JUKEBOX (19)- “Tarkus” di EMERSON,LAKE & PALMER

Emerson+Lake++Palmer

EPSON scanner ImageLa storia di Tarkus, gigantesca creatura metà armadillo e metà carro armato, è un un po’ la metafora di quella di Emerson, Lake & Palmer, il trio che, nel 1971, ne narrò le gesta nel secondo, omonimo, album.

Mitici entrambi, mentre Tarkus era una perfetta macchina da guerra, gli EL&P furono, tra il 1970 ed il 1979, una gioiosa macchina da musica. Apparentemente immortali, furono entrambi spazzati via dall’imprevista comparsa di miti meno mastodontici: la Manticora per Tarkus, il punk e la disco music per il rock progressivo, di cui gli ELP sono considerati uno dei gruppi più rappresentativi.

KeithArmadillo-facebook-cropped_zpse100e091Ci mise del suo anche il leader, l’istrionico tastierista Keith Emerson (Todmorden, 2 novembre 1944) che, con l’andar del tempo e dei dischi, divenne sempre più narcisista, annegando il gruppo in un mare di eccesso e kitsch, il che fece sì che la critica avesse buon gioco nell’identificare negli ELP la massima espressione degli aspetti degenerativi del progressive.

Come Tarkus (nato da un uovo posto ai piedi di un vulcano in eruzione) gli ELP erano, però, nati dal fuoco. Quello musicalmente creativo che, nel 1970, aveva portato Emerson a formare il supergruppo, facendovi confluire le influenze classiche e jazz dei suoi Nice, le atmosfere progressive dei King Crimson, di cui Greg Lake era il bassista e cantante, e l’energia devastante del giovane batterista Carl Palmer. Un fuoco che, nell’agosto 1970, aveva infiammato il pubblico del Festival dell’isola di Wight e Jimi Hendrix, che, se non fosse morto il 27 novembre, sembra avesse intenzione di unirsi al gruppo (si sarebbero, forse, chiamati HELP?).

Emerson+Lake++PalmerIl disco dell’armadillo (“Tarkus”) arrivò dopo quello con la colomba in copertina che li aveva lanciati, ed il suo successo permise la pubblicazione dell’album “Pictures at an Exhibition”, rifacimento in chiave rock dell’omonima opera pianistica di Modest Musorgskij, originariamente concepito come strenna natalizia allegata alla rivista “New Musical Express”.

“Tarkus” è il titolo della suite di oltre 20 minuti che occupava la prima facciata del 33 giri.

large_Tarkus2E’ divisa in 7 parti, tutte scritte da Emerson, eccetto “The Battlefield” (e, in parte, “Stones of Years” e “Mass”) scritta da Lake che fu anche autore dei testi.

«La scrittura di Tarkus fu molto accurata.- ha raccontato Emerson- Composi la suite sul piano verticale che avevo nel piccolo appartamento londinese dove vivevo, e la trascrissi su spartito, cosa che non molta gente faceva. Non la concepii come uno sfoggio di bravura, ma volevo, piuttosto, gettare un ponte. Cominciai conThe Eruption“, che descrive la nascita di Tarkus durante un’eruzione vulcanica. Quando Greg l’ascoltò disse: “Bene, è un bel preludio ad una canzone.” Non lo entusiasmò, invece, come pezzo a sé stante. Non era molto contento di suonarla perché pensava che fosse un pezzo troppo classico e troppo simile a quello che avevo fatto coi Nice. A Carl, invece, piacque

keith_emersonEra, d’altronde, stato su richiesta di Palmer che Emerson lo aveva composto in 5/4, un tempo, non facile da suonare, che destò le perplessità di Lake che non leggeva la musica. Si rischiò addirittura lo scioglimento del gruppo, e furono Palmer ed i manager a fare desistere Lake dalla decisione, anche perché ormai la sala di registrazione era stata pagata.

elp-786294«Mi ispirai al compositore argentino Alberto Ginastera. - ha spiegato Emerson- Ma cercavo anche un “muro di suono” come quello che voleva creare John Coltrane, uno dei miei idoli. Io ci arrivai con l’elettronica ed il sintetizzatore Moog che usavo dal 1969 e che era stato appena aggiornato in California.»

Pubblicato in Gran Bretagna il 14 giugno 1971, “Tarkus” fu l’album della definitiva consacrazione del gruppo, divenendo uno dei due soli dischi degli ELP ad entrare nella TOP 10 americana (l’altro è “Trilogy”), oltre che il loro unico numero uno in patria. Al primo posto in Hit Parade arrivò anche in Italia, dove “Eruption” fu utilizzato come sigla dal settimanale televisivo Rai “TV7”.

JUKEBOX (18)- “Burn One Down” di BEN HARPER

BenHarper

FfymSembra che il merito sia stato di Jimi Hendrix. Sarebbe stato proprio il guitar hero americano, apparsogli in sogno, ad indicare al cantautore Ben Harper (Claremont 28 ottobre 1969) la via musicale da seguire.

Il risultato fu il cd “Fight for your mind”, che, nel 1996, lo fece uscire dal circuito alternativo grazie ad una accattivante miscellanea di folk, delta blues, e afro-reggae che rielaborava, attualizzandola, la lezione della musica rurale americana.

1 Ben -2456593 alle 23.36.57Che, poi, l’apparizione di Hendrix possa essere stato facilitata dai fumi della marijuana sembra confermarlo uno dei pezzi migliori dell’album: “Burn One Down”. Tra riferimenti alla religione rasta, al reggae e alla Giamaica, nella canzone si parla, infatti, del rito di fumarsi un “joint”.

Ma Il brano ha anche un significato più generale di invito alla tolleranza verso i costumi degli altri, se questi non offendono o danneggiano. Musicalmente è basato su un ipnotico riff di chitarra acustica che, nella versione live del video, si intreccia con il pulsante e sorridente djembe di Leon Mobley.

BURN ONE DOWN (Fumarne un altro)

Let us burn one 
from end to end (Fumiamocene uno da un’estremità all’altra )


and pass it over
 to me my friend (e fallo arrivare anche a me amico )

Burn it long, we’ll burn it slow
(fumalo a lungo, ce lo fumeremo lentamente) 


to light me up before I go (per illuminarmi prima che me ne vada 
)





If you don’t like my fire 
then don’t come around (Se non ti piace il mio fuoco 
allora non venire da queste parti)

cause I’m gonna burn one down
(perché sto per fumamene uno)

yes I’m gonna burn one down 
(sì, sto per fumamene uno)

My choice is what I choose to do
(La mia scelta è ciò che io ho scelto di fare)

and if I’m causing no harm it shouldn’t bother you 
(e se non sto facendo nessun danno
la cosa non dovrebbe disturbarti.)

your choice is who you choose to be
(La tua scelta è chi hai scelto di essere)

and if you’re causin’ no harm then you’re alright with me 
(e se non stai causando danno allora sei a posto per me)

 

If you don’t like my fire 
then don’t come around (Se non ti piace il mio fuoco 
allora non venire da queste parti)

cause I’m gonna burn one down
(perché sto per fumamene uno)

yes I’m gonna burn one down 
(sì, sto per fumamene uno)

Herb the gift from the earth
(L’erba è un regalo della terra)

and what’s from the earth is of the greatest worth (e ciò che proviene dalla terra ha il massimo valore possibile)

so before you knock it try it first
(E allora prima di rifiutarla provala)

you’ll see it’s a blessing and not a curse 
(e vedrai che è una benedizione e non una sventura)

Remembering JIMI (HENDRIX) con il fratello LEON ed il clone RANDY HANSEN

«Mi frutterà più da morto che da vivo.» A dirlo a caldo dopo la morte di Jimi Hendrix fu, sembra, Mike Jeffrey, il suo ultimo manager, intuendo come il potenziale commerciale di un mito morto sia superiore a quello di un genio in attività. La retorica che ne sta edulcorando il quarantennale della morte, tende, infatti, a dimenticare che, quando il 18 settembre 1970 morì, il rapporto col grande pubblico del più grande chitarrista elettrico di sempre non era buono. Troppo faticoso stare dietro ai suoi sbalzi da abuso di droghe. Ancor più seguirne la crescente visionarietà della musica. Si spiegano, così, i fischi che il 6 settembre lo avevano sommerso nel suo ultimo concerto, a Fehmarn, in Germania. Meglio, molto meglio, allora, cristalizzarne il ricordo in una valanga di dischi postumi che rischiare di deludere i milioni di fans folgorati dall’Hendrix dei quattro dischipubblicati da vivo, che, tra il 1967 ed il 1970, cambiarono il corso della chitarra elettrica e della musica. Ricordi cristallizzati che da allora si sono succeduti, per diventare copiosissimi quest’anno in coincidenza con il quarantennale della morte. Tra questi si inserì Remembering Jimi”, il concerto tributo che il 9 dicembre 2010 toccò anche Aosta nell’ambito della Saison Culturelle. La particolarità che lo distinse fu la presenza di Leon Hendrix, fratello minore di Jimi, che coi suoi ricordi aprì una serata dominata dalle cover eseguite dalla tribute band del chitarrista guidata dal chitarrista Randy Hansen con Ufo Walter al basso e Manni Von Bohr alla batteria. Nonostante abbia in curriculum anche un contributo alla colonna sonora di “Apocalypse Now“, Hansen è conosciuto soprattutto come clone di Hendrix. Lo confermò anche ad Aosta con un set energico e spettacolare in cui, in mezzo a tanto Hendrix, infilò Beatles, Cream e Chuck Berry.

«Suona proprio come Jimi», confermò nell’occasione Leon, uno che ha vissuto la parabola del fratello da un punto di vista privilegiato. «Jimi era un ragazzo molto strano- ricordò- tant’è che le madri del vicinato dicevano ai figli di non giocare coi piccoli Hendrix. Aveva una creatività innata che lasciava prevedere che sarebbe diventato un artista. Ebbe la prima chitarra nel 1958, quando nostra madre morì. Lui aveva 16 anni ed io 10, per cui si prese cura di me e fu per consolarmi che le dedicò pezzi come “Angel” e “Little Wing”. C’ero quando comincio a suonare le prime note. Lo ricordo mentre pizzicava le corde,dapprima incerto e poi sempre più sicuro, finché non è arrivato a fare del suo talento un business.L’ho seguito in un paio di tour ed è stata un’esperienza incredibile

“Business” ricorre spesso nei discorsi di Leon. Non potrebbe essere diversamente visto che ammonterebbe ad 80 milioni di dollari il giro di affari che ruota intorno allaJimi Hendrix Foundation” da lui messa su nel 1988 con il padre Al. Salvo, alla morte di questi, nel 2002, essere depennato dai beneficiari a favore della sorella Janie. Perché è stato escluso? «Non ne ho la minima idea.- si schermì- Janie è un po’ strana. E’ la figlia che mio padre ha avuto con la seconda moglie ed ha finito per tagliare fuori il ramo americano della famiglia a favore del ramo giapponese. Adesso non mi importa molto perché sto portando in giro la mia musica, certo che se mi desse 1 milione di dollari potrei pagare gli avvocati.» Nella vicenda pare ci sia stato un intervento speciale dello stesso Jimi che, racconta Leon, gli sarebbe apparso in sogno dicendogli pressappoco: «Tu hai la musica nel sangue. Devi cominciare a suonare.»
Ecco spiegarsi perché da qualche anno anche lui suoni la chitarra, e nel 2006 sia arrivato a pubblicare il cd “Keeper of the Flame”. «Ho iniziato 12 anni fa. Adesso sono posseduto dalla musica, è una malattia come mio fratello.» E’ auspicabile che i suoi sei figli, nelle cui vene scorre lo stesso sangue, raggiungano risultati migliori di quelli ascoltati nella parte finale del concerto in cui Leon ha ruggito alcuni hit del fratello. Alcuni di loro hanno formato un gruppo hip hop chiamato “The Hendrix’s”, ma il predestinato potrebbe essere il giovane Jimi Hendrix, nato per di più lo stesso giorno dello zio. E’ anche grazie a lui che oggi più che mai “Jimi lives!


FABIO TREVES: raining the Blues a Saint-Vincent

Se il maggio 1968 fu una tappa fondamentale per la maturazione politica di un’intera generazione, per l’allora diciottenne Fabio Treves rappresentò molto di più. Il bluesman milanese si emoziona ancora nel ricordare quel 23 maggio, quando, prima del concerto al “Piper” di Milano, strinse le dita magre e affusolate di un giovane chitarrista americano con la carnagione da nativo indiano, capelli cotonati e giacca floreale arancione. «Hi Jimi- gli disse- Fabio is my name. I was born the 27 November, the same day of your birthday…». Dove Jimi stava per Jimi Hendrix, “la luce”, come lo definisce oggi, che con quelle dita stava scrivendo la storia del rock. E’ uno degli straordinari incontri che costellano la vita di Treves che il 14 agosto si è esibito al Palais Saint-Vincent con la sua storica band formata da Tino Cappelletti (basso e voce), Alessandro ”Kid” Gariazzo (chitarre, mandolino, lap steel e voce) e Massimo Serra (batteria). E’ stata la tappa conclusiva del tour estivo del padre delblues italiano, che dal lontano 1974 cerca di “portare sempre più gente ad amare il Blues, diffondendone i valori unici e profondi”. Una passione iniziata a metà anni Sessanta con il disco Hoochie Coochie Man” di Muddy Waters(che poi ha conosciuto), e che, negli anni, ha portato l’armonica del “Puma di Lambrate”, com’è soprannominato, ad incrociare musicisti del calibro di Charlie Mingus, Peter Tosh, Mike Bloomfield, John Mayall, Stevie Ray Vaughan, Johnny Winter, e, tra gli italiani, Branduardi, Finardi, Cocciante e Mina.

Nel 1988 ebbe, poi, il privilegio di diventare l’unico musicista italiano a essere salito sul palco di Frank Zappa (che nella sua autobiografia definì Fabio “un anarchico”). Si spiega, così, il seguito di fedelissimi che lo hanno raggiunto anche a Saint-Vincent nonostante le pessime condizioni meteo che hanno costretto al precipitoso spostamento del concerto al Palais dall’originaria sede di Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto. «Pochi ma ottimi», ha esordito Treves, che ha tratto dalle avversità metereologiche ancor più energia per un concerto intimo in cui la sua musica “scarna, essenziale e pulsante” è diventata, a tratti, “unplugged”, come nell’itinerante “Walking Blues” di Robert Johnson. Ripercorrendo, con sapienza e ironia, la storia del Blues, con infallibili classici al cui cospetto non hanno sfigurato (anzi) suoi cavalli di battaglia come lo scatenato “Stone Fox Chase”, “I don’t want you to be my girl” e “Traintime blues”, in cui con armonica e battito dei piedi ha evocato il rumore del treno. Il concerto era inserito nel programma di “Saint-Vincent Estate” messo a punto dall’associazione “In Saint-Vincent”.

BRIAN AUGER, testimonial di “Jazz Health” alle terme di Saint-Vincent

Una prova vivente di quanto il jazz mantenga in salute è il tastierista inglese Brian Auger che la sera del 9 agosto si è esibito nel salone delle Terme di Saint-Vincent per la rassegna “Jazz Health”. A settantuno anni, infatti, suona l’organo Hammond con lo stesso entusiamo di quando, nel 1963, lo scoprì sentendo “Back At The Chicken Shack” di Jimmy Smith in un negozio di dischi di Londra. Il suono dell’ Hammond B-3 di Auger attirò subito Long John Baldry, uno famoso perchè aveva lavorato coi Beatles. Insieme formarono gli “Steampacket”, scritturando come cantanti Julie Driscoll e l’allora sconosciuto Rod Stewart. Furono i primi di una lunga lista di rockstar e jazzisti famosi incrociati da Auger, che annovera, tra gli altri, chitarristi come John McLaughlin e un certo Jimi Hendrix. «Chas Chandler, bassistadegli “Animals”, me lo portò nel club di Soho in cui suonavo.-ha ricordato Auger- Jimi si fece prestare la chitarra e mi chiese di fare gli accordi di una canzone che non conoscevo: “Hey Joe”. Poi partì sicuro anche se tra il pubblico c’era gente come Eric Clapton, Jeff Beck e Stevie Winwood. Alla fine eravamo tutti sconvolti. E Clapton più di tutti, tanto che disse: Mio Dio, sono finito.» Tra i pionieri del jazz-rock coi “Trinity”, nel 1968 Auger è stato il primo artista pop ad essere chiamato al Montreux Jazz Festival.

