C’ERA UNA VOLTA (14) GIULIO SCHIAVON: un grande artista bohemien senza la Rive Gauche

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Photo edited with http://www.tuxpi.comSi è concluso con le armonie vuote della “Gymnopédie n.1″ di Erik Satie il transito terrestre del pittore e scultore aostano Giulio Schiavon. Facevano da colonna sonora ad un filmato di Michelangelo Buffa che è stato proiettato durante il funerale dell’artista, tenutosi il 13 gennaio nel cimitero di Aosta, dopo che la mattina dell’11 un infarto lo aveva stroncato ad appena sessantatrè anni. Lo si è, così, visto intento a lavorare nel suo studio e, di sfuggita, fare uno di quei sorrisi che, come ha detto il cantautore Roberto Contardo, raramente concedeva.

1 Schiavon ok 456566 alle 00.18.39In suo onore Contardo ha concluso la cerimonia cantando “Lettera” di Francesco Guccini che parla del “lento scorrere senza uno scopo di questa cosa… che chiami… vita”. Come può esserlo per chi “starnazza e non vuole volare” e prende la vita “di striscio”. Non certo per Schiavon, che con la sua arte ha volato molto alto e uno scopo ce l’aveva: riuscire a far godere, attraverso le opere d’arte, la natura, così come, attraverso la natura, si può arrivare a godere le opere d’arte. Una specie di testamento artistico che Schiavon aveva affidato a Viviana Rosi, sua compagna per 25 anni, e che la scrittrice aostana, durante la cerimonia, ha letto commossa.

1 Schiavon 56566 alle 00.28.43Poi il silenzio ha interrotto  la musica che, come un liquido amniotico, aveva avvolto e nutrito la creatività di Schiavon. Oltre che sottofondo abituale del suo studio, era, infatti diventata parte integrante del suo processo creativo.

«Nei primi anni Novanta- mi aveva raccontato l’artista- lavoravo nello studio di Massimo Sacchetti che teneva sempre la radio accesa su RAI 3. Lì ho scoperto Sostakovic, che, con Puccini, è diventato il mio musicista preferito. Specie quello di certa musica da camera nella quale le tonalità dolci sono interrotte da aspre dissonanze

SCHIAVON Tarocchi 1 FB 163327_4847360313483_385661435_nIn un gioco di rimandi, il clima “parodistico e deformante” delle musiche predilette si era riflesso nelle sue opere, ispirandogli la deliziosa serie di opere-giocattolo incentrate sulla favola musicale “Pierino e il lupo” di Prokof’ev e, nel 1994, ben due mostre: “La belle excentrique” (inaugurata, al Caffè Nazionale di Aosta, da un concerto del duo pianistico Menegotto-Zanardo) e “Medrano”, tutta incentrata sui personaggi del circo (ospitata dalla Galleria Civica di Saint Vincent).

Musicalissime erano anche le opere che, nel novembre 2002, aveva esposto alla “Botteguccia d’Arte” di Aosta. Sia quando mostravano un ritorno al classicismo («..opere come la “Donna con mandolino” o la “Flautista” evocano gli angeli suonatori che popolavano le opere del Barocco bolognese della Controriforma»), sia quando esprimevano un netto rifiuto della cultura Occidentale, sentita, ormai, come “un serpente che si morde la coda”.

1 Schiavon 456566 alle 00.14.29La sua creatività, fattasi “meticcia”, si ispirava, quindi, alla Grande Madre Africa producendo totem, maschere e, soprattutto, strumenti musicali. «La passione per gli strumenti musicali- mi confessò- mi è venuta dalla scoperta della musica di Stephan Micus suonata con strumenti etnici di tutto il mondo. Adesso sogno una mostra con strumenti inventati da me che si possano suonare, magari in un grande concerto

1 Schiavon 56566 alle 00.12.07Alla base c’era, anche in questo caso, la voglia di gioco che ha attraversato tutta l’opera di Schiavon. Gioco apparentemente innocente, ma, in realtà, simbolo di lotta. Lotta contro forze ostili, contro paure e debolezze, contro un mondo con cui aveva un rapporto problematico che si rifletteva nella «sbeffeggiante assurdità» di sculture fatte di materiali poveri come  legni vecchi, pezzi di scarto ,assi tarlate e terrecotte. Rimandando, come ha scritto Viviana Rosi, «all’idea che solo il gioco ed il riso rendono possibile l’atto creativo».

