Il Patrimonio dell’Unesco CRISTIANO DE ANDRE’ al TEATRO ROMANO di Aosta

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1 De Andrè 2015-08-02 22.47.22Per il concerto di uno che è stato nominato Patrimonio dell’Unesco non ci poteva essere cornice migliore che il Teatro Romano di Aosta. Cristiano De Andrè lo è, infatti, diventato in quanto autore della canzone “Notti di Genova” («tendo ad essere tutelato perché da solo faccio danni», ha commentato). Ma monumento, del cantautorato italiano, è, in ogni caso, papà Fabrizio che Cristiano inevitabilmente evoca per il cognome, la voce e gran parte del repertorio sciorinato il 2 agosto.

Un padre con cui Cristiano ha avuto un rapporto problematico di cui ha parlato anche in “Sangue del mio sangue” (“Noi due che così simili, stessa rabbia stessa allegria”, ma, anche, “sangue contro sangue”), canzone dell’ultimo cd “Come in cielo così in guerra”. «Era una persona molto schiva e timida,- ha ricordato prima del concerto- per cui, per esempio, negli anni Ottanta, non ha voluto incontrare Bob Dylan che voleva conoscerlo. In alcune cose siamo simili, ma io sono più malleabile, meno autocritico e perfezionista. Questo mi frena perché mi impigrisco, ma ho bisogno di stare bene, e lui, con la sua tendenza all’autodistruzione, non viveva bene

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Non avrà vissuto bene, ma ha fatto stare bene generazioni di italiani creando alcuni dei capolavori (da “Verranno a chiederti del nostro amore” a “Canzone dell’amore perduto”, da “Ti tagliassero a pezzetti” ad “Andrea”) che il figlio, oggi cinquantaduenne, ha interpretato ad Aosta, in una nuova veste acustica, intercalandoli alle proprie composizioni.

1 De Andrè P1060515«Sul palco– ha continuato Cristiano- sono solo con il chitarrista Osvaldo Di Dio perché ho voluto ritornare alla primordialità delle canzoni: com’erano, cioè, al momento della loro creazione. Anche quelle di mio padre, molte delle quali ho visto scrivere: da “Quando verranno a chiederti del nostro amore”, scritta per mia madre, a quelle composte con De Gregori. In “Non al denaro” sono stato io a scegliere il nome Elmer che compare in “La collina”. Anche se ero piccolo le sue canzoni mi piacevano perché erano fotografiche, per cui, anche se non capivo bene il significato delle cose, visualizzavo immagini che mi piacevano

Al Teatro Romano Cristiano ha confermato il suo talento di multistrumentista (ha suonato chitarra, bouzouki, piano e violino), coltivato con seri studi al Conservatorio Paganini di Genova, nonostante l’opposizione del padre. «Ha cercato in tutti i modi di farmi cambiare idea, ripetendomi che il cognome mi avrebbe creato problemi nella carriera musicale. Io, però, sentivo di averlo nel sangue e alla fine credo anche lui abbia capito che avevo ragione

Il suo ultimo cd, “Come in cielo così in guerra”, che contiene anche “Invisibili” (Premio della Critica e Premio miglior testo all’ultimo Festival di Sanremo) , è un album anche di denuncia sociale di anni caratterizzati da un degrado culturale e politico “che non abbiamo mai passato dal Medioevo”. «Avevo bisogno di fare un album forte. Sono critico verso chi ci ha truffato, togliendoci perfino la forza di dire basta. Adesso, in genere, le canzoni non parlano degli anni orribili che stiamo vivendo perché la musica si è abbastanza omologata alla società. Per cui si preferisce fare poesia che andare contro i mulini a vento, anche perché, sparando contro una società che un po’ abbiamo voluto, alcuni rischiano di spararsi addosso. E, poi, non si sa contro chi sparare perché il potere è diventato così subdolo che si infila dentro la società come un batterio

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40 graNdi all’ombra (4) Grazie a PEPI MORGIA finalmente c’è in cielo “un regista come Dio comanda”

Quando, nel 2009, lo conobbi, di lui mi colpi il contrasto tra un aplomb aristocratico e la disponibilità curiosa verso l’altro. Non a caso il suo amico Fabrizio De Andrè lo chiamava “principe anarco-monarchico” ed il suo nome completo era Gian Luigi Maria Morgia dei conti di Francavilla. Questo, però, lo seppi dopo. Quel 23 ottobre 2009 per me era “solo” Pepi Morgia, regista del tour “De André canta De André” che quella sera Cristiano De Andrè avrebbe portato al Palais Saint-Vincent.

