QUELLI CHE IL JAZZ…le jam sessions all’Espace Populaire di Aosta

1 Jam IMG_4748

1 Jam IMG_4754La più feroce battuta sul jazz, “il jazz è come una scorreggia. Piace solo a chi la fa”, sembra l’abbia fatta proprio un jazzista, il sassofonista John Coltrane. Quasi a sottolineare quanto sia, spesso, una musica di nicchia, fatta ad uso e consumo dei jazzisti. Spesso ma non sempre.

Sta cercando di dimostrarlo un gruppo di jazzisti valdostani che da due anni si ritrovano mensilmente all’Espace Populaire di Aosta per delle jam session aperte a tutti: musicisti e pubblico.

«Tutto è è partito dagli allievi del Laboratorio Jazz della SFOM.- spiega il pianista e sassofonista Augusto Favre- Grazie alla disponibilità dell’Espace ci ritroviamo un paio di volte al mese per avere l’opportunità di suonare insieme e, mettendoci in gioco, imparare

1 Jam IMG_4750

 

Rispetto ad altri tentativi precedenti presto esauritisi, sembra che l’esperienza abbia preso piede, coinvolgendo, a turno, una ventina di musicisti locali.

1 Jam IMG_4752Si va dagli storici Alberto Faccini, Beppe Barbera, Marco Lavit, Bruno Martinetti Guido Gressani e Manuel Pramotton a giovani come Alberto Moretto, Maurizio Amato, Davide Meloni, Romeo Sandri, Antonio Gigliotti Lorenzo Barbera, Ludovico Fossà ed il marocchino Samir Bastajib, che coi suoi diciotto anni, è il più giovane.

Sparuta, ma di ottima qualità, la rappresentanza femminile con la batterista Elena Frezet e le cantanti Raffaella Castiglioni ed Elisabetta Padrin.

Per chi fosse interessato è stato creato un gruppo Facebook, “Quelli che il jazz…le jam dell’Espace Populaire” (https://www.facebook.com/groups/122294594578605) , dove si può essere informati delle date e degli orari delle jam sessions. La prossima si svolgerà martedì 1° aprile, a partire dalle 21.

1 Jam IMG_4751

Quando le strade del jazz (e del cinema) portarono HENRI TEXIER ad Aosta

1 Texier IMG_4380

1 Texier (by gaetano lo presti) IMG_4379Le strade del jazz, come quella della vita, sono infinite. La sera del ferragosto 2006 portarono, per esempio, ad Aosta il contrabbassista francese Henri Texier (Parigi 27 gennaio 1945). Un personaggio di spicco nel panorama jazz mondiale, con alle spalle esperienze prestigiose con jazz giants come Bud Powell, Chet Baker e Don Cherry e spericolate avventure con un supergruppo come ilTransatlantik Quartet“, formato negli anni Ottanta con Joe Lovano, Steve Swallow ed Aldo Romano.

Al Teatro Romano Texier si esibì col suo (guarda un po’ il caso) Strada sextet , nell’ambito della rassegna “Prospettive” organizzata da “Strade del Cinema” (sic).

«Il nome del sestetto è un omaggio ai jazzisti che sono sempre “on the road”.- ci disse, ammirando le rovine romane- E, poi, non è stando a casa ma uscendo nelle strade che succedono le cose: ogni volta che si imbocca una nuova strada si apre un orizzonte. Cerco di fare musica viva che allontani, almeno per qualche ora, la morte, la cattiveria e la stupidità che ci sono in questo mondo terribile in cui viviamo. E, magari, faccia venire la voglia di condividerla con altri.»

1 Texier(by gaetano lo presti)  IMG_4377Cosa ricorda delle esperienze nei primi anni Sessanta nei grandi club parigini? «Quando avevo venti anni Daniel Humair mi portò al “Blue note” di Parigi per rimpiazzare il contrabbassista del locale. Ho, così, avuto la fortuna di suonare con i miei idoli americani: da Bud Powell a Dexter Gordon. Per me è stato uno shock emozionale fortissimo, ma mi ha anche dato molta fiducia nei miei mezzi. Loro, d’altra parte, erano contenti perché dicevano che avevo molta energia. Adesso che sono io il veterano cerco di restituire ai giovani con cui suono quello che questi grandi mi hanno dato.» 

Ha appena pubblicato “African Flashbacka conferma delle contaminazioni etniche che da molti anni caratterizzano il suo jazz, quali strade ha imboccato? images

«Il jazz- rispose- è una musica che ha ormai una storia lunga, e, quindi, sono sempre di più i suoi strati che si è obbligati di conoscere. Se, infatti, si sceglie solo un’epoca o uno stile si finisce per essere limitati e diventare un musicista da museo. Io ho avuto la fortuna di avere attraversato quasi tutti questi strati: ho cominciato a suonare nello stile New Orleans e poi, appena ventenne, ho collaborato coi grandi beboppers, e, nello stesso tempo, sperimentato il free jazz. Fin dall’inizio sono, quindi, stato un musicista meticcio. E sono arrivato alla conclusione che, una volta sperimentati, i vari stili bisogna usarli in contemporanea, così si ha più colore sulla tavolozza per poter scegliere le direzioni e le atmosfere, e la musica che viene fuori è molto più viva. E’ da quando ho 20 anni che cerco di raggiungere un equilibrio tra musica melodica e ritmica, musica molto organizzata e liberamente fluttuante, musica figurativa e non. E in base all’obiettivo scelgo i miei musicisti.»

1 Texier (by Gaetano lo presti) IMG_4378

JUKEBOX (1)- MY FAVOURITE THINGS di John Coltrane

JPA_216233_John_COLTRANE

myfavSe per la African Orthodox Church é diventato Saint John William Coltrane e per gli appassionati di jazz un mito, il sassofonista americano John Coltrane (nato ad Hamlet il 23 settembre 1926) lo deve molto a “My Favourite Things”, un valzerino in mi minore di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein contenuto nel musical “The Sound of Music” lanciato a Broadway il 16 novembre 1959.

Appena un anno dopo, il 21 ottobre 1960, Coltrane, che aveva da poco lasciato il quintetto di Miles Davis, lo registrò con il suo primo quartetto formato con il pianista McCoy Tyner, il batterista Elvin Jones ed il contrabbassista Reggie Workman.

coltrane-mft-1961Appassionato di musica modale di tutto il mondo, in particolare indiana, e di scale pentatoniche, Coltrane trasportò il brano dalla Salisburgo tra le due guerre, in cui é ambientato il musical, in un luogo a metá tra Asia ed Africa. Grazie all’evocativo timbro del sax soprano (fino ad allora poco usato nel jazz), alla ripetizione ossessiva di incisi ritmici ed alla dilatazione ipnotica del tempo, la serena canzone popolare, che la protagonista del musical canta alla Madre Badessa di un convento, si trasformò, così, in una “ipnotica danza orientale derviscia.”

john-coltrane-france-651Nonostante ciò la versione di Coltrane, pubblicata nell’ omonimo album del 1961, divenne un grande successo commerciale, al punto che, accorciata e divisa in due parti, fu pubblicata in 45 giri. Da allora, fino alla sua morte, divenne il canovaccio per una serie infinita di versioni in concerto (ne sono documentate su nastro almeno 45). “Questo valzer-spiegò Coltrane- è fantastico: se lo suoni lento, senti un elemento di gospel che non è per niente sgradevole; se lo suoni veloce, possiede altre innegabili qualità. E’ molto interessante scoprire un terreno che si rinnova a seconda dell’impulso che gli dai“.

Divenuta popolare come canzone natalizia per le immagini “invernali del testo, “My Favourite Things” ha conosciuto migliaia di altre versioni e in Italia è usata come colonna sonora del programma radiofonico Fahrenheit (Radio 3) che la trasmette in centinaia di versioni diverse.

MY FAVOURITE THINGS (LE COSE CHE AMO)

John Coltrane 4255348272_1993522440_n

Raindrops on roses and whiskers on kittens (le gocce di pioggia sulle rose e i baffi dei gattini)

bright copper kettles and warm woolen mittens (brillanti bollitori di rame e caldi guanti di lana)

brown paper packages tied up with strings (la carta da pacchi legata con dei laccetti)

these are a few of my favourite things (queste sono alcune delle cose che amo di più)

Cream-colored ponies and crisp apple strudels (ponies color crema e strudel di mele croccanti)

doorbells and sleigh bells and schnitzel with noodles (campanelli delle porte e campanelli delle slitte e la schnitzel con gli spaghetti)

wild geese that fly with the moon on their wings (oche selvatiche che volano con la luna sulle ali)

these are a few of my favourite things (queste sono alcune delle cose che amo di più)

Girls in white dresses with blue satin sashes (ragazze in vestiti bianchi con cinte di raso blu)

snowflakes that stay on my nose and eyelashes (fiocchi di neve sul mio naso e sulle mie ciglia)

silver-white winters that melt into springs (inverni argentei che mutano in primavere)

these are a few of my favourite things (queste sono alcune delle cose che amo di più)

When the dog bites (quando il cane morde)

when the bee stings (quando l’ape punge)

when I’m feeling sad (quando mi sento triste)

I simply remember my favourite things (mi basta ricordarmi delle mie cose preferite)

and then I don’t feel so bad… (e poi non mi sento così male…) 

ROMANO MUSSOLINI: con papà Benito, al violino, suonavamo “La vedova allegra”

«Ho iniziato ad ascoltare jazz fin dalla culla. A 5 anni sapevo già riconoscere Armstrong ed Ellington. Era 1932, e in Italia il jazz era una musica d’elite, ma nella mia famiglia, grazie ai dischi comprati da mio fratello Vittorio e mia sorella Edda, si ascoltava continuamente ed era considerata una musica d’arte». Alla faccia dei dettami autarchici dell’Italia fascista, si potrebbe aggiungere. Ma questi piccoli fans della “musica degenerata” afro-americana potevano questo e altro, visto che erano figli di Benito Amilcare Andrea Mussolini, il Duce che tra il 1925 e il 1945 in Italia fece il bello e il cattivo tempo. A raccontarmi, infatti, questi ed altri aneddoti, nell’agosto 1996, fu Romano Mussolini, ultimogenito del celeberrimo Benito (e padre della focosa Alessandra) , ma, soprattutto, uno dei più sensibili pianisti italiani di jazz.

FISCHIA LA SCARPAMio padre amava la musica classica, la lirica in particolare, ed era amico di cantanti famosi.- continuò- Suonava il violino e gli piaceva che lo accompagnassi ne “La vedova allegra” di cui possedeva lo spartito originale regalatogli dall’autore, Franz Lehar. Io, essendo autodidatta, non leggevo la musica, per cui, affinché la imparassi, me la doveva suonare prima col violino, e questo lo faceva arrabbiare un poco. In famiglia è stato sempre molto affettuoso, ma sapeva essere severo, e, a volte, addirittura intemperante. Mi raccontava che una volta, quando faceva il critico teatrale, si era tanto arrabbiato con una compagnia molto scarsa che aveva tirato una scarpa sul palcoscenico. Solo che non gliela avevano ridata, per cui era dovuto tornare a casa con una scarpa sola». 

PIPPA NERA- Partito dalla scena jazzistica romana, Mussolini (nato a Forlì il 26 settembre 1927) aveva saputo farsi apprezzare anche all’estero con un pianismo che guardava soprattutto a Oscar Peterson. Lo testimoniavano le numerose tournée in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. «Iniziai a suonare il pianoforte nel ‘43 e me ne innamorai pazzamente. Ho suonato moltissimo fino ai primi anni ‘60, cioè fino a quando ho avuto il pianoforte a casa. Stando ogni giorno 6-7 ore al piano, ho immagazzinato una certa tecnica e una dose di cliché per improvvisare. Adesso non ho neanche il piano a casa, per cui mi tengo in allenamento suonando nei concerti. I miei maestri sono i grandi pianisti che cercavo di imitare ascoltando i dischi: da Fats Waller a Errol Garner. Il mio idolo rimane però Oscar Peterson. Quando lo sentii a Milano nel ‘52 ebbi uno shock. Adesso di bravi ce ne sono moltissimi, da Kenny Barron a Tommy Flanagan. Ma ci sono pianisti incredibili anche in Italia come Pozza, Moroni, Faraò…». Il cognome l’ha aiutata? «Non posso negare che mi abbia aiutato per la curiosità che suscitava. Se, però, non avessi avuto delle qualità sarei stato stroncato immediatamente: perché nel jazz nessuno suona con una “pippa nera”, come in gergo viene indicato uno scarso».

CURIOSO DI TUTTO- Il jazz rappresentava, comunque, solo una parte dei suoi interessi. «Sono un neo-illuminista,un curioso di tutto: mi interessa lo sport, ma anche sapere con chi esce adesso Claudia Schiffer. I miei interessi maggiori sono la lettura, la pittura, il cinema ed il teatro. Avevo la mania del teatro comico. I miei idoli erano i De Filippo, Totò, Alberto Sordi e Walter Chiari». Naturalmente timido, sul palco si trasformava in divertente istrione. Fu così anche il 31 agosto 1996, in occasione dell’ “Aosta Classic Jazz Festival” presentato in Piazza Chanoux, ad Aosta, dal chitarrista Lino Patruno. Con Mussolini suonarono “The jazz stars of Italy”, vale a dire Gianni Basso (sax tenore), Cicci Santucci (tromba), Gianni Sanjust (clarinetto), Carlo Loffredo (contrabbasso), Osvaldo Mazzei (batteria) e Manuela Florio (voce). «Abbiamo fatto del mainstream (la via stilistica maestra del jazz: n.d.r.).- mi spiegò- E’ stata un’occasione per stare con gli amici. Ma glielo ho detto: questa è l’ultima volta che suono in questo tipo di situazioni. Adesso voglio togliermi qualche soddisfazione con un quartetto mio, con questa giovanissima cantante, la Florio, che ammiro moltissimo.» Romano Mussolini è morto a Roma il 3 febbraio 2006.                                                                                                                                                                                                

C’ERA UNA VOLTA (10) God bless MARIA TERESA

Nel 1999 con Randy Brecker a Courmayeur

God bless the Child. Aveva 62 anni ma era pur sempre una bambina Maria Teresa Paronetto, piena, com’era, di sorrisi, di sogni, di incanti. Alcuni li avevamo vissuti insieme grazie al jazz. Ricordo, ad esempio, quella fredda serata del dicembre 1996 in cui, con il marito, Sergio Catella, eravamo rimasti a lungo fuori del Piccolo Regio di Torino a parlare con Sonny Rollins. O l’estate ’99 in cui, a Courmayeur, avevamo familiarizzato con il trombettista Randy Brecker.

Ricordo anche lunghe discussioni sulla sua predilezione, nell’abbigliamento, per il rosso e nero, i colori di quella Val d’Aosta dove si era trasferita nel 1973 dalla natia Casale MonferratoEd è stato, proprio, nella nera notte del giorno più rosso, lo scorso 1° maggio, che è morta, ad appena 62 anni, a causa del rapidissimo decorso di un tumore al seno. God bless the Child that’s got his own. He just worry ’bout nothin’ ’cause he’s got his own (Dio benedica il bambino che ha solo sé stesso. Non si preoccupa di niente perché ha solo sé stesso).                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

Nel 1996 con Sonny Rollins a Torino

MICHEL PETRUCCIANI ad Aosta ovvero SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA SERATA

michel

«Ma è un mostro!». Così esclamò una signora la sera del 5 dicembre 1997 quando sul palcoscenico di un affollatissimo Teatro Giacosa di Aosta apparve, aiutandosi con le stampelle, Michel Petrucciani (Orange, 28 dicembre 1962 – New York, 6 gennaio 1999)

Affetto da nanismo per una malattia ossea ereditaria (l’osteogenesi imperfetta), il bravissimo pianista francese, dopo anni di onorata carriera, era diventato celebre presso il grande pubblico italiano nel settembre 1997 per l’esibizione davanti al Papa trasmessa in Mondovisione. Un’interesse più “voyeuristico” che musicale, confermato dal “tutto esaurito” aostano, che, stranamente,  vide “scomodarsi” per il jazz una folta schiera di autorità, insospettabili critici musicali, presenzialisti ed imbucati vari.

Petrucciani & Steve Gadd

Tutti in adorazione per Petrucciani, non degnarono di soverchie attenzioni i bravissimi partners: gente come il trombettista Flavio Boltro, il sassofonista Stefano Di Battista,il trombonista Didier Loulou,il bassista Matthew Garrison e, soprattutto, il batterista americano Steve Gadd, che in fatto di esperienze musicali poteva vantare un curriculum perfino superiore al pianista francese (da Paul McCartney agli “Steps Ahead”) . «My name is Michel Petrucciani», si presentò il pianista, che, pur trovandosi in una regione francofona, durante il concerto usò l’inglese, con una breve parentesi italiana (la sua era una famiglia di musicisti di origine napoletana) . Nè lui né la sua musica avevano, in realtà, bisogno di tante parole.


Il canovaccio del concerto seguì la scaletta dell’ultimo cd “Both Worlds” che si rifaceva alle musiche ascoltate dal pianista durante l’infanzia. Per evocarle Petrucciani alternò organici, scansioni ritmiche ed atmosfere: dall’incantato “Petite Louise” (in duo con il soprano di Di Battista) ad echi di Broadway, da climi brasiliani ad atmosfere alla “Jazz Messengers”. Fino all’apoteosi del finale “Take the A train”.«Il progetto-spiegò Petrucciani- è frutto della collaborazione con il trombonista Bob Brookmeyer, che per me è il miglior arrangiatore attuale. Gli ho inviato le mie musiche perché ci lavorasse liberamente con l’unica richiesta di una sezione ritmica moderna, perché in questo momento ho una grande voglia di suonare del rock. Non mi dispiacerebbe affatto eseguire qualche assolo su un album di Prince o Madonna. Prima di registrare, abbiamo provato a lungo in tournée perché una composizione è come un bebè: acquista identità con il tempo. Più si suona, più diventa bella».


LEE “Komics” KONITZ: improvvisare è buttarsi senza farsi troppo male

C’è chi ad ottant’anni suonati passa le giornata seduto su una panchina (quando va bene), e chi, come il sassofonista Lee Konitz (nato a Chicago il 13 ottobre 1927), va in giro per il mondo in cerca di nuove avventure musicali. E se il fisico ed il fiato non sono più quelli di un tempo, il suono uscito dal suo sassofono contralto in occasione del concerto aostano del 12 novembre 2008 è stato sempre quello, atemporale e personalissimo, che aveva caratterizzato il cool jazz attraverso incisioni storiche con Lennie Tristano e la “Tuba Band” di Gerry Mulligan, Gil Evans e Miles Davis. Lo stesso che destò l’ammirazione di Charlie Parker. «Alla fine degli anni Quaranta- ha ricordato Konitz prima del concerto – mi fece i complimenti perché ero l’unico altosassofonista che in quel momento non suonava come lui. Il mio suono strumentale è la voce che ho deciso di aggiungere alla mia. Da quando, sessant’anni fa, l’ho trovato parlo anche con questa voce. Col passare del tempo ho, piuttosto, cercato di approfondire sempre più la musica e trovare musicisti da cui imparare». L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il pianista panamense Danilo Pérez con cui Konitz si è esibito al Teatro Giacosa in un concerto che, dopo un’iniziale torrenziale improvvisazione a due, li ha visti, insieme agli ottimi Ben Street (contrabbasso) e Adam Cruz (batteria), scavare nei prediletti standards: da “Body and Soul” a “It’s only a paper moon”, da “Old flame” a “Cherockee”. «Danilo è un musicista di qualità- ha commentato Konitz- Ed è molto generoso perchè non pensa solo a se stesso,ma cerca di conversare musicalmente con gli altri raccontando delle storie. Ho suonato con tanti bravi musicisti, ma lui è quello più vicino alla mia poetica».

Poetica basata su una inarrivabile grazia melodica fatta di disposizione profondissima al canto, ma, anche, di capacità di immedesimazione nei climi emotivi dei brani. Ad accomunare i due è stata anche una sorridente predisposizione al gioco. Più evidente nell’estroverso Pérez (che ha dedicato il concerto al “triumpho de Barak Obama”), più contenuta e surreale in Lee “Komics” (come l’ha soprannominato Perez), che, non a caso, ha iniziato il concerto vagando per il palco infastidito da rumori imprecisati, salvo, poi, produrli lui stesso una volta uscito di scena. Un’ironia che venuta fuori anche durante l’intervista. Mister Konitz, qual’è il miglior complimento che ha ricevuto nella sua carriera? «Che ero un ottimo amante.- ha risposto serioso- Anche perché, come diceva Woody Allen in un film, mi sono allenato molto da solo». Lei, che è da sempre un maestro dell’arte dell’improvvisazione jazz, non crede che questa sia molto utile anche nella vita di tutti i giorni? «Certo, nella vita come nell’amore. L’importante è capire che, come nel jazz, improvvisazione non vuol dire casualità ed incoscienza, ma ci vuole, piuttosto, una tecnica, fatta di esperienze e sensibilità, che permetta di buttarsi senza farsi troppo male».

Il suono dell’anima di CHET BAKER

Chetbakermonumentchet leonard20.jpg-1All’esterno del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam c’è una targa che recita: «Il trombettista e cantante Chet Baker morì in questo luogo il 13 maggio 1988. Egli vivrà nella sua musica per tutti quelli che vorranno ascoltarla e capirla ». La caduta dal terzo piano di questo squallido alberguccio per drogati fu, infatti, l’ultimo volo dell’angelo dalla tromba d’oro. E, anche, l’ultimo mistero: come avrebbe fatto il  jazzista a cadere da una finestra larga appena 40 centimetri? Si confermava, così, la maledizione che aveva portato Chet agli onori della ribalta più per la folle vita randagia, polverizzata a 58 anni, che per la sua musica. Cantava il dolore come solo Billie Holiday aveva saputo fare, ma, a causa della tossicodipendenza, non aveva mai un soldo in tasca. Lui, però, non ci faceva caso: «Morirò al verde – profetizzava – ed è giusto, perché è così che sono venuto al mondo». Voglio cerebrarlo con i ricordi raccolti intervistando due grandi jazzisti italiani: il sassofonista Gianni Basso ed il trombettista Enrico Rava.

GIANNI BASSO (nel 1998): «Con Chet ogni concerto era un’avventura. Una volta siamo andati ad inaugurare il Palazzetto dello Sport di Mantova davanti a cinquemila persone. L’organizzatore disgraziatamente gli ha detto: “Mi raccomando Chet ,stasera faccia dei pezzi un po’ veloci e allegri”. Allora lui ha cominciato e finito con “My Funny Valentine” (brano bellissimo, ma nè veloce nè allegro: n.d.r.). Era un artista. Aveva tutte le qualità degli altri musicisti ed in più il fascino di una maniera unica di suonare e di cantare. Mi raccontava che aveva iniziato suonando il trombone, ma gli piaceva soprattutto cantare. Così, quando da militare gli hanno dato una tromba lui si è messo a cantarci dentro».

ENRICO RAVA (nel 2008): «Nel 1973 ero a New York quando ho letto sul giornale “Chet is back”. Sono, così, andato a sentirlo all’”Half Note” al rientro dopo bruttissime avventure di vita. Non era più brillante come agli esordi perché fisicamente era provatissimo, ma era sempre grandissimo ed il suo suono era diventato il suono dell’anima. Come, infatti, scriveva Proust in “À la recherche du temps perdu” la bellezza di un suono non sta nella perfezione, ma nell’essere il suono dell’anima. E’ questo suono, che esprime perfettamente sé stessi, che ogni strumentista deve cercare. E Chet ce l’aveva».

Love is …BLEY- Intervista alla jazzista Carla BLEY

1996-CarlaBley bn filter 1L’11 maggio 1936 è nata a Oakland, in California, Carla Bley, una delle migliori compositrici, arrangiatrici e bandleader jazz. Nata Borg, ha preso il cognome del primo marito, il pianista Paul Bley, conosciuto nel 1957 nel celebre locale “Birdland” di New York, dove lavorava come “cigarette girl”. Fu lui ad incoraggiarla a comporre. Dopo alcune collaborazioni con George Russell e Jimmy Giuffre, la sua carriera decollò con la nuova relazione, artistica e personale, con Michael Mantler (da cui ha avuto la figlia Karen, anche lei jazzista). Con lui nel 1965 fondò la “Jazz Composer’s Orchesra“, con la quale nel 1971 pubblicò la storica opera jazz “Escalator over the hill” che catturò molte delle migliori energie creative di quegli anni, spaziando dalla musica teatrale di Kurt Weill al free jazz, dal rock alla world music. Basti pensare che nel cast comparivano musicisti come Gato Barbieri, Jack Bruce, Don Cherry, Charlie Haden, Don Preston, John McLaughlin, Enrico Rava, Linda Ronstadt e Paul Motian. Ho intervistato la Bley il 28 ottobre 1998, in occasione del primo appuntamento della rassegna “Aosta Jazz”. 415ThqiwOwL__SL500_AA240_In quell’occasione si divertì a scattare foto con una delle prime macchine digitali. Ne scattò una anche a me che ha, poi, pubblicato nel libretto del Cd “Are we there yet?” del 1999. Ecco uno stralcio dell’intervista che le feci:

… Jazz è anche un batuffolo di capelli biondi con frangetta. Jazz sono due mani ossute che zampettano su una tastiera. Jazz sono un paio di vezzose calze a strisce bianconere. In poche parole, jazz è Carla Bley, la pianista e compositrice americana che il 28 ottobre, in occasione del primo appuntamento di “Aosta Jazz”- ha soggiogato lo strabordante pubblico accorso alla Biblioteca di Viale Europa con una musica impalpabilmente eterea (anche se meticolosamente costruita), orecchiabilmente complessa, speziata di ironia e sublimato divertissement. Con lei c’era il bassista elettrico Steve Swallow con il quale vive da anni uno dei più fecondi “menage à trois” della storia della musica: lei, lui ed il jazz. «La musica che scrivo normalmente per Big Band è molto “chiassosa” -ci ha detto la Bley – per cui in questo momento mi piace di più la leggerezza della musica fatta in duo. E poi è un ritorno alle radici del jazz quando i musicisti si esibivano da soli o in piccole formazioni». Tra le “happy songs” presentate ad Aosta (tutte composte dal duo con l’eccezione di “Lost in the stars” di Kurt Weill) un paio erano dedicate ad autori classici: Mozart e Satie (“Satie for two”, ironica parodia di “Tea for two”). E’ segno di un rinnovato interesse verso la musica classica? «L’unica relazione con la musica classica europea è mio padre che era maestro del coro ed organista nella chiesa di Oakland dove sono nata. La musica di Satie mi ha comunque influenzata anche perché da ragazzina registrai dalla radio la sua “Parade”; poi l’apparecchio si ruppe e, prima di riuscire a ripararlo, ascoltai quel brano un sacco di volte». La musica suonata stasera in duo è, inevitabilmente intima, ma, osservai, la Bley donna-orchestra esce comunque fuori negli arrangiamenti e quando suona il piano… «Certo- scherzò lei, con un’eloquente mimica- Ho dieci dita per cui le prime tre sono tromba, trombone, sax, questa è la chitarra, questa è la batteria … e il mignolo è Steve»…

Il filmato dell’intervista a Carla Bley e Steve Swallow opera di Michelangelo Buffa