JUKEBOX (6)- “29 settembre” di LUCIO BATTISTI

1 Lucio_Battisti_brinda_con_l'Equipe_84,_che_festeggia_il_suo_settimo_compleanno_(7_dicembre_1969)

1 Battisti 5 alle 00.45.22Tutta colpa della “morale eteronoma”, avrebbe detto Freud. Quella che fa sì che un bambino rispetti regole, accordi e limiti solo se controllato da altri. Morale che a 7-8 anni dovrebbe lasciare il posto alla “morale autonoma”, controllata dall’individuo. “Dovrebbe”, perché, spessissimo, riaffiora anche dopo.

Quando gli ormoni urlano, per esempio. Basta, allora, che, quando si è soli al tavolo di un bar, una lei improvvisamente sorrida che ci si dimentichi di legami, vincoli, limiti. “E, ancora prima di capire, mi trovai sottobraccio a lei. Stretto come se non ci fosse che lei.”

1 29 settembre UnknownE’ la sbandata gioiosa, che si vive in uno stato di effervescenza stuporosa e stranita, per subito dopo rimuoverla quasi con incredulità (“mi son svegliato e, e sto pensando a te. Ricordo solo che, che ieri non eri con me”). E’ il tradimento raccontato da Mogol in “29 settembre”, con un testo magistrale in cui la realtà si frantuma e ricompone, alternando un tempo esterno ad uno interiore.

1 Battisti 2456565 alle 00.42.47Un piccolo trattato di sociologia dell’amore musicato nel 1966 dal ventitreenne Lucio Battisti con una capacità di introspezione psicologica eccezionale. «Quando sentimmo “29 settembre”, suonata da Lucio su un pianoforte in un ufficio della Ricordi in via Berchet,- ricorda Maurizio Vandelli- io saltai in piedi su una sedia e dissi: un momento, suonala di nuovo.” Registrata dall’Equipe 84 e dallo stesso Battisti (con un arrangiamento di Detto Mariano), la canzone venne, però, tenuta ferma fino a quando qualcuno (sono in molti ad attribuirsi l’idea) decise di utilizzare uno speaker della radio per fargli leggere un finto telegiornale che precisasse la scansione temporale del “prima” (29 settembre) e “dopo” (30 settembre) tradimento.

1 Battisti 456565 alle 00.45.15La versione dell’Equipe, pubblicata nel marzo 1967, fu il primo esempio di rock psichedelico italiano, anticipando di tre mesi addirittura certe soluzioni del “Sgt. Pepper” dei Beatles che ne è considerato il suo massimo esempio di sempre. La versione di Battisti, pubblicata nel 1969, sembra più debitrice al folk-rock, ma ha dalla sua l’interpretazione di Battisti che con la sua voce “tagliente come una lametta da barba” ne sottolinea ogni sfumatura.

La stessa che si può ascoltare, unplugged, nel corso di una partecipazione, nel 1969, a “Speciale per voi” di Renzo Arbore. Nel video Battisti accenna con maestria anche ad altri suoi successi dei primi anni avvalorando quanto ha sempre sostenuto: «Fra la canzone che incido io e quella che faccio incidere c’è la stessa differenza che esiste tra un bacio dato e uno spedito per posta o per telefono.»

29 SETTEMBRE

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OGGI 29 SETTEMBRE…

Seduto in quel caffè io non pensavo a te….

Guardavo il mondo che girava intorno a me…

Poi d’improvviso lei sorrise. E ancora prima di capire

Mi trovai sottobraccio a lei, stretto come se non ci fosse che lei.

Vedevo solo lei e non pensavo a te…

E tutta la città correva incontro a noi.

Il buio ci trovò vicini  Un ristorante e poi 

Di corsa a ballar sottobraccio a lei

Stretto verso casa abbracciato a lei

Quasi come se non ci fosse che,

Quasi come se non ci fosse che lei.

OGGI 30 SETTEMBRE…

Mi son svegliato e, e sto pensando a te.

Ricordo solo che, che ieri non eri con me…

Il sole ha cancellato tutto, di colpo volo giù dal letto

E corro lì al telefono

Parlo, rido e tu.. tu non sai perché

T’amo, t’amo e tu, tu non sai perché

Parlo, rido e tu, tu non sai perché

T’amo t’amo e tu, tu non sai perché

Parlo, rido e tu, tu non sai perché

T’amo, t’amo tu, tu non sai perché

LUCIO BATTISTI ricordato a Saint-Vincent da Alberto Radius e Audio2

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1 Battisti I(by gaetano lo presti) MG_2242Il primo giugno 2013 il chitarrista romano Alberto Radius ha compiuto 71 anni, più di cinquanta dei quali passati a suonare coi migliori musicisti italiani e stranieri: da Adriano Celentano a da Stevie Wonder, da Franco Battiato a quel Lucio Battisti che proprio quella sera ha ricordato nel corso del concerto finale della Saison Culturelle.

A settanta anni dalla nascita e 15 dalla morte del cantautore reatino, al Palais Saint-Vincent ne hanno, infatti, interpretato alcuni successi i suoi cloni vocali Audio2 e, appunto, Radius, che, coi Formula Tre, è stato l’unico ad aver accompagnato il cantautore reatino dal vivo nelle storiche tournée del 1969 e 1970. Molti dei pezzi suonati al Palais li avevano interpretati proprio in quelle venti date: da “Il tempo di morire” a “Non è Francesca”, da “Un’avventura” ai grandi successi scritti appositamente per loro.

Lucio Battisti coi Formula 3 IMG_2101Il primo, “Questo folle sentimento”, nel settembre 1969 fu, tra l’altro, il primo 45 giri pubblicato dalla casa discografica “Numero Uno” fondata da Battisti con Mogol. «L’avevo conosciuto quando avevo 12 anni, ad un festival di gruppi scolastici a Roma.- racconta Radius- Ci siamo, poi, ritrovati nel 1969 a Milano. “Ho aperto una casa discografica ed ho un pezzo della Madonna”, mi disse. Era “Questo folle sentimento”, che, arrangiato con un sound progressive, divenne la sigla finale del Festivalbar e lanciò i Formula Tre. Come chitarrista Lucio non era nulla di eccezionale, però ci dava che ci dava. Arrivava a casa mia con la chitarra, mi faceva sentire un pezzo, ed io gli dicevo: è troppo semplice, dallo ai Camaleonti . Anche “Eppur mi son scordato di te” era una canzonetta, gli abbiamo, però, dato un tocco rock, e il riff iniziale è diventata la sigla con cui comincio sempre i nostri concerti

Ma i ricordi di Radius spaziano anche su altri protagonisti della musica mondiale, a cominciare dal leggendario Jimi Hendrix. «Quando, nel maggio 1968, venne a suonare a Milano gli fermarono gli strumenti alla dogana, sembra per cercare la droga, per cui mi chieserodi prestargli l’amplificatore. Avendo una serata vicino Milano, glielo lasciai sul palco. Quando, alla fine, tornai per recuperarlo gli strinsi la mano e lui mi disse delle cose in inglese che non capii. Nella confusione gli fregarono il wah wah che, in seguito, sono riuscito a recuperare. L’ho usato per anni e adesso è oggetto di culto.»

1 Battisti (by gaetano lo presti( IMG_2241A Saint-Vincent Radius ha suonato in quartetto con Enrico Bianchi (tastiere e voce), Alfredo Vandresi (batteria) e Ciro Di Bitonto (tastiere), il gruppo con cui continua a portare in giro per il mondo (ultimamente sono stati in Giappone) la musica progressive dei Formula 3, ma, anche, del gruppo formato successivamente, Il Volo, e dei suoi album solistici di cui al Palais ha interpretato pezzi come “Nel ghetto” e “Che cosa sei?”.

Gli altri protagonisti della serata sono stati gli Audio2, gruppo, formato dai napoletani Giovanni Donzelli e Vincenzo Leomporro, impostosi negli anni Novanta per alcune belle canzoni (interpretate anche da Mina) e la straordinaria somiglianza della voce di Donzelli con quella di Battisti. Dopo le canzoni scritte con Mogol, nel 2009, per l’album “Mogol/Audio2”, il processo di avvicinamento al loro indubbio modello si è concretizzato a Saint-Vincent con l’interpretazione piuttosto calligrafiche di alcuni suoi successi e versioni delle insolite “Non è un canto brasileiro” e “Il rinoceronte”.

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SCALETTA

Albero Radius e FORMULA TRE
Questo folle sentimento

Eppur mi son scordato di te

Non è Francesca

Dies irae

Il nastro rosa

Che cosa sei?

Un’avventura

Il respiro di Laura

Nel ghetto

AUDIO2

Il mio canto libero

Ancora tu

Perchè no?

Arrivederci

L’aquila

Anche per te

Non è un canto brasileiro

La luce dell’Est

La collina dei ciliegi

Il rinoceronte

Una donna per amico

Sono le venti

Acqua e sale

INSIEME nei BIS

La canzone del sole

Il tempo di morire

PFM canta DE ANDRE’ all’Aosta Sound Fest

«Fabrizio si convinse solo quando ascoltò le registrazioni del tour. Belin, esclamò, ma la gente sentiva questo? Ah bè, adesso ho capito.» A raccontarlo è Franz Di Cioccio, batterista e cantante della Premiata Forneria Marconi che, nel 1978, fu quello che propose a Fabrizio De André di andare in tour col gruppo e nuovi arrangiamenti delle sue ballate. Ne nacquero due dischi, “Fabrizio De André in concerto vol.1 e 2”, che sono entrati nella storia. Al punto che nel 2004, in occasione del venticinquennale del tour, il gruppo ha messo su lo spettacolo “PFM canta De André”, che, dopo essere stato ospite della Saison Culturelle 2007, il 15 giugno è approdato allo stadio Puchoz di Aosta nell’ambito dell’Aosta Sound Fest.

«Ho convinto Fabrizio- ci ha raccontato Di Cioccio- che, al di là del cantarle con la chitarra, le sue canzoni avevano potenzialità musicali che siamo riusciti a sviluppare adattando a ciascuna una diversa scenografia sonora che desse ancora più senso alle sue parole. Si va dal minimalismo alla parte più elettrica che in De André era assente. Con il culmine di “Amico Fragile” che è il pezzo che preferisco.» Ha incontrato delle resistenze? «Fabrizio non aveva mai affrontato il pubblico, per cui aveva un certo timore di confrontarsi con noi che avevamo alle spalle migliaia di concerti anche all’estero. Ma, alla fine, si è lasciato affascinare dall’idea e sono nati gli album che tutti conoscono.» Non poteva essere altrimenti con gente come Di Cioccio, Franco Mussida (chitarra) e Patrick Djivas (basso) che ad Aosta sono stati affiancati da Lucio Fabbri (violino e chitarra), Alessandro Scaglione (tastiere) e Roberto Gualdi (batteria).

Alle spalle, infatti, oltre all’esaltante esperienza di protagonisti del progressive europeo, avevano una lunga gavetta cone session men di lusso artefici del suono dei dischi storici di Mina, Lucio Battisti e dello stesso De André (“La buona Novella”). «Venivamo chiamati perchè non eravamo semplici esecutori ma partecipavamo attivamente con proposte di arrangiamento. Tra i frutti del nostro sound ci sono “La canzone del sole” e l’album “Amore non amore” di Battisti, il disco strumentale frutto del suo innamoramento per il nostro suono progressive. E’ per questa capacità di dare l’impronta del pezzo fatto a mano, artigianalmente, che ci siamo chiamati Premiata Forneria Marconi

Pur avendo superato da tempo la sessantina, il nucleo storico del gruppo continua a dimostrare che il tempo è un’optional quando si dispone di un DNA musicale come il loro e della “piscina di Cocoon” di un repertorio prezioso, che spazia dagli album del periodo progressive al progetto “PFM in Classic in cui rileggono composizioni di grandi compositori classici. «La mia amica Fernanda Pivano mi diceva che le persone sono giovani quando hanno un progetto e sono curiose. La vera piscina di Cocoon è la curiosità che ti fa suonare qualsiasi cosa a qualsiasi età.» 

PIETRUCCIO MONTALBETTI presenta “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” al Gressoney Walser Festival

Il dik dik è un’antilope africana che si caratterizza per il naso mobile che le permette di fiutare il cibo a distanza ed i grandi salti
che compie quando corre. Caratteristiche che hanno distinto anche l’omonimo gruppo pop italiano che tra il 1965 e la metà del decennio successivo è stato uno dei protagonisti della scena musicale italiana grazie anche al “fiuto” nello scegliere cover epocali come “Senza luce” e “Sognando la California”. “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” è anche il titolo del libro che il loro storico chitarrista Pietruccio Montalbetti ha presentato la sera del 24 agosto in Piazza Umberto I per il Gressoney Walser Festival.

Anima irrequieta, l’artista milanese ha da qualche anno affiancato alla musica la passione per le avventure di viaggio. I “grandi salti” del dik dik lo hanno spinto ad attraversare in solitaria la foresta amazzonica, spingersi sulle Ande e l’Himalaya, visitare l’India. Ha cominciato anche a scalare, e nel gennaio di quest’anno ha raggiunto i 5895 metri del Kilimangiaro. «Il mio libro- ha detto Montalbetti- racconta questa avventura, ma nel cassetto ne ho pronti altri otto che ne raccontano altre che anticipo con alcune foto.» Al suo prossimo “folle progetto”, scalare l’Aconcagua, non è estranea Gressoney Saint-Jean. «Da 5-6 anni- ha aggiunto, infatti- ho una casa in affitto in questo posto che trovo delizioso. Siccome quella africana è una montagna un pò più ostica, mi sto facendo consigliare da alcuni montanari della zona.»

La serata si è articolata come un recital in cui Montalbetti ha parlato del libro, ma, anche, del suo passato musicale, che ha rinfrescato cantando alcuni successi accompagnato da un gruppo acustico. Il ricordo più vivo e partecipato è stata, indubbiamente, la sua amicizia con Lucio Battisti. «L’ho conosciuto nel novembre 1965 nella sala di registrazione dove stavamo facendo il nostro primo provino. – ha raccontato- L’ho reincontrato il 24 dicembre e, visto che era solo, l’ho invitato alla cena di Natale a casa mia. Si è, così, creato un sodalizio tra me, mia mamma e mio fratello Cesare, che a lungo è stato il suo fotografo ufficiale.Gli volevo così bene che quando mi faceva sentire le prime canzoni, e mi chiedeva: A Pietrù te piacciono?, dicevo sempre che erano belle anche son era vero. Come la prima, “Se rimani con me”, che fu il retro del nostro primo 45 giri. Poi è arrivato Mogol che è riuscito a tirare fuori il meglio da lui, che ha creato un mondo musicale meraviglioso senza mai copiare niente e nessuno.» Lo dice con affetto e l’entusiasmo di chi dopo quasi mezzo secolo di attività è ancora innamorato della musica. «Rimane sempre la cosa più importante per me.- ha confermato- Queste avventure non mi danno ispirazione, ma mi permettono di vivere in modo più tranquillo e sereno.»   

Stop alla messa in onda de “Il paradiso non è quì”, cantata da Ron al Premio Mogol 2011, da parte della vedova Battisti

In attesa che la sera del 23 giugno venga messa in onda su Rai1 la registrazione della serata finale del Premio Mogol tenutasi al Teatro Romano di Aosta il 14 giugno, scoppia un caso su ‘Il paradiso non e’ qui‘, l’inedito di Lucio Battisti che ad Aosta è stato interpretato magistralmente da Ron con Beppe Barbera al piano. La vedova di Lucio Battisti, Grazia Letizia Veronese, ha chiesto, infatti, alla Rai di non trasmettere quello spezzone.

E’ l’ennesima azione protezionistica nei confronti dell’immagine e dell’opera del marito che la signora Veronese porta avanti, e che ha, finora, portato al blocco di iniziative, cover e pubblicazioni di CD e DVD. «Per legge dobbiamo attenerci alla volonta’ degli eredi di Lucio Battisti- spiega il capostruttura di Rai1 Michele Bovi- Se dalla famiglia non arrivera’ l’autorizzazione a mandarla in onda taglieremo la parte in cui Ron canta “Il paradiso non e’ qui”.»

 Indispettita la reazione di Giulio Mogol Rapetti che della canzone aveva scritto il testo alla fine degli anni Settanta. «Quel brano – racconta Mogol – doveva far parte dell’album ‘Una giornata uggiosa’, l’ultimo che abbiamo fatto insieme. Poi ne rimase fuori e non se ne fece piu’ nulla. Battisti l’aveva cantata in un provino che circola liberamente su Internet.Non capisco questa idea di soffocare una canzone che se non e’ un successo non e’ niente. Ho gia’ deciso che, se mai sara’ possibile pubblicarla, devolverò tutti i proventi in beneficienza. Se la signora Battisti accetta, regaliamo una canzone meravigliosa agli italiani.»                                                                        

BRUNO LAUZI: il piccolo grande poeta che sapeva cantare d’amore

Un po’ se lo sentiva. E Bruno Lauzi ne esorcizzava lo spettro con l’ironia. «Noi cantautori della vecchia guardia non abbiamo vita lunga- mi aveva detto- Nessuno ha superato i 73 anni di Umberto Bindi. Comincio a preoccuparmi perché siamo rimasti io e Gino Paoli, e, dato che l’erba grama muore per ultima, tocca morire prima a me.» Purtroppo c’aveva azzeccato: Lauzi è, infatti, deceduto il 24 ottobre 2007 nella sua casa di Peschiera Borromeo. Aveva 69 anni («sono nato l’8 agosto 1937- chiosava- lo stesso giorno, mese ed anno di Dustin Hoffman. Ogni nazione ha quello che si merita»). Ha lasciato un mucchietto di canzoni del calibro di “Ritornerai”, “Il poeta”, “L’appuntamento”, “Almeno tu nell’universo” e “Piccolo uomo”. «La mia generazione- spiegava- aveva l’onestà di scrivere canzoni perché ne sentiva l’esigenza e non per fare i soldi, ed è proprio questa sincerità che fa sì che vengano ancora cantate. Quello che dovevo scrivere l’ho scritto, ho un cassetto pieno di belle canzoni nuove, ma non me le pubblicano».Deluso dall’industria discografica («non mi andava di servire dei servi sciocchi», ripeteva), negli ultimi anni si era, infatti, dedicato alla scrittura di libri di poesia e narrativa. Tra questi “Il caso del pompelmo levigato”, un giallo filosofico pubblicato per Bompiani.«Su “Il Foglio”- mi aveva raccontato felice durante un indimenticabile pranzo- è uscita una recensione che lo definisce un caleidoscopio, perché per gli eccessi di fantasia che ci sono dentro il termine romanzo gli sta troppo stretto.» Lo aveva presentato a Pont-Saint-Martin, dove il 10 settembre 2005 l’avevo chiamato per un omaggio a Lucio Battisti, nel settimo anniversario della morte. Quel Battisti che gli aveva detto: “tu sei l’unico che canta le mie canzoni facendole sue”, promettendogli che, se un giorno si fosse interrotta la collaborazione con Mogol, sarebbe stato lui a sostituirlo. A Pont-Saint-Martin aveva ritrovato l’amico Elio Bertolin di Arnad, che con Lauzi condivideva il morbo di Parkinson. Nell’attesa che si avverasse il sogno di “potere, un giorno non lontano, prendere a schiaffi Mister Parkinson. A mano ferma”, lo esorcizzava continuamente con l’umorismo che ha insaporito tutta la sua vita. «Adesso- scherzava- non posso più suonare la chitarra, ma vado benissimo alle maracas.» Era una delle tante cicatrici che la vita gli aveva arrecato. «Nonostante tutto continuo a credere profondamente nella vita.- mi aveva confessato- E a ripetere che ognuno di noi, anche se è un personaggio da poco che, magari, ha vissuto una vita da poco, deve esserne felice. In fondo questa vita è tutto quello che abbiamo, e l’alternativa sarebbe non esserci. Anche se diventassi cieco, sordo e muto, senza gambe e senza braccia, non buttatemi via. Usatemi come fermaporte, ma non buttatemi via!» Chissà se l’ultimo viaggio lo ha fatto, come prevedeva, in ascensore con Dio. «Gli chiederò: lei dove va? All’ultimo piano. E lei? Oltre.»


L’”attempato e ignorante” EDOARDO BENNATO vince il PREMIO MOGOL 2010

“Non farti cadere le braccia”, Edoardo Bennato, se la canta e se la suona spesso. Anche perché di motivi per farle cadere (le braccia, ma non solo quelle) il mondo gliene fornisce parecchi. Lo si è capito dalla rabbia affiorata nel corso della chiacchierata fatta al Teatro Romano di Aosta il 3 giugno in occasione del “Premio Mogol 2010” da lui vinto con “E’ lei” (ex aequo con Simone Cristicchi). «Il vero ottimista- ha spiegato- è chi analizza con freddezza, e non con cinismo, la situazione. Perché solo da un’analisi precisa possono nascere i presupposti per essere propositivi. E’ anche per questo che, dopo quella in architettura, sto prendendo la laurea in scienze politiche. Nelle mie canzonette faccio poesia  partendo, però,  da fatti circostanziati e ogni parola ha un preciso significato. Prendi il finale di “E’ lei” dove canto “lei che parte da zero, lei che passa di qua in un mondo confuso dalla sua civiltà, tra chi invoca i diritti su una terra promessa (gli ebrei: n.d.r.) e chi invoca vendetta verso chi gliel’ha tolta (i palestinesi: n.d.r). All’origine di questa situazione c’è qualcosa che non va, come, del resto, qualcosa di sbagliato c’è alla base dell’attuale situazione socio-politica che tende a dividere gli italiani, e sulla cui genesi ironizzo in “C’era un re”. Il principe di Metternich, sostengo, non aveva torto quando, agli inizi dell’Ottocento, diceva che l’Italia era “un’espressione geografica”. Sono passati 150 anni, ma nel 60-70% della popolazione lo Stato è ancora visto come tiranno e le forze dell’ordine come suoi strumenti vessatori. E’ a causa di questa mentalità che le basi del progresso civile sono minate dal crescere del cancro di un’entità alternativa che in certe zone dell’Italia “difende” i cittadini dallo Stato. Si spiega, così, il perché chi ha cercato di governare l’Italia abbia finito per farsi male: Mussolini si è fatto male, Craxi si è fatto male e Berlusconi tanto bene non sta. Sono verità che fanno male, per cui mi sono ritrovato con questo Ernesto Galli della Loggia, uno storico che è nel comitato per i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità italiana, che in un articolo su “Style” mi ha definito attempato, nostalgico dei Borboni e grande ignorante.» Alle critiche feroci Bennato è abituato fin dagli esordi, quando, proprio dopo la pubblicazione del Cd “Non farti cadere le braccia”, il direttore della Ricordi lo invitò a cambiare mestiere. «Allora, con chitarra e tamburello a pedale, mi misi per strada, a Roma, in un posto strategico dove passavano i giornalisti rampanti di “Ciao 2001”, tra cui Dario Salvatori. Furono loro a mandarmi al Festival di  Civitanova Marche, dove, ai tempi supplementari, la lobby politico culturale mi diede la patente di rappresentante dell’insoddisfazione giovanile. Questo fa capire quanto siano importanti i media: sono loro a presentare il prodotto alle masse che non scelgono quasi mai. Siccome, però, si tratta di un mondo spocchioso e supponente, così come te la danno, la patente te la tolgono. Così, quando cantai con la Nannini l’inno dei Mondiali di calcio 1990, uno di questi mi disse: avevamo grande stima di te, ma quando ti abbiamo visto sgambettare con la Nannini è crollato un mito. Non ho avuto mai vita facile, perché, non essendo schierato e dicendo cose al di sopra delle parti, posso essere pericoloso.» Cosa pensi del Premio Mogol? «E’ importante perché è l’unico modo di riscattarci dalla soggezione dalla musica rock angloamericana. I musicisti italiani sono ormai quasi sempre replicanti o cloni degli angloamericani, per cui le nuove generazioni più attente ed evolute ascoltano direttamente la musica angloamericana. Quello che può riscattare il sound italiano sono testi che dicano qualcosa.» Nel corso della cerimonia di premiazione del Premio Mogol Bennato ha anche raccontato la genesi della canzone “Il tempo di morire” di Lucio Battisti per spiegare alcune fonti d’ispirazione del cantautore di Poggio Bustone. «Quando conobbi Mogol con lui c’era anche Lucio, e, indicandolo, Giulio mi disse: “lo vedi questo: la prima canzone che mi ha portato l’ho cestinata, la seconda pure, alla terza abbiamo cominciato a lavorarci.” Questo per farmi capire che in questo mestiere bisogna essere molto umili. Con Battisti ci accomunava la cultura rock blues. Una volta gli prestai un album di John Hammond, che per me è il vangelo della musica blues, e lui lo ascoltò per un mese cambiando il suo modo di suonare la chitarra.La sua fortuna fu avere Giulio che gli scriveva testi che riuscivano a rendere l’energia di una musica che quando componeva cantava in finto inglese. Io, che i testi me li sono dovuti fare da solo, ho dovuto fare molta più fatica

MOGOL: il paradiso è qui’, in Valle d’Aosta

Al contrario di quanto recita il titolo di una delle ultime canzoni scritte con Lucio Battisti (“Il paradiso non è qui”), si può dire che per Giulio Mogol Rapetti  il “paradiso è qui”, in Valle d’Aosta. Da quando, infatti, la frequenta gli si sono aperte nuove prospettive umane e, soprattutto, professionali. In tre anni,per esempio, una cinquantina di musicisti valdostani hanno frequentato il suo “Centro Europeo di Toscolano (C.E.T.)”, una specie di Università della canzone nel cuore dell’Umbria, grazie ad altrettante borse di studio pagate dall’amministrazione regionale. Dal 2008, poi, la stessa finanzia il “Premio Mogol” che premia il miglior testo di canzone italiana dell’anno (i vincitori delle passate edizioni sono stati Jovanotti e Povia). Dal dicembre 2009 Mogol è anche direttore artistico della “Cittadella dei giovani” di Aosta, un centro di aggregazione giovanile costato circa 3 milioni di euro. Un intreccio sempre più stretto di rapporti umani e affari che lo hanno portato a prendere casa in Valle e, il 7 settembre 2009, ad entrare nella “Confrérie des amis de la Vallée d’Aoste” che annovera le personalità, italiane o straniere, che “con la loro presenza o la loro opera hanno conferito prestigio alla Valle d’Aosta“. L’altra faccia della medaglia sono le polemiche che hanno accompagnato questa escalation (http://patuasia.wordpress.com/2009/12/30/la-mia-valle-e-la-mia-banca/). A conferma di questo rapporto privilegiato con la regione, la sera del 29  aprile Mogol è stato protagonista, al Castello di Sarre, dell’incontro “Vita e leggenda di un mito”, inserito nel Festival “Babel”, in cui si è raccontato in un colloquio con Arnaldo Colasanti. «Qual è il segreto per scrivere canzoni come le tue?», gli ha chiesto quest’ultimo. «E’ semplice- ha risposto Mogol- Un autore deve confessarsi, perché raccontare le proprie emozioni dà  risultati molto superiori che il cercare di inventarle. Tutti viviamo storie ed emozioni simili, per cui, raccontandole, la gente finisce per riconoscervisi e le parole penetrano più facilmente e più in profondità. L’arte quando si sovrappone alla vita diventa un miracolo, perché la vita è un miracolo.» Come esempio ha portato la celebre “Anna”, scritta con Battisti nel 1970. «L’invocazione “Anna” (“Voglio Aaaa-nna”: n.d.r.) corrisponde al grido di dolore del bambino, quell’ahi che è l’espressione massima del dolore.» Dolore affiorato nelle sue parole quando ha ricordato l’amico Gianni Bella colpito da ictus il 10 febbraio scorso, appena tre giorni dopo aver finito di scrivere, con Mogol, il melodramma moderno “Storia di una Capinera”, tratto dal romanzo di Giovanni Verga. «Per fortuna non è stata lesa la parte destra del cervello, quella responsabile della creatività. Spero che si riprenda al più presto. Benaugurante è il titolo dell’ultima canzone che abbiamo scritto insieme: “Rinascimento”. E’ la canzone più bella che abbia scritto, la considero il mio nuovo “canto libero”.» Cos’è per te la libertà?, ha chiesto Colasanti. «La libertà è una conquista personale che poggia su valori come l’onestà, il rispetto degli altri e il coraggio, che è superare il pericolo di cui si è coscienti con lo slancio dell’ideale. Si è liberi solo quando si è coscientemente sereni, allora diventa un’ebbrezza, aprendo un’altra dimensione della vita.»