C’ERA UNA VOLTA (17) E’ morto PIERO FARULLI, il musicista che portò ad Aosta il suono dell’Utopia

Il 2 settembre, all’età di novantadue anni, è morto PIERO FARULLI. Artista ed educatore, era stato per trentadue anni la viola del mitico Quartetto Italiano, una delle più straordinarie formazioni cameristiche di tutti i tempi, formata nel 1947 con Paolo Borciani, Elisa Pegreffi e Franco Rossi. Finita nel 1977 quest’avventura, Farulli si era dedicato anima e corpo alla Scuola di Musica di Fiesole (fondata nel 1974) ed all’Orchestra Giovanile Italiana che, nel 1984, da questa era nata. «Sono degli strumenti- aveva spiegato- per realizzare la mia grande Utopia: che tutti sappiano che esiste una grande musica, che desiderino ascoltarla e possano comprenderla».

Con questi “strumenti” nel 1996 era arrivato ad Aosta per portarvi lo stage estivo dell’OGI. E la rassegna “Aosta Classica”, che da quello stage è nata, gli deve molto. Fu grazie alla dolce ala della giovinezza (e bravura) del centinaio di musicisti che, fino al 2005, ogni estate arrivarono in Valle che vi si risvegliò un interesse verso la musica classica sopito da troppi concerti all’insegna della ritualità e della noia. E fu grazie al carisma di Farulli che arrivarono, per collaborare con l’OGI, grandi nomi come Luciano Berio, Salvatore Accardo, Krzysztof Penderecki e tanti altri. Fu una bellissima Utopia (con importanti riflessi su una generazione di giovani musicisti valdostani), ma, come tale, ha finito per essere ben presto accantonata in una regione nella quale Utopia è, come diceva Adriano Olivetti, “la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare”.

Farulli era un papà un po’ burbero, come ha ricordato anche Salvatore Accardo. Uno che pretendeva molto dai suoi ragazzi, cui, in quelle estati aostane, impose ritmi di lezioni e di concerti ”asburgici” (la definizione era sua) . Uno capace di  “cazzuolarmi”, bonariamente, se non andavo ad assistere a qualche concerto dei suoi ragazzi che, per un motivo o per l’altro, considerava importante (in pratica tutti). Alla base di quella severità (che si scioglieva comunque sempre in un luminoso sorriso) c’era lo stesso spirito che aveva animato e fatto grande il Quartetto Italiano. «Sentivamo la responsabilità di diffondere la conoscenza e l’amore della musica come una vera missione.- mi aveva confessato in un’intervista- Salivamo sul palco come un altare laico. Tecnicamente non facevamo altro che servire l’autore suonando quello che era scritto nello spartito. Eravamo molto severi e ogni sera,  fossimo stati a Tokio come a Scandicci, cercavamo di dare il meglio.»

E, a mò di esempio, mi raccontò la “grandissima lezione” ricevuta dal leggendario direttore d’orchestra tedesco Wilhelm FurtwänglerUna volta,durante una nostra partecipazione ad un Festival di Salisburgo, ci volle incontrare, e, con grande emozione, suonammo insieme il Quintetto di Brahms. Eravamo giovani e avevamo dei dubbi sull’interpretazione, per cui gli chiedemmo dei consigli per il “Molto allegro” dell’opera 130 di Beethoven per il quale non sapevamo a che santo votarci. E dentro l’allegro che ci indicò c’era tutta la vita di questo tempo. Fu un colpo di fulmine, perché quella sera ci eseguì al pianoforte a memoria tutti i tempi di tutti quartetti di Beethoven: dall’opera 18 n.1 e all’opera 135 (sono 17: n.d.r.). Era questa la preparazione musicale di quella gente e la sacralità con la quale viveva la musica.»

