Love is …BLEY- Intervista alla jazzista Carla BLEY

1996-CarlaBley bn filter 1L’11 maggio 1936 è nata a Oakland, in California, Carla Bley, una delle migliori compositrici, arrangiatrici e bandleader jazz. Nata Borg, ha preso il cognome del primo marito, il pianista Paul Bley, conosciuto nel 1957 nel celebre locale “Birdland” di New York, dove lavorava come “cigarette girl”. Fu lui ad incoraggiarla a comporre. Dopo alcune collaborazioni con George Russell e Jimmy Giuffre, la sua carriera decollò con la nuova relazione, artistica e personale, con Michael Mantler (da cui ha avuto la figlia Karen, anche lei jazzista). Con lui nel 1965 fondò la “Jazz Composer’s Orchesra“, con la quale nel 1971 pubblicò la storica opera jazz “Escalator over the hill” che catturò molte delle migliori energie creative di quegli anni, spaziando dalla musica teatrale di Kurt Weill al free jazz, dal rock alla world music. Basti pensare che nel cast comparivano musicisti come Gato Barbieri, Jack Bruce, Don Cherry, Charlie Haden, Don Preston, John McLaughlin, Enrico Rava, Linda Ronstadt e Paul Motian. Ho intervistato la Bley il 28 ottobre 1998, in occasione del primo appuntamento della rassegna “Aosta Jazz”. 415ThqiwOwL__SL500_AA240_In quell’occasione si divertì a scattare foto con una delle prime macchine digitali. Ne scattò una anche a me che ha, poi, pubblicato nel libretto del Cd “Are we there yet?” del 1999. Ecco uno stralcio dell’intervista che le feci:

… Jazz è anche un batuffolo di capelli biondi con frangetta. Jazz sono due mani ossute che zampettano su una tastiera. Jazz sono un paio di vezzose calze a strisce bianconere. In poche parole, jazz è Carla Bley, la pianista e compositrice americana che il 28 ottobre, in occasione del primo appuntamento di “Aosta Jazz”- ha soggiogato lo strabordante pubblico accorso alla Biblioteca di Viale Europa con una musica impalpabilmente eterea (anche se meticolosamente costruita), orecchiabilmente complessa, speziata di ironia e sