JUKEBOX (1)- MY FAVOURITE THINGS di John Coltrane

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myfavSe per la African Orthodox Church é diventato Saint John William Coltrane e per gli appassionati di jazz un mito, il sassofonista americano John Coltrane (nato ad Hamlet il 23 settembre 1926) lo deve molto a “My Favourite Things”, un valzerino in mi minore di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein contenuto nel musical “The Sound of Music” lanciato a Broadway il 16 novembre 1959.

Appena un anno dopo, il 21 ottobre 1960, Coltrane, che aveva da poco lasciato il quintetto di Miles Davis, lo registrò con il suo primo quartetto formato con il pianista McCoy Tyner, il batterista Elvin Jones ed il contrabbassista Reggie Workman.

coltrane-mft-1961Appassionato di musica modale di tutto il mondo, in particolare indiana, e di scale pentatoniche, Coltrane trasportò il brano dalla Salisburgo tra le due guerre, in cui é ambientato il musical, in un luogo a metá tra Asia ed Africa. Grazie all’evocativo timbro del sax soprano (fino ad allora poco usato nel jazz), alla ripetizione ossessiva di incisi ritmici ed alla dilatazione ipnotica del tempo, la serena canzone popolare, che la protagonista del musical canta alla Madre Badessa di un convento, si trasformò, così, in una “ipnotica danza orientale derviscia.”

john-coltrane-france-651Nonostante ciò la versione di Coltrane, pubblicata nell’ omonimo album del 1961, divenne un grande successo commerciale, al punto che, accorciata e divisa in due parti, fu pubblicata in 45 giri. Da allora, fino alla sua morte, divenne il canovaccio per una serie infinita di versioni in concerto (ne sono documentate su nastro almeno 45). “Questo valzer-spiegò Coltrane- è fantastico: se lo suoni lento, senti un elemento di gospel che non è per niente sgradevole; se lo suoni veloce, possiede altre innegabili qualità. E’ molto interessante scoprire un terreno che si rinnova a seconda dell’impulso che gli dai“.

Divenuta popolare come canzone natalizia per le immagini “invernali del testo, “My Favourite Things” ha conosciuto migliaia di altre versioni e in Italia è usata come colonna sonora del programma radiofonico Fahrenheit (Radio 3) che la trasmette in centinaia di versioni diverse.

MY FAVOURITE THINGS (LE COSE CHE AMO)

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Raindrops on roses and whiskers on kittens (le gocce di pioggia sulle rose e i baffi dei gattini)

bright copper kettles and warm woolen mittens (brillanti bollitori di rame e caldi guanti di lana)

brown paper packages tied up with strings (la carta da pacchi legata con dei laccetti)

these are a few of my favourite things (queste sono alcune delle cose che amo di più)

Cream-colored ponies and crisp apple strudels (ponies color crema e strudel di mele croccanti)

doorbells and sleigh bells and schnitzel with noodles (campanelli delle porte e campanelli delle slitte e la schnitzel con gli spaghetti)

wild geese that fly with the moon on their wings (oche selvatiche che volano con la luna sulle ali)

these are a few of my favourite things (queste sono alcune delle cose che amo di più)

Girls in white dresses with blue satin sashes (ragazze in vestiti bianchi con cinte di raso blu)

snowflakes that stay on my nose and eyelashes (fiocchi di neve sul mio naso e sulle mie ciglia)

silver-white winters that melt into springs (inverni argentei che mutano in primavere)

these are a few of my favourite things (queste sono alcune delle cose che amo di più)

When the dog bites (quando il cane morde)

when the bee stings (quando l’ape punge)

when I’m feeling sad (quando mi sento triste)

I simply remember my favourite things (mi basta ricordarmi delle mie cose preferite)

and then I don’t feel so bad… (e poi non mi sento così male…) 

La musica “in blue” di McCOY TYNER e Joe LOVANO

Dopo il concerto di George Benson a Fénis, la rassegna “Musicastelle in Blue”, inserita nel Festival “MusicaStelle”, si è conclusa il 2 agosto nella Piazza d’Armi del Forte di Bard con il trio del pianista McCoy Tyner con il sassofonista Joe Lovano. Il nome della rassegna deriva da “Blue Note” che è il locale di Milano che l’ha organizzata con l’Assessorato regionale al Turismo, ma è anche quello di una storica etichetta jazz. Non ci poteva, quindi, essere ospite migliore del settantaduenne Alfred McCoy Tyner che, tra il 1967 e il 1970, per la “Blue Note” ha pubblicato sette importanti album.

La sua fama è, però, legata agli anni tra 1960 e 1965 in cui visse la più affascinante avventura che musicista possa augurarsi grazie al sodalizio con il sassofonista John Coltrane. Fu lui a scoprirlo quando era un oscuro pianista di Philadelpia. Ed è stato per seguirne la tumultuosa evoluzione creativa e la maestosità dell’impasto sonoro del celebre quartetto che Tyner si è creato un pianismo dalle dimensioni orchestrali, in cui, oltre al volume sonoro, ha ampliato a dismisura profondità armonica, libertà ritmica e tensione melodica. Quando, però, Coltrane si avventurò nel free jazz Tyner non lo seguì. «Tutto quello che sentivo era un sacco di rumore.- ha spiegato- Non avevo nessun feeling con quella musica, e quando non ho feeling non suono

Da allora il suo astratto pianismo ha continuato a creare sconfinati orizzonti che, però, raramente hanno trovato esploratori spericolati come l’ascetico Trane. A questa razza sicuramente appartiene il cinquantasettenne sassofonista Joe Salvatore Lovano che in avventurosi territori musicali si è ripetutamente addentrato con gente come John Scofield, Paul Motian e Bill Frisell (con questi ultimi due si è esibito anche alla “Saison Culturelle”). Con Lovano, tre anni fa, Tyner ha formato un quartetto e registrato un un cd, “Quartet”, entusiasticamente accolti dalla critica.

Il perché lo si è capito nel corso del concerto di Bard,in cui i due erano accompagnati dai bravissimi Gerard Cannon (contrabbasso) ed Eric Gravatt (batteria).
 E’ stata, infatti, una serata per palati fini con musica eccelsa e solisti di classe superiore. Con un Tyner sia fisicamente che musicalmente più scarno di qualche anno fa: accanto ai tipici, tumultuosi, ritmi ed assoli, infatti, sempre più spazio hanno i “tender moments”, le pause liriche in cui la sua ineccepibile tecnica lascia affiorare la sensibilità ferita di chi ha tanto vissuto. Esemplare, a questo proposito, il soliloquio di “For all we know” in cui il pianista è stato in grado di distillare emozioni attraverso un vorticoso viaggio negli stili pianistici jazz (ragtime compreso). Finale con la ellingtoniana “In a mellow tone” e niente bis, troppo freddo e troppo tardi per uno della sua età.

STEVE LACY: il sax soprano è come una moglie, meglio averne una sola

Steve Lacy (23 luglio 1934 – 4 giugno 2004), nato Steven Norman Lackritz, è stato un grande sassofonista jazz ed un grande uomo. Ripropongo l’intervista che ebbi la fortuna di fargli nel dicembre 1994  e il filmato della stessa realizzato da Michelangelo Buffa.