In attesa di intervistare Cristiano, rimasi colpito da uno staff composto da persone che avevano a lungo lavorato col padre: da Bruno Sconocchia, che ne era stato il manager, a Giovanni “Riccio” Colucci, suo storico fonico. Ma, soprattutto, da Pepi Morgia, light designer, regista, scenografo, autore di eventi di fama mondiale, che, mi raccontò, aveva lavorato con Rudolf Nurejev, David Bowie, Genesis, Elton John e per Pavarotti & Friends. «A Saint-Vincent ho lavorato a lungo.-mi disse- Per la Rai ho fatto il regista di programmi come “Le Grolle d’oro” e “Il disco per l’estate”

Il discorso cadde, inevitabilmente, sul suo amico Fabrizio De Andrè, che aveva seguito, come regista, in tutti i suoi spettacoli. A cominciare da quel 18 marzo 1975 in cui aveva esordito in pubblico alla “Bussola” di Viareggio. «A convincerlo ad esordire dal vivo era stato un bell’assegnone.- aveva confidato- Quella sera Fabrizio era letteralmente terrorizzato, per cui si aiutò alzando un po’ il gomito, anche se poi, rotto il ghiaccio non voleva più smettere. Quando si esibiva in pubblico era molto timido per cui si “tirava su” e si creava uno schermo con gli occhiali da sole. Prima che collaboratore ero suo amico, per cui parlavamo a lungo sulle idee per le scenografie che all’inizio erano abbastanza inusuali per i concerti di un cantautoreUna particolarmente riuscita è stata quella del penultimo tour, caratterizzata da un castello di carte di tarocchi genovesi. Fabrizio era un grande giocatore e l’idea mi nacque una volta che gli vidi costruire un castello di carte.»

Le sue scenografie erano talmente piaciute che lo avevano chiamato anche altri amici: da Ornella Vanoni a Gino Paoli, da Claudio Baglioni a Paolo Conte. Nel gennaio 2010, poi, me l’ero ritrovato tra le quinte del Palais Saint-Vincent in quanto regista dell‘anteprima dello spettacolo “Baccini canta Tenco”. In quell’occasione aveva, tra l’altro, voluto che ad aprire il concerto fosse la cantautrice valdostana Naif Herin. «L’ho scoperta nel 2009 quando è stata una delle vincitrici del festival “Musicultura” di cui curo la regia.- mi aveva spiegato- Mi piace perché è originale, ha grinta e una bella presenza. Per cui cerco di coinvolgerla ogni volta che posso.»

Una generosità discreta che ha contraddistinto tutta la vita di Pepi Morgia. Lo ha sottolineata anche Don Andrea Gallo nell’omelia che, il 20 settembre, ha caratterizzato il funerale del regista che se n’era andato la mattina prima, ad appena 61 anni, per problemi al fegato. La cerimonia, svoltasi nella chiesa della Santissima Trinità e San Benedetto di Genova, ha coinvolto, in un clima festoso, tantissimi amici (tra i quali Dori Ghezzi, Francesco Baccini, Alberto Fortis, Vittorio De Scalzi, Irene Fargo e Andy dei Bluvertigo). «Ha diretto grandi spettacoli, ma nessuno sapeva che fosse lui a dirigere i fili- ha detto il celebre “prete di strada” – perché lo faceva per puro amore, verso l’arte e verso gli altriSono sicuro che dopo aver chiarito qualcosina col Padreterno, Dio lo assumerà come regista delle sue luci. Ricordiamocelo quando vedremo un tramonto particolarmente bello, o un’alba con i suoi meravigliosi colori. Diremo che finalmente in cielo c’è un regista come Dio comanda.»            