Severità, rigore, sacralità, termini che, purtroppo, suonano démodé nell’Italia del terzo millennio, ma che Farulli ribadì nel discorso per i suoi ottant’anni in cui parlò di “una cultura della Musica prospettata in una dimensione sociale”, rivendicando il primato della qualità sulla quantità. Un principio che aveva perorato perfino con Papa Giovanni Paolo II. «Quando venne a Fiesole- mi aveva raccontato- gli dissi: Santità voi avete in mano un grandissimo musicista, Palestrina, possibile che adesso nelle chiese italiane si sentano i chitarristi? E lui mi rispose: con Palestrina c’è poca gente, con le chitarre tanta.» E’ lo stesso principio, gli feci notare, che adesso fa sì che, mentre la sua Scuola continua a sfornare tanti buoni strumentisti, in Italia le orchestre chiudono. «Ai ragazzi dico: non cercatevi il lavoro sotto casa,- aveva risposto amareggiato- dovete venire per il piacere di far musica e la musica la si fa bene in tutto il mondo. E poi il suono italiano degli archi è molto importante. Anche Giulini ed Abbado lo reputano essenziale. Se fossi un direttore d’orchestra vorrei il 50% di archi di scuola tedesca e un 30% di suono italiano». Qual’è la differenza? «Guardi il cielo qui e guardi il cielo in Germania.- concluse- Qui c’è più colore e calore.»

Remembering the future con LUCIANO BERIO ad Aosta

Per capirne l’importanza è sufficiente  sfogliare un qualsiasi dizionario di Storia della Musica. Alla lettera B, dopo Beatles e Beethoven e prima di Berlioz e Brahms, si troverà un cospicuo spazio dedicato a Berio Luciano, nato ad Imperia il 24 ottobre 1925 e morto a Roma il 27 maggio 2003. “L’unico compositore che incarnava in modo riassuntivo la musica moderna”, come qualcuno lo ha definito, nel 1998 trascorse alcuni giorni ad Aosta grazie allo stage estivo dell’Orchestra Giovanile Italiana, che, il 25 luglio, diresse in un memorabile concerto tenutosi in un torrido ed inadeguato cinema “Giacosa”. «Quand’è che costruite un bell’auditorium ad Aosta?», chiese al sindaco Pierluigi Thiebat appena sceso dal podio. Poi, sorridendo, aggiunse: «Non è un problema soltanto valdostano. Credo che l’Italia sia l’unica nazione europea, con l’Albania, che non abbia una sala da concerto, almeno fino a quando non sarà completato l’Auditorium di Roma del mio amico Renzo Piano (che è stato inaugurato nel 2002: n.d.r.). In Italia ci sono invece dei bellissimi teatri d’opera, perché la tendenza è sempre stata di tradurre tutto in spettacolo, in cose che si vedono. La sala da concerto è invece un posto dove si pensa… almeno si spera».

IL PIACERE DELLA MODERNITA’- Auditorium a parte, pensare è sicuramente più facile quando il pubblico è stimolato da programmi come quello che Berio approntò nell’occasione mettendo insieme brani di autori italiani del Novecento che recuperavano il “piacere della modernità”. A cominciare da “Architetture” del suo maestro Giorgio Federico Ghedini, proposto da Berio con una piccola modifica al finale. «E’ un pezzo molto bello- chiosò- che però finisce con una retorica un po’ greve, tipica degli anni ’40, che ho cercato di smussare». Suggestiva fu, poi, l’esecuzione di “Dai calanchi di Sabbiuno” del bolognese Fabio Vacchi (presente in sala), ispirato dalla fucilazione di alcuni giovani partigiani su una collina sopra Bologna. «E’ costruito- mi spiegò Berio- con una tecnica che ha segnato la musica del Novecento: la fusione, cioè, tra timbro ed armonia». L’ideale ponte musicale gettato tra passato e futuro si completò, infine, con “In ecclesis”- elaborazione di Bruno Maderna di un brano di Giovanni Gabrieli- e, soprattutto, “Rendering”, il “restauro” che Berio aveva fatto di frammenti della Decima Sinfonia in re maggiore di Schubert. «Ho completato ed orchestrato gli schizzi della melodia aggiungendovi una sorta di cemento musicale molto discreto, fatto in gran parte di Schubert che, però, si stacca da Schubert». L’amore di Berio per la trascrizione affondava nella sua adolescenza, quando, mi raccontò, “divorava” le partiture classiche suonandole a quattro mani con il padre. «Trascrivere è appropriarsi anche spiritualmente dell’opera. Si è sempre fatto: da Bach, che per tutta la vita ha trascritto sé stesso, a Mahler che assimilò cose popolari in un contesto sinfonico. Ha però un senso quando implica l’analisi, altrimenti, come in Respighi, diventa manierismo. Anche se, poi, è proprio questa nostra cultura analitica che ha finito per portare al colonialismo culturale occidentale, perché con i nostri mezzi di analisi tendiamo ad appropriarci delle cose degli altri».