1 Schiavon 56566 alle 00.12.19«Siamo in un momento di crisi.- mi aveva detto Schiavon- L’Occidente vive, ormai, solo di consumismo e rapporti umani inesistenti, per cui è destinato alla sconfitta. Per sfuggire a questa catastrofe non resta che l’Arte, l’unica cosa in grado di riscattare la nostra disastrosa condizione quotidiana.»

Gli ultimi anni erano stati caratterizzati da alcuni riconoscimenti da parte dell’amministrazione regionale che tra il 24 agosto e il 9 ottobre 2010 gli aveva organizzato l’ultima personale nelle scuderie del Forte di Bard. Nelle foto dell’inaugurazione Schiavon appare minato dal cancro che lo ha consumato per quattro anni e sempre più lontano da “Il rumore del mondo“, che, beffardamente, fu il titolo della mostra.

«E’ stato un grande artista in una realtà provinciale.- ha concluso Viviana Rossi- Un bohemien senza la Rive Gauche.»

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STEVE LACY: il sax soprano è come una moglie, meglio averne una sola

Steve Lacy (23 luglio 1934 – 4 giugno 2004), nato Steven Norman Lackritz, è stato un grande sassofonista jazz ed un grande uomo. Ripropongo l’intervista che ebbi la fortuna di fargli nel dicembre 1994  e il filmato della stessa realizzato da Michelangelo Buffa.

LO PRESTI Gaetano e SteveLacy bn

Al Festival “Noir ‘94” di Courmayeur è stato un “mistery” anche la presenza del grande jazzista Steve Lacy. Gli organizzatori hanno, infatti, sventatamente piazzato il sassofonista in coda ad una mondana cerimonia di premiazione iniziata in grave ritardo e proseguita al rallentatore. Era, d’altronde, prevedibile che l’obliqua musica dell’americano, esibitosi col pianista Ran Blake, potesse non risultare gradita ai numerosi invitati accorsi al Centro Congressi più per verificare il lifting di Michele Placido o sbirciare la scollatura di Maria Grazia Cucinotta che per ascoltare la stralunata versione di “Take the A train” con cui Lacy ha concluso la serata. Un’esibizione sfortunata per un musicista abituato a ben altri cimenti. «Alla fine degli anni 50- ha ricordato- a New York mi esercitavo con Sonny Rollins sotto il ponte di Williamsburg dove c’era molto rumore a causa del passaggio di barche, aerei, elicotteri, treni e  auto. Era un ottimo esercizio perché dopo è stato facilissimo suonare nel silenzio. Anche sabato scorso ho suonato in un pub inglese molto rumoroso dove nessuno stava a sentire…ed ho suonato molto bene». Questo ironico provocatore è anche il jazzista che ha inventato lo stile del moderno sax soprano, facendolo amare perfino ad un certo John Coltrane: «Gliel’ho fatto scoprire nel 1960. Subito mi chiese che tonalità avesse, due settimane dopo lo suonava già in pubblico». Come mai sempre e solo sax soprano? «Perchè ti dà tanti problemi, ma ha anche tante possibilità. E poi è un pò come prendere moglie: meglio averne una sola». Qual è il suo rapporto con il cinema? «Mi interessa molto per la possibilità che ha di stimolare la fantasia dei musicisti grazie al ritmo della storia ed alla direzione che prendono gli avvenimenti del film. Rispetto agli anni ‘40 e ’50, nel Noir adesso manca po’ di sentimento e c’è, invece, troppa violenza. Questo è un campo che la musica deve ancora sperimentare, come sono pure da scandagliare tutte le possibilità dell’elettronica».