 

CRISTANO DE ANDRE’: De Andrè canta De Andrè ma suona “Coldplay” e “U 2”

«Ricordo che mio padre ascoltava Brassens e odiava, invece, i “Rolling Stones”. Per cui quando da ragazzo li mettevo a balla mi urlava: spegni quel cazzo di musica

Il risultato di questo scontro generazionale di gusti musicali è stato che Cristiano De Andrè (era lui il ragazzo in questione) ha continuato ad ascoltare il rock, ma, in compenso, ha fatto tesoro degli input che gli venivano dal padre Fabrizio.

Ne è venuta fuori l’intrigante sintesi musicale che ha caratterizzato il tour “De André canta De André” che il 23 ottobre 2009 riscosse grande successo al Palais Saint-Vincent per la “Saison Culturelle”, ed in cui, a dieci dalla morte del padre, Cristiano interpretò dal vivo alcuni brani di Fabrizio in una nuova veste pop rock.

De Andrè canta De Andrè (by Gaetano Lo Presti) IMG_2633

«Il rapporto con le  canzoni di mio padre è molto delicato– spiegò Cristiano (nato il 29 dicembre 1962) prima del concerto- e questo sia per il coinvolgimento emotivo che mi provocano, visto che molte le ho viste nascere, sia perché per i suoi fans le sue versioni sono quelle definitive. Per cui ho cercato di farle mie riarrangiandole con musicisti che  ascoltano la musica che attualmente mi piace come quella di “Verve”, “Coldplay” e “Radiohead”. E mi sembra che, pur non perdendone lo spirito originale, siamo riusciti a portarle da un’altra parte.» “Quello che non ho” è, cosí, diventata un pezzo dark “à la maniere de U2”, “A cimma” sta a metà tra un Beck acustico e i “Coldplay” e “Il pescatore” è stata, addirittura, “tirata” alla “Ramones”.

Luciano Luisi

Luciano Luisi

«Fabrizio– spiegò il tastierista Luciano Luisi, responsabile degli arrangiamenti- aveva un’anima rock che si percepisce nelle pieghe delle canzoni, anche quelle più insospettabili come “A cimma”. Tutti i pezzi si prestano ad una rilettura pop-rock che è stata mirata a trovare un sound personale per Cristiano che possa traghettarlo verso il prossimo Cd di inediti.» Prima, però, il 20 novembre fu pubblicato un Cd che raccoglieva undici pezzi registrati live durante il tour nell’estate scorsa. «La scelta delle canzoni– precisò Cristiano- è stata fatta tenendo conto del  momento storico che stiamo vivendo che è piuttosto effimero, senza più un appiglio né un punto di riferimento e con un consumismo sfrenato che ci porta ad essere sempre più soli e depressi. E non ci sono canzoni che sappiamo descriverlo meglio di “Smisurata preghiera” o “Amico fragile”,  che sono assolutamente attuali. O, anche, “Verranno a chiederti del nostro amore” che ho visto scrivere in diretta e dedicare a mia madre.»

Osvaldo Di Dio

Osvaldo Di Dio

Canzoni che Cristiano ha saputo fare sue grazie a fattori genetici, che in certi  momenti lo rendono un impressionante replicante del padre, ma, anche e soprattutto, grazie ad una grande maturità artistica espressasi anche in uno spericolato polistrumentismo (è passato dalla chitarra al bouzouki, dal violino alle tastiere). Particolarmente azzeccata, quindi, la scenografia di Pepi Morgia (regista di tutti i tour del padre) che ripropose per lo spettacolo un fondale di vele («con Fabrizio usavo velieri un po’ retrò, qui c’è una barca a vela di quelle moderne ipertecnologiche») a simboleggiare un viaggio musicale che idealmente prosegue.  Passaggio di testimone  sancito anche dalla presenza nel tour di Cristiano dello stesso staff che aveva a lungo lavorato con Fabrizio: da Bruno Sconocchia, che ne era il manager, a Giovanni “Riccio” Colucci, suo storico fonico. Per non parlare di Morgia e, nel concerto di Saint-Vincent,  di Massimo Bubola, storico collaboratore del padre.

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