosò- che però finisce con una retorica un po’ greve, tipica degli anni ’40, che ho cercato di smussare». Suggestiva fu, poi, l’esecuzione di “Dai calanchi di Sabbiuno” del bolognese Fabio Vacchi (presente in sala), ispirato dalla fucilazione di alcuni giovani partigiani su una collina sopra Bologna. «E’ costruito- mi spiegò Berio- con una tecnica che ha segnato la musica del Novecento: la fusione, cioè, tra timbro ed armonia». L’ideale ponte musicale gettato tra passato e futuro si completò, infine, con “In ecclesis”- elaborazione di Bruno Maderna di un brano di Giovanni Gabrieli- e, soprattutto, “Rendering”, il “restauro” che Berio aveva fatto di frammenti della Decima Sinfonia in re maggiore di Schubert. «Ho completato ed orchestrato gli schizzi della melodia aggiungendovi una sorta di cemento musicale molto discreto, fatto in gran parte di Schubert che, però, si stacca da Schubert». L’amore di Berio per la trascrizione affondava nella sua adolescenza, quando, mi raccontò, “divorava” le partiture classiche suonandole a quattro mani con il padre. «Trascrivere è appropriarsi anche spiritualmente dell’opera. Si è sempre fatto: da Bach, che per tutta la vita ha trascritto sé stesso, a Mahler che assimilò cose popolari in un contesto sinfonico. Ha però un senso quando implica l’analisi, altrimenti, come in Respighi, diventa manierismo. Anche se, poi, è proprio questa nostra cultura analitica che ha finito per portare al colonialismo culturale occidentale, perché con i nostri mezzi di analisi tendiamo ad appropriarci delle cose degli altri».

REMEMBERING THE FUTURE- Gli feci a quel punto osservare come lo spirito del concerto aostano rimandasse al titolo- “Remembering the Future”- di un ciclo di lezioni che nel 1993 aveva tenuto alla cattedra di poetica della Harward University di Cambridge. «E’ un concetto che mi affascina- confermò- Perché non credo alla linearità della Storia con relativa traumatica frattura ideologica tra passato, presente e futuro. Penso, piuttosto, che tra queste entità ci sia un continuo dialogo ». Proprio di questo dialogo si era nutrita la sua “ghiottoneria insaziata per un suono a venire” che negli anni lo aveva spinto a tentare sintesi inedite, ricorrendo anche a spericolate “contaminazioni” con la musica di consumo. A questo proposito mi confessò che nell’immediato dopoguerra con la musica leggera aveva avuto “un rapporto funzionale di sopravvivenza”. «Suonavo il piano nelle balere e facevo degli arrangiamenti di musica leggera che mi venivano pagati “a cottimo”. Uno di questi ha, addirittura, vinto un Festival della canzone napoletana». Per una nemesi storica era, poi, finito che negli anni ’60- affermatosi come avventuroso sperimentatore sonoro- Berio avesse affascinato proprio coloro che quella musica leggera avevano rivoluzionato: i Beatles. «Mi vollero conoscere a Londra all’epoca del loro massimo fulgore. Con loro per la prima volta la musica leggera si è aperta a svariate influenze: dalla canzone americana al jazz, dalla musica indiana a Wagner. Avevano delle antenne molto attente a tutto quello che succedeva nella musica. Al contrario di quanto succede oggi che la musica leggera è, nella maggior parte dei casi, chiusa in sé stessa in formule sterili. Soprattutto in Italia, dove vorrebbero chiamarla musica popolare contemporanea». Torniamo, quindi, alla lotta ipotizzata da Piero Rattalino tra le due muse: quella della musica seria e quella della musica leggera?, chiesi. Ma sono veramente in lotta? E chi sta vincendo? «Anche in musica la tendenza è ormai quella di seguire le leggi del mercato e le soluzioni facili. Specie in Italia dove, tranne eccezioni illuminate come la Scuola di Fiesole, le scuole musicali sono disastrate, e chi ha la responsabilità dell’educazione e della promozione musicale non si pone assolutamente il problema di incoraggiare le inclinazioni più nobili della gente. Perché, checché ne dica il Papa, i bisogni sono sempre indotti e non cadono dal cielo». Dove va oggi la Musica? «Va in tante direzioni diverse, per cui è importante che il musicista si faccia parte responsabile non subendo passivamente il disordine incontrollato. Perché sennò lo scollamento esistente tra la musica contemporanea ed il pubblico finirà per aumentare. Il titolo di un mio pezzo, “Points on the curve to find…”, si riferisce proprio alla difficoltà che la gente ha ad approcciarsi alla musica moderna: è come se i compositori continuino a tracciare dei punti che gli ascoltatori faticano sempre più a collegare. Ma è, anche, un invito al pubblico che si scuota da una pigrizia che in Italia è ormai arrivata a livelli degradanti».