REMEMBERING THE FUTURE- Gli feci a quel punto osservare come lo spirito del concerto aostano rimandasse al titolo- “Remembering the Future”- di un ciclo di lezioni che nel 1993 aveva tenuto alla cattedra di poetica della Harward University di Cambridge. «E’ un concetto che mi affascina- confermò- Perché non credo alla linearità della Storia con relativa traumatica frattura ideologica tra passato, presente e futuro. Penso, piuttosto, che tra queste entità ci sia un continuo dialogo ». Proprio di questo dialogo si era nutrita la sua “ghiottoneria insaziata per un suono a venire” che negli anni lo aveva spinto a tentare sintesi inedite, ricorrendo anche a spericolate “contaminazioni” con la musica di consumo. A questo proposito mi confessò che nell’immediato dopoguerra con la musica leggera aveva avuto “un rapporto funzionale di sopravvivenza”. «Suonavo il piano nelle balere e facevo degli arrangiamenti di musica leggera che mi venivano pagati “a cottimo”. Uno di questi ha, addirittura, vinto un Festival della canzone napoletana». Per una nemesi storica era, poi, finito che negli anni ’60- affermatosi come avventuroso sperimentatore sonoro- Berio avesse affascinato proprio coloro che quella musica leggera avevano rivoluzionato: i Beatles. «Mi vollero conoscere a Londra all’epoca del loro massimo fulgore. Con loro per la prima volta la musica leggera si è aperta a svariate influenze: dalla canzone americana al jazz, dalla musica indiana a Wagner. Avevano delle antenne molto attente a tutto quello che succedeva nella musica. Al contrario di quanto succede oggi che la musica leggera è, nella maggior parte dei casi, chiusa in sé stessa in formule sterili. Soprattutto in Italia, dove vorrebbero chiamarla musica popolare contemporanea». Torniamo, quindi, alla lotta ipotizzata da Piero Rattalino tra le due muse: quella della musica seria e quella della musica leggera?, chiesi. Ma sono veramente in lotta? E chi sta vincendo? «Anche in musica la tendenza è ormai quella di seguire le leggi del mercato e le soluzioni facili. Specie in Italia dove, tranne eccezioni illuminate come la Scuola di Fiesole, le scuole musicali sono disastrate, e chi ha la responsabilità dell’educazione e della promozione musicale non si pone assolutamente il problema di incoraggiare le inclinazioni più nobili della gente. Perché, checché ne dica il Papa, i bisogni sono sempre indotti e non cadono dal cielo». Dove va oggi la Musica? «Va in tante direzioni diverse, per cui è importante che il musicista si faccia parte responsabile non subendo passivamente il disordine incontrollato. Perché sennò lo scollamento esistente tra la musica contemporanea ed il pubblico finirà per aumentare. Il titolo di un mio pezzo, “Points on the curve to find…”, si riferisce proprio alla difficoltà che la gente ha ad approcciarsi alla musica moderna: è come se i compositori continuino a tracciare dei punti che gli ascoltatori faticano sempre più a collegare. Ma è, anche, un invito al pubblico che si scuota da una pigrizia che in Italia è ormai arrivata a livelli degradanti».

C’ERA UNA VOLTA (5) Gli stage estivi in Valle d’Aosta dell’ORCHESTRA GIOVANILE ITALIANA