«Usavo i ritmi r’n’b e funky dei dischi della Tamla Motown- mi ha spiegato- mettendoci sopra le armonie e l’improvvisazione jazz. Devo molto alla musica nero-americana ed ho spesso fatto delle versioni di canzoni dei miei idoli (da “I want to take you higher” a “Maiden Voyage”: n.d.r.), stupendomi ogni volta di come avessero più mercato degli originali. Finchè una volta uno di questi idoli, Herbie Hancock, mi ha spiegato che era dovuto al nuovo sound inglese con cui le arrangiavo. E’ il suono che mi ha fatto tornare in auge negli anni Novanta sull’onda dell’Acid Jazz.»

Purtroppo l’acustica infame del salone di Saint-Vincent e un’intesa sicuramente da perfezionare col gruppo, hanno fatto si’ che l’Hammond di Auger, pur sempre grintoso, abbia faticato ad “entrare” nei pezzi della “Novecento Groove Machine”, la formazione di cui nell’occasione era ospite con il bravissimo batterista della Costa d’Avorio Paco Sery (già ascoltato ad Aosta con Joe Zawinul). I “Novecento” sono un gruppo a conduzione familiare formato da Dora (voce), Lino (chitarra), Rosanna(basso) e Pino (tastiere) Nicolosi, che, dopo trascorsi pop di un certo successo negli anni Ottanta, si sono trasformati in “Novecento Groove Machine” avvicinandosi al jazz e collaborando con musicisti di fama internazionale (da Billy Preston a Stanley Jordan, da Chaka Khan a Gino Vannelli) che hanno impreziosito una serie di cd prodotti dalla “ZTT” di quel Trevor Horn, celebre come cantante dei “Buggles” di “Video killed the radio stars” e degli Yes.

Il quarto “GUITAR DAY” di Aosta

Per molti ragazzi di oggi “Guitar Hero” è, probabilmente, solo un asettico videogioco musicale di grande successo. Per quelli cresciuti negli anni d’oro del rock erano, invece, il sudore e sangue di un chitarrista capace, con il suo virtuosismo, di infiammare le folle. In questo senso l’artista che ha incarnato meglio il concetto di “eroe della chitarra” è Jimi Hendrix. In seguito il termine è stato sempre più inflazionato, soprattutto nell’ambito di generi come l’hard rock e l’heavy metal, ma di “guitar heroes” si può sicuramente parlare per i tre chitarristi che il 15 maggio sono stati protagonisti al teatro Giacosa di Aosta della quarta edizione del “Guitar Day”. Ad organizzarlo è l’associazione culturale “Arteintesta” che fa capo ad Alessandro Giorgetta e Luca Addario. Da anni Giorgetta, virtuoso dello strumento, tiene corsi di chitarra al C.C.S. Cogne di Aosta che hanno avuto Addario tra gli allievi, e attualmente è anche docente di chitarra rock-fusion presso la S.F.O.M. dell’Istituto Musicale. E’ stato proprio Giorgetta a creare nel 2006 il “Guitar Day” che ha sempre avuto in cartellone grandi nomi del chitarrismo italiano. Uno di questi è sicuramente Paolo Devecchi, che ha calcato per primo il palco del “Giacosa” con un recital di chitarra sola che ha alternato rivisitazioni di classici del jazz come “Someday my prince will come” a sue composizioni  Tra queste ultime “Zio Vanja’s Sketches”, legato  alla sua interpretazione teatrale del ruolo di Teleghin del dramma “Zio Vanja” di Anton Checov nella messa in scena di Gabriele Vacis. Oltre all’elettrica, ha usato una vasta collezione di chitarre acustiche (e un banjo) anche Emanuele Fizzotti, a lungo collaboratore di Cristiano De Andrè,  che con i suoi “Melody Makers” ha proposto un set di brani originali ed rivisitazioni di celebri brani rock come “Blue Suede Shoes” e “Little Wing”. Finale pirotecnico con l’omaggio al grande hard rock internazionale (Journey, Van Halen e Gary Moore) dei torinesi “Alphabeth City” del funambolo della chitarra Tony Scantamburlo.

BRIAN AUGER e l’Hammond: più che uno strumento, un destino

New Oblivion Express IMG_2595Erano il 1963 quando il ventiquattrenne Brian Auger fu colpito dal suono di un disco diffuso dalle casse messe all’esterno del suo negozio di dischi di Shepherds Bush, a Londra. Sì, per essere un organo era un organo, ma era suonato in una maniera assolutamente nuova ed eccitante. Quell’ascolto cambiò la sua vita. «Era Jimmy Smith che suonava l’organo Hammond in “Back At The Chicken Shack “.-ha ricordato prima del suo concerto aostano di venerdì 10 luglio inserito nell’Aosta Blues & Soul Festival- Mi precipitai subito dal distributore londinese e gli dissi: voglio un Hammond. Lui mi vendette, però, un piccolo “L 100″ con cui non riuscivo a suonare le cose che faceva Jimmy. Per fortuna un amico mi diede un disco nella cui copertina c’era Jimmy McGriff che suonava l’Hammond B-3. Con quella foto andai dal distributore e lo convinsi a farlo arrivare da Chicago. Ci sono volute 10 settimane perché arrivassero i vari pezzi che montammo a LondraLo Presti & Auger IMG_1718La novità del suono dell’organo di Auger attirò Long John Baldry, uno già famoso perchè aveva lavorato coi Beatles. Insieme formarono gli “Steampacket”, scritturando cantanti come Julie Driscoll e l’allora sconosciuto Rod Stewart, che fu la prima delle tante rockstar che hanno incrociato la strada di Auger. «Un giorno mi chiamo Chas Chandler, il bassista degli “Animals”, che voleva che prendessi nel mio gruppo un chitarrista blues americano che aveva scoperto. La mia musica con i “Trinity” aveva, però, imboccato altre strade, per cui gli dissi che non ne avevo bisogno, ma che, comunque, si poteva sempre fare una jam per vedere com’era. Il venerdì successivo, in un club di Soho, arrivò questo ragazzo di colore che si fece prestare la chitarra e mi chiese di fare gli accordi di una canzone che non conoscevo: “Hey Joe”. Poi partì sicuro anche se tra il pubblico c’era gente come Eric Clapton, Jeff Beck, Alvin Lee e Stevie Winwood. Alla fine eravamo tutti sconvolti. E Clapton più di tutti, tanto che disse: Mio Dio, sono finito. Quel chitarrista era Jimi Hendrix.»La musica che Auger faceva all’epoca coi “Trinity” lo fa oggi annoverare tra i pionieri del jazz-rock. Non è, infatti, un caso che nel 1968 sia stato il primo artista pop ad essere chiamato al Montreux Jazz Festival. «Avevo avuto l’idea di formare con la cantante Julie Driscoll un gruppo che usava i ritmi di r’n’b e funky dei dischi della Tamla Motown mettendoci sopra le armonie e l’improvvisazione jazz. Un po’ quello che farò stasera ad Aosta con i “New Oblivion Express” nel concerto che apre la mia tournèe europea. Devo molto alla musica nero-americana ed ho spesso fatto delle versioni di canzoni dei miei idoli, stupendomi ogni volta che avessero più successo degli originali. Finchè una volta Herbie Hancock, uno di questi idoli, mi ha spiegato che era dovuto al nuovo sound “british” con cui le arrangiavo.»  Quello stesso suono che lo ha fatto tornare in auge negli anni Novanta sull’onda dell’Acid Jazz e che, la sera del 10 luglio, ha entusiasmato il pubblico dello stadio Puchoz dove si è esibito con una band a conduzione familiare che comprendeva i figli Karma (batteria) e Savannah (cantante).

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Il video di “Pavane” eseguita ad Aosta