C’ERA UNA VOLTA (3) 14 luglio 1996: nasce “AOSTA CLASSICA”

Farulli-Salomone-Faja9614lugfarulliJung avrebbe, forse, parlato di “coincidenza significativa”. E’, comunque, simbolico che l’avventura della Scuola di Musica di Fiesole in Valle sia iniziata il 14 luglio, lo stesso giorno in cui, nel 1789, con la presa della Bastiglia, era scoppiata la Rivoluzione Francese. Rivoluzionaria, nel suo piccolo (e per la Valle), si è, infatti, rivelata anche “Aosta Classica”, la rassegna legata per dieci anni allo stage estivo della Scuola e dell’Orchestra Giovanile Italiana che ha fatto il suo debutto  proprio il 14 luglio 1996, con l’esecuzione alle Porte Pretoriane di Aosta del Quintetto per clarinetto di Brahms. Non è, forse, un caso che anche quella volta tutto sia partito “dalla strada”: invece di rimanere asserragliata nei luoghi deputati alla musica, Fiesole cercò, infatti, di andare incontro alla città proponendo concerti anche nella Piazzetta des Franchises, a Piazza Roncas, sotto i portici di Piazza Chanoux, all’Ospedale Regionale. I puristi, all’epoca, storsero Ogi96il naso nel sentire la “loro” musica contaminata dalle voci e dai suoni della vita di tutti i giorni, molti aostani capirono invece- forse per la prima volta- che quella musica nella loro vita non poteva mancare. Da quel 1996 la dolce ala della giovinezza (e bravura) del centinaio di musicisti che per dieci estati sono arrivati in Valle per lo stage, è riuscita a risvegliare ad Aosta un interesse verso la musica classica ormai sopito da troppi concerti all’insegna della ritualità e della noia. Era stato il musicista aostano Paolo Salomone a fare da “ruffiano” tra Piero Farulli, fondatore della Scuola e per trentadue anni viola del mitico OGICattedrale96“Quartetto Italiano”, e l’allora Sindaco di Aosta Pierluigi Thiebat, divenuto un convinto sostenitore dell’iniziativa. Un  merito lo ebbi anch’io consigliando a Salomone di affidarsi per l’organizzazione alla società “Opere Buffe” di Francesco Battisti, il cui apporto è stato fondamentale per la crescita di una rassegna che ha continuato a svilupparsi anche dopo essersi staccata dalla Scuola di Fiesole e dalla sua Orchestra Giovanile Italiana, tanto che quest’anno, raggiunta  la quattordicesima edizione, ha in cartellone nomi come James Taylor, Chick Corea, Gary Burton, Roy Paci, Ivo Pogorelich e tanti altri. Rimane, comunque, ineguagliabile l’emozione che il 19 luglio 1996 diede l’esecuzione della stravinskiana “Sinfonia di Salmi” in una Cattedrale di Aosta stracolma  ad opera dei 97 giovani dell’Orchestra Giovanile Italiana, diretti da Vinko Globokar, con il supporto del “Coro Polifonico di Aosta” e del “Coro Filarmonico Ruggero Maghini” . «Mi sono venuti i brividi» confessò un sacerdote presente. Emozione, fortunatamente, catturata in una videocassetta realizzata dalla Sede Regionale RAI della Valle d’Aosta diretta da Carlo Romeo.