La musica italiana di domani avrà i loro occhi, le loro mani, la loro sensibilità”. Lo scrivevo all’inizio del millennio a proposito del centinaio di giovani musicisti che, tra il 1996 e il 2005, ogni estate venivano ad Aosta per l’annuale stage estivo dell’ Orchestra Giovanile Italiana(OGI). E’ stata una facile profezia, perché molti di loro sono effettivamente diventati dei protagonisti della scena musicale attuale. Come la  fiorentina Lorenza Borrani, per esempio. Quattordici anni, soavemente bionda, quando nel 1997 le feci una delle sue prime interviste, Lorenza suonava già benissimo il violino ed amava la Nutella ed il mare. «Con quelli del quartetto si va sempre in vacanza insieme all’isola d’Elba», confessò. Il quartetto d’archi in questione aveva un nome quanto mai azzeccato: ”Eine Kleine”. L’età media dei componenti (oltre a Lorenza, Paolo Lambardi, Stefano Zanobini ed Andrea Landi) era, infatti, di appena 16 anni. Quando suonavano, però, bastava chiudere gli occhi per dargliene molti di più. Stupefacente fu la prova di maturità interpretativa offerta il 29 agosto 1997 alla Biblioteca di Viale Europa in un programma che, oltre ad Haydn e Beethoven, comprendeva il “Langzamer Satz” di Webern, l’addio struggente ad un’epoca scritto nel 1905 alle soglie della dissoluzione tonale. Il miracolo si ripetè qualche giorno dopo con il “Quartetto Klimt” (con Edoardo Rosadini, viola; Alice Gabbiani, violoncello e Matteo Fossi, pianoforte) e l’acme emotivo dell’ “Andante cantabile” del “Quartetto op.47” di Schumann. Con Lorenza che passò con estrema naturalezza da un autore all’altro, da un clima emotivo all’altro. Il suo virtuosismo aveva, del resto, già incantato spettatori illustri come Uto Ughi ed il Presidente della Repubblica Scalfaro. Talento naturale? «Piuttosto anni ed anni di duro lavoro», aveva precisato il Maestro Piero Farulli, creatore della Scuola di Musica di Fiesole nella quale Lorenza era cresciuta. «Sono sempre a scuola di musica», ammise Lorenza. E gli scroscianti applausi finali sembrarono solo il pretesto per poter continuare a suonare con l’alibi dei bis. “Bella siccome un’angelo”, Lorenza “la Magnifica”, qualche anno dopo, conquistò anche gli spettatori aostani che il 28 luglio 2001 affollarono il teatro “Giacosa” di Aosta  per il concerto finale dell’Orchestra Giovanile Italiana diretta dall’allora ventottenne svizzero d’origine armena Luc Baghdassarian. Il lirismo, l’esuberanza, gli impeti virtuosistici del “Concerto per violino” di Mendelssohn trovarono, infatti, nella bionda toscana l’interprete ideale. «Quando suona Lorenza ci si dimentica dell’orchestra», esclamò, alla fine, una spettatrice. Quando suonava sul suo volto c’era la stessa gioia selvaggia che illuminava un po’ tutti i ragazzi dell’OGI susseguitisi in quegli anni: dal violista Edoardo Rosadini all’eterea flautista Ninoska Petrella, dal violinista Marco Scalvini alla contrabbassista livornese Anita Mazzantini, dai valdostani Joel Imperial (viola) e Fancesco Parini (trombone) allo spiritato oboista aretino Nicola Patrussi. Oltre all’indubbia bravura strumentale, quest’ultimo si segnalò, infatti, per l’irresistibile mimica facciale con la quale sottolineava i passaggi musicali durante i concerti. Un incrocio tra Totò e Marty Feldman che trovò molti estimatori nel pubblico aostano. Diplomatosi nel 1994 al Conservatorio di Firenze, Nicola studiava canto e prediligeva la musica del ‘900. «Al di là delle barriere dei generi musicali, amo con parsimonia tutta la musica di qualità.- mi confessò- Adoro, per esempio, Fabrizio De Andrè perché penso che la sua musica sia molto contestuale alle bellissime parole». E già, perché la musicalità di quei ragazzi non si limitava alla musica classica. Se ne accorsero anche i frequentatori di “Papà Marcel”, il locale aostano divenuto abituale punto di ritrovo notturno dei giovani musicisti, al punto che per alcuni anni divennero l’ “Orchestra di Papà Marcel”. Formidabili quegli anni per Aosta, che grazie a  questi ragazzi per qualche settimana  si trasformava in una vera e propria Università della Musica, acquistando quel respiro culturale europeo troppo spesso evocato solo a parole dai responsabili culturali locali. Grazie all’opera appassionata di docenti del calibro di Piero Farulli, Amedeo Baldovino, Milan Skampa molti aostani scoprirono il fascino discreto della musica da camera e la grande lezione dei quartetti e quintetti pressocchè scomparsi dai programmi concertistici locali. Grazie a direttori come Faja, Globokar, Pinzauti, Inbal, Ferro, Gatti e Berio si potè risentire ad Aosta un’orchestra sinfonica degna di tale nome con una pienezza sonora ed una precisione da veterani e l’entusiasmo e la freschezza di chi non conosce la routine. «Giovani strumentisti che si ascoltano, si appassionano e si divertono proprio come se stessero suonando in un grande quartetto», fu il commento, quanto mai azzeccato, di Pinzauti. Una stagione indimenticabile, purtroppo avvelenata, a livello locale, da meschine  polemiche sui costi dell’ospitalità dei ragazzi  (ridicole, visto quel che in Valle è successo dopo) che, però, alla lunga influirono sulla fine dell’esperienza.

