JUKEBOX (24)- O GH’E’ ‘N PIAXEI di PAOLO BONFANTI

1 Paolo (by gaetano lo presti) IMG_3838

1 Bonfanti (by gaetano lo presti) IMG_3835Non c’è bisogno di volare in Mississippi, al celebre incrocio (“Crossroads”) tra le Highway 49 e 61, nei pressi di Clarksdale, per catturare l’anima del blues. Basta andare molto più vicino: a Genova, dove è nato (il 15 novembre 1960)  e vive il chitarrista Paolo Bonfanti.

Anche lui, nella sua O Gh’è’n Piaxei”, ha cantato (in genovese) di un “incroxio”, ma, soprattutto, anche lui, senza bisogno di vendersi l’anima al diavolo, suona il blues (e non solo quello) in modo sublime.

Non a caso, nel 2005, il sito specializzato francese bluesfeelings.com lo ha giudicato secondo miglior artista blues europeo. A riprova del suo valore sta, poi, la sfilza di prestigiose collaborazioni, che, accanto ai grandi italiani, annovera il sassofonista Dick Heckstall-Smith (già con Colosseum e John Mayall) e Roy Rogers (produttore di John Lee Hooker).

paolobonfanticanzonidisQuest’ultimo è presente con la sua chitarra slide proprio in “O Gh’è’n Piaxei”, uno dei pezzi di Canzoni di schiena”, il primo cd di Bonfanti in italiano. «Il blues in sé ha detto tutto quello che doveva dire.- ha spiegato- Adesso si tratta di adattarlo alle proprie esperienze, in modo da trovare una ricetta nuova per riproporlo. In due pezzi del cd canto, addirittura, in genovese, anche perché, grazie alle sue numerose parole tronche, è più facile adattarlo alla metrica blues. “O Gh’è’n Piaxe!”, in particolare, è nato quasi per scherzo, provando a tradurre in genovese, su un ragtime suonato con un’accordatura di open D, alcuni versi di blues famosi, da Blind Lemon Jefferson a Blind Willie Johnson, da Robert Johnson a Muddy Waters.»

E’ un caso che in Italia siano state due città di mare come Genova e Napoli ad esprimere il meglio dei musicisti blues? «Sono accomunate dall’avere un porto che ha facilitato il mischiarsi di diverse etnie. Nel dopoguerra, poi, sono stati i marinai americani a portare in Italia il blues ed il jazz. In comune hanno, infine, quel guardare alle proprie radici con un po’ di malinconia che è una delle tante chiavi per spiegare il blues

O GH’E’ ‘N PIAXEI (C’è un favore)

C’è un favore, bella, che ti voglio chiedere

fai in modo che la mia tomba sia mantenuta ben pulita

Se esco da questo macello qui non torno più

il fango è salito e copre già il sole

Di aspettare a quest’incrocio mi sta passando la voglia

a farmi inzuppare dall’acqua e mordere il culo dal gelo

Stamattina presto il diavolo è venuto a cercarmi

ha bussato alla porta e mi ha detto che è ora di andare

Non c’è inferno, bella, e nemmeno il paradiso

che cosa c’è di là non lo sappiamo proprio

Ieri è passato, bella, domani è più vicino

prendo i miei stracci e me ne vado

Il “prete da marciapiede” DON GALLO presenta ad Aosta il libro “Se non ora, adesso”

L’ottantatreenne Don Andrea Gallo non è certo tipo da mezze misure. Lo dimostra una vita religiosa spericolata, come canterebbe il suo amico Vasco Rossi, portata avanti, sul filo della scomunica, per cercare di recuperare quegli emarginati e diversi che tanto piacevano all’altro suo amico Fabrizio De Andrè. Dal 1970 questo prete “angelicamente anarchico” opera, a Genova, nella parrocchia di San Benedetto al Porto, dove ha fondato una comunità che si occupa, tra gli altri, di “drogati di merda”, come affettuosamente li apostrofa. Per loro conduce una campagna di legalizzazione delle droghe leggere che nel 2006 lo ha portato, per disobbedienza civile, a fumare uno spinello nel palazzo comunale di Genova. Un prete da marciapiede che, al grido delle donne “Se non ora, quando?”, risponde con un perentorio: “Se non ora, adesso”.

Che, poi, è il titolo del suo ultimo libro presentato l’8 novembre, ad Aosta, in collaborazione con l’associazione L’Agrou. La folla che gremiva l’Hostellerie du Cheval Blanc è stata, così, investita da una foga oratoria che, come aveva annunciato il moderatore Roberto Mancini, non ha avuto niente da invidiare alla devastante “potenza del pacchetto di mischia degli All Blacks”.

«Osate la speranza in un mondo nuovo», ha detto Don Gallo, echeggiando il motto della brigata partigiana con cui ha combattuto. Per farlo occorre, innanzitutto, ricostruire il tessuto sociale, restando umani, difendendo, cioè  le istanze collettive e la coscienza critica. La sua ricetta è la stessa di quella di Antonio Gramsci :”agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.“ Un appello che, più che che di “credenti”, ha bisogno di “credibili”, che sappiano pensare e combattere i poteri forti, che, come diceva Mario Capanna, “diventano fortissimi se la gente striscia per terra”. Recuperando la nobiltà della politica secondo Don Milani, che è “uscire, tutti insieme, dai problemi”. «La mia vita è come un film.- ha concluso Don Gallo- E, come i film che si rispettano, ha anch’essa una colonna sonora che è quella di De Andrè, che un giorno mi disse: lo sai perché ti sono amico? Perché sei un prete che non mi vuole mandare per forza in Paradiso.»                                                                               

40 graNdi all’ombra (4) Grazie a PEPI MORGIA finalmente c’è in cielo “un regista come Dio comanda”

Quando, nel 2009, lo conobbi, di lui mi colpi il contrasto tra un aplomb aristocratico e la disponibilità curiosa verso l’altro. Non a caso il suo amico Fabrizio De Andrè lo chiamava “principe anarco-monarchico” ed il suo nome completo era Gian Luigi Maria Morgia dei conti di Francavilla. Questo, però, lo seppi dopo. Quel 23 ottobre 2009 per me era “solo” Pepi Morgia, regista del tour “De André canta De André” che quella sera Cristiano De Andrè avrebbe portato al Palais Saint-Vincent.

In attesa di intervistare Cristiano, rimasi colpito da uno staff composto da persone che avevano a lungo lavorato col padre: da Bruno Sconocchia, che ne era stato il manager, a Giovanni “Riccio” Colucci, suo storico fonico. Ma, soprattutto, da Pepi Morgia, light designer, regista, scenografo, autore di eventi di fama mondiale, che, mi raccontò, aveva lavorato con Rudolf Nurejev, David Bowie, Genesis, Elton John e per Pavarotti & Friends. «A Saint-Vincent ho lavorato a lungo.-mi disse- Per la Rai ho fatto il regista di programmi come “Le Grolle d’oro” e “Il disco per l’estate”

Il discorso cadde, inevitabilmente, sul suo amico Fabrizio De Andrè, che aveva seguito, come regista, in tutti i suoi spettacoli. A cominciare da quel 18 marzo 1975 in cui aveva esordito in pubblico alla “Bussola” di Viareggio. «A convincerlo ad esordire dal vivo era stato un bell’assegnone.- aveva confidato- Quella sera Fabrizio era letteralmente terrorizzato, per cui si aiutò alzando un po’ il gomito, anche se poi, rotto il ghiaccio non voleva più smettere. Quando si esibiva in pubblico era molto timido per cui si “tirava su” e si creava uno schermo con gli occhiali da sole. Prima che collaboratore ero suo amico, per cui parlavamo a lungo sulle idee per le scenografie che all’inizio erano abbastanza inusuali per i concerti di un cantautoreUna particolarmente riuscita è stata quella del penultimo tour, caratterizzata da un castello di carte di tarocchi genovesi. Fabrizio era un grande giocatore e l’idea mi nacque una volta che gli vidi costruire un castello di carte.»

Le sue scenografie erano talmente piaciute che lo avevano chiamato anche altri amici: da Ornella Vanoni a Gino Paoli, da Claudio Baglioni a Paolo Conte. Nel gennaio 2010, poi, me l’ero ritrovato tra le quinte del Palais Saint-Vincent in quanto regista dell‘anteprima dello spettacolo “Baccini canta Tenco”. In quell’occasione aveva, tra l’altro, voluto che ad aprire il concerto fosse la cantautrice valdostana Naif Herin. «L’ho scoperta nel 2009 quando è stata una delle vincitrici del festival “Musicultura” di cui curo la regia.- mi aveva spiegato- Mi piace perché è originale, ha grinta e una bella presenza. Per cui cerco di coinvolgerla ogni volta che posso.»

Una generosità discreta che ha contraddistinto tutta la vita di Pepi Morgia. Lo ha sottolineata anche Don Andrea Gallo nell’omelia che, il 20 settembre, ha caratterizzato il funerale del regista che se n’era andato la mattina prima, ad appena 61 anni, per problemi al fegato. La cerimonia, svoltasi nella chiesa della Santissima Trinità e San Benedetto di Genova, ha coinvolto, in un clima festoso, tantissimi amici (tra i quali Dori Ghezzi, Francesco Baccini, Alberto Fortis, Vittorio De Scalzi, Irene Fargo e Andy dei Bluvertigo). «Ha diretto grandi spettacoli, ma nessuno sapeva che fosse lui a dirigere i fili- ha detto il celebre “prete di strada” – perché lo faceva per puro amore, verso l’arte e verso gli altriSono sicuro che dopo aver chiarito qualcosina col Padreterno, Dio lo assumerà come regista delle sue luci. Ricordiamocelo quando vedremo un tramonto particolarmente bello, o un’alba con i suoi meravigliosi colori. Diremo che finalmente in cielo c’è un regista come Dio comanda.»