La mia intervista filmata da Michelangelo Buffa

Love is …BLEY- Intervista alla jazzista Carla BLEY

1996-CarlaBley bn filter 1L’11 maggio 1936 è nata a Oakland, in California, Carla Bley, una delle migliori compositrici, arrangiatrici e bandleader jazz. Nata Borg, ha preso il cognome del primo marito, il pianista Paul Bley, conosciuto nel 1957 nel celebre locale “Birdland” di New York, dove lavorava come “cigarette girl”. Fu lui ad incoraggiarla a comporre. Dopo alcune collaborazioni con George Russell e Jimmy Giuffre, la sua carriera decollò con la nuova relazione, artistica e personale, con Michael Mantler (da cui ha avuto la figlia Karen, anche lei jazzista). Con lui nel 1965 fondò la “Jazz Composer’s Orchesra“, con la quale nel 1971 pubblicò la storica opera jazz “Escalator over the hill” che catturò molte delle migliori energie creative di quegli anni, spaziando dalla musica teatrale di Kurt Weill al free jazz, dal rock alla world music. Basti pensare che nel cast comparivano musicisti come Gato Barbieri, Jack Bruce, Don Cherry, Charlie Haden, Don Preston, John McLaughlin, Enrico Rava, Linda Ronstadt e Paul Motian. Ho intervistato la Bley il 28 ottobre 1998, in occasione del primo appuntamento della rassegna “Aosta Jazz”. 415ThqiwOwL__SL500_AA240_In quell’occasione si divertì a scattare foto con una delle prime macchine digitali. Ne scattò una anche a me che ha, poi, pubblicato nel libretto del Cd “Are we there yet?” del 1999. Ecco uno stralcio dell’intervista che le feci:

… Jazz è anche un batuffolo di capelli biondi con frangetta. Jazz sono due mani ossute che zampettano su una tastiera. Jazz sono un paio di vezzose calze a strisce bianconere. In poche parole, jazz è Carla Bley, la pianista e compositrice americana che il 28 ottobre, in occasione del primo appuntamento di “Aosta Jazz”- ha soggiogato lo strabordante pubblico accorso alla Biblioteca di Viale Europa con una musica impalpabilmente eterea (anche se meticolosamente costruita), orecchiabilmente complessa, speziata di ironia e sublimato divertissement. Con lei c’era il bassista elettrico Steve Swallow con il quale vive da anni uno dei più fecondi “menage à trois” della storia della musica: lei, lui ed il jazz. «La musica che scrivo normalmente per Big Band è molto “chiassosa” -ci ha detto la Bley – per cui in questo momento mi piace di più la leggerezza della musica fatta in duo. E poi è un ritorno alle radici del jazz quando i musicisti si esibivano da soli o in piccole formazioni». Tra le “happy songs” presentate ad Aosta (tutte composte dal duo con l’eccezione di “Lost in the stars” di Kurt Weill) un paio erano dedicate ad autori classici: Mozart e Satie (“Satie for two”, ironica parodia di “Tea for two”). E’ segno di un rinnovato interesse verso la musica classica? «L’unica relazione con la musica classica europea è mio padre che era maestro del coro ed organista nella chiesa di Oakland dove sono nata. La musica di Satie mi ha comunque influenzata anche perché da ragazzina registrai dalla radio la sua “Parade”; poi l’apparecchio si ruppe e, prima di riuscire a ripararlo, ascoltai quel brano un sacco di volte». La musica suonata stasera in duo è, inevitabilmente intima, ma, osservai, la Bley donna-orchestra esce comunque fuori negli arrangiamenti e quando suona il piano… «Certo- scherzò lei, con un’eloquente mimica- Ho dieci dita per cui le prime tre sono tromba, trombone, sax, questa è la chitarra, questa è la batteria … e il mignolo è Steve»…

Il filmato dell’intervista a Carla Bley e Steve Swallow opera di Michelangelo Buffa