I novant’anni di PIERO FARULLI, musicista, didatta, cittadino

2000- Piero Farulli e Daniele Gatti con l'OGI al Teatro "Giacosa" di Aosta

Mercoledì 13 gennaio Piero Farulli compie 90 anni. Artista ed educatore, è stato per trentadue anni la viola del mitico “Quartetto Italiano”, una delle più straordinarie formazioni cameristiche di tutti i tempi, formata nel 1947 con Paolo Borciani, Elisa Pegreffi e Franco Rossi. “I quattro cavalieri dell’arco”, “sedici corde, uno strumento solo”, “quartetto ideale”, “al piò grand ‘ed tott”: sono solo alcune delle etichette date al gruppo nei suoi trent’anni di vita, caratterizzati- come scrisse Leonardo Pinzauti- da «un’ininterrotto spirito di ricerca che li ha portati a preoccuparsi più del vero che del bello». Del Quartetto Farulli fu l’appassionata viola: «Salivamo sul palco come un altare laico- ricordava- Sentivamo la responsabilità di diffondere la conoscenza e l’amore della musica come una vera missione. Conservo immagini sonore che non mi lasceranno mai: l’attacco di un Beethoven a New York, un lento di Haydn ad Amsterdam, una pausa di un Webern a Tokyo fino ad un crescendo nelle Variazioni de “La Morte e la fanciulla” nell’ultimo concerto di Ivrea». Finita nel 1977 quest’avventura, Farulli si è dedicato anima e corpo alla “Scuola di Musica di Fiesole” (fondata nel 1974) ed all’Orchestra Giovanile Italiana(OGI) che, nel 1984, da questa è nata. «Sono degli strumenti- ha dichiarato- per realizzare la mia grande Utopia: che tutti sappiano che esiste una grande musica, che desiderino ascoltarla e possano comprenderla». Con questi “strumenti” è arrivato ad Aosta nel 1996 per portarvi lo stage estivo dell’OGI. E la rassegna “Aosta Classica”, che da quello stage è nata, gli deve molto. Fu grazie alla dolce ala della giovinezza (e bravura) del centinaio di musicisti che, fino al 2005, ogni estate arrivava in Valle per lo stage, che ad Aosta si risvegliò un interesse verso la musica classica ormai sopito da troppi concerti all’insegna della ritualità e della noia. Con la conquista di nuovi spazi (la musica uscì dalle sale da concerto per andare incontro alla gente) e nuovi repertori, come quello del grande sinfonismo mai più ascoltato in Valle. Un “pane” dispensato a piene mani ad una città come Aosta abituata alle “brioches” di manifestazioni basate solo sul richiamo dei grandi nomi. Anche se, per collaborare con l’OGI, arrivarono anche i grandi nomi: da Luciano Berio a Salvatore Abbado. E Krzysztof Penderecki, Daniele Gatti, Gabriele Ferro, David Geringas, Tatjana Vassileva…  Una piccola “rivoluzione” iniziata, guarda caso, un 14 luglio, lo stesso giorno in cui, nel 1789, con la presa della Bastiglia, scoppiò la Rivoluzione Francese. Non è, del resto, un caso che nel discorso per i suoi ottant’anni Farulli abbia parlato di “una cultura della Musica prospettata in una dimensione sociale”, rivendicando il primato della qualità (spesso retribuita con “compensi vergognosi”) sulla quantità. Un principio che aveva perorato perfino con Papa Giovanni Paolo II. «Quando venne a Fiesole- mi aveva raccontato- gli dissi: Santità voi avete in mano un grandissimo musicista, Palestrina, possibile che adesso nelle chiese italiane si sentano i chitarristi? E lui mi rispose: con Palestrina c’è poca gente, con le chitarre  tanta.» E’ lo stesso principio, gli avevo fatto notare, che fa sì che, mentre la sua Scuola continua a sfornare tanti buoni strumentisti, in Italia le orchestre si chiudano. «Io dico ai ragazzi: non cercatevi il lavoro sotto casa,- aveva risposto amareggiato- dovete venire per il piacere di far musica e la musica la si fa bene in tutto il mondo. E poi il suono italiano degli archi è molto importante. Anche Giulini ed Abbado lo reputano essenziale. Se fossi un direttore d’orchestra vorrei il 50% di archi di scuola tedesca e un 30% di suono italiano». Qual’è la differenza? «Guardi il cielo qui e guardi il cielo in Germania. Qui c’è più colore e calore».