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Al Festival “Noir ‘94” di Courmayeur è stato un “mistery” anche la presenza del grande jazzista Steve Lacy. Gli organizzatori hanno, infatti, sventatamente piazzato il sassofonista in coda ad una mondana cerimonia di premiazione iniziata in grave ritardo e proseguita al rallentatore. Era, d’altronde, prevedibile che l’obliqua musica dell’americano, esibitosi col pianista Ran Blake, potesse non risultare gradita ai numerosi invitati accorsi al Centro Congressi più per verificare il lifting di Michele Placido o sbirciare la scollatura di Maria Grazia Cucinotta che per ascoltare la stralunata versione di “Take the A train” con cui Lacy ha concluso la serata. Un’esibizione sfortunata per un musicista abituato a ben altri cimenti. «Alla fine degli anni 50- ha ricordato- a New York mi esercitavo con Sonny Rollins sotto il ponte di Williamsburg dove c’era molto rumore a causa del passaggio di barche, aerei, elicotteri, treni e  auto. Era un ottimo esercizio perché dopo è stato facilissimo suonare nel silenzio. Anche sabato scorso ho suonato in un pub inglese molto rumoroso dove nessuno stava a sentire…ed ho suonato molto bene». Questo ironico provocatore è anche il jazzista che ha inventato lo stile del moderno sax soprano, facendolo amare perfino ad un certo John Coltrane: «Gliel’ho fatto scoprire nel 1960. Subito mi chiese che tonalità avesse, due settimane dopo lo suonava già in pubblico». Come mai sempre e solo sax soprano? «Perchè ti dà tanti problemi, ma ha anche tante possibilità. E poi è un pò come prendere moglie: meglio averne una sola». Qual è il suo rapporto con il cinema? «Mi interessa molto per la possibilità che ha di stimolare la fantasia dei musicisti grazie al ritmo della storia ed alla direzione che prendono gli avvenimenti del film. Rispetto agli anni ‘40 e ’50, nel Noir adesso manca po’ di sentimento e c’è, invece, troppa violenza. Questo è un campo che la musica deve ancora sperimentare, come sono pure da scandagliare tutte le possibilità dell’elettronica».

La mia intervista filmata da Michelangelo Buffa

ROGER McGUINN: il fondatore dei “Byrds” unplugged ad Asti

McGuinn IMG_9578 blogMcGuinn IMG_9847 blog“Lampi, fuori nel buio temporale…” Come sia venuta all’astigiano Paolo Conte l’ispirazione per questa celebre canzone  l’ho capito la sera di domenica 5 luglio vedendo la Piazza della Cattedrale di Asti spazzata da un violentissimo temporale che ha seriamente minacciato di mandare all’aria il concerto del mitico cantautore americano Roger McGuinn programmato nell’ambito della rassegna “Asti Musica” diretta da Massimo Cotto. Quando, però, le speranze di ascoltare “The Founder of the Byrds”, come ama definirsi, sembravano ormai perdute, ecco che arrivava la notizia che il concerto si sarebbe svolto “unplugged” in un salone dell’oratorio. Lui, il settantasettenne James Roger McGuinn, e la sua Martin HD7 Roger McGuinn Signature Edition caratterizzata dalla presenza di due corde accordate in Sol (di cui la seconda un’ottava più alta) per riprodure il caratteristico stile “jingle-jangle” da lui creato con la 12 corde. Insieme, lui e la Martin, a ripercorrere le sue “back pages” musicali, che, poi, si sono confermate essere scolpite anche nella memoria del centinaio di persone accalcatesi nel salone. Tutte a trattenere il fiato per non perdersi una sola nota, tutte a intonare con lui le storiche “Turn! Turn! Turn!” e “Mr. Tambourine”, ma, anche “Ballad of Easy Rider” e “He’s was a friend of mine” da lui firmate con un certo Bob Dylan. Per non parlare di “Eight Miles High” che McGuinn ha definito un “incrocio di Segovia, Coltrane e Byrds” perché il suo virtuosistico stile chitarristico è riuscito a fondervi accenni di “Asturias” di Albeniz e la modalità di “India” di Coltrane. Alla fine pubblico in visibilio e McGuinn sorridente, vera e propria dimostrazione vivente del refrain di “My back pages” con cui aveva aperto la  serata: “Ah, but I was so much older then, I’m younger than that now.”

 

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Roger McGuinn canta ad Asti “Eight Miles High”

Roger McGuinn canta ad Asti “Turn Turn Turn”

Roger McGuinn canta ad Asti “Mr Tambourine Man”