 

Nel 1999 al "Giacosa" di Aosta con Adriana Verchiani, Pierluigi Thiebat e Luciano Violante

 

Nel 2002 a Rhemes Saint Georges Farulli applaude gli allievi dell'OGI

C’ERA UNA VOLTA (3) 14 luglio 1996: nasce “AOSTA CLASSICA”

Farulli-Salomone-Faja9614lugfarulliJung avrebbe, forse, parlato di “coincidenza significativa”. E’, comunque, simbolico che l’avventura della Scuola di Musica di Fiesole in Valle sia iniziata il 14 luglio, lo stesso giorno in cui, nel 1789, con la presa della Bastiglia, era scoppiata la Rivoluzione Francese. Rivoluzionaria, nel suo piccolo (e per la Valle), si è, infatti, rivelata anche “Aosta Classica”, la rassegna legata per dieci anni allo stage estivo della Scuola e dell’Orchestra Giovanile Italiana che ha fatto il suo debutto  proprio il 14 luglio 1996, con l’esecuzione alle Porte Pretoriane di Aosta del Quintetto per clarinetto di Brahms. Non è, forse, un caso che anche quella volta tutto sia partito “dalla strada”: invece di rimanere asserragliata nei luoghi deputati alla musica, Fiesole cercò, infatti, di andare incontro alla città proponendo concerti anche nella Piazzetta des Franchises, a Piazza Roncas, sotto i portici di Piazza Chanoux, all’Ospedale Regionale. I puristi, all’epoca, storsero Ogi96il naso nel sentire la “loro” musica contaminata dalle voci e dai suoni della vita di tutti i giorni, molti aostani capirono invece- forse per la prima volta- che quella musica nella loro vita non poteva mancare. Da quel 1996 la dolce ala della giovinezza (e bravura) del centinaio di musicisti che per dieci estati sono arrivati in Valle per lo stage, è riuscita a risvegliare ad Aosta un interesse verso la musica classica ormai sopito da troppi concerti all’insegna della ritualità e della noia. Era stato il musicista aostano Paolo Salomone a fare da “ruffiano” tra Piero Farulli, fondatore della Scuola e per trentadue anni viola del mitico OGICattedrale96“Quartetto Italiano”, e l’allora Sindaco di Aosta Pierluigi Thiebat, divenuto un convinto sostenitore dell’iniziativa. Un  merito lo ebbi anch’io consigliando a Salomone di affidarsi per l’organizzazione alla società “Opere Buffe” di Francesco Battisti, il cui apporto è stato fondamentale per la crescita di una rassegna che ha continuato a svilupparsi anche dopo essersi staccata dalla Scuola di Fiesole e dalla sua Orchestra Giovanile Italiana, tanto che quest’anno, raggiunta  la quattordicesima edizione, ha in cartellone nomi come James Taylor, Chick Corea, Gary Burton, Roy Paci, Ivo Pogorelich e tanti altri. Rimane, comunque, ineguagliabile l’emozione che il 19 luglio 1996 diede l’esecuzione della stravinskiana “Sinfonia di Salmi” in una Cattedrale di Aosta stracolma  ad opera dei 97 giovani dell’Orchestra Giovanile Italiana, diretti da Vinko Globokar, con il supporto del “Coro Polifonico di Aosta” e del “Coro Filarmonico Ruggero Maghini” . «Mi sono venuti i brividi» confessò un sacerdote presente. Emozione, fortunatamente, catturata in una videocassetta realizzata dalla Sede Regionale RAI della Valle d’Aosta diretta da Carlo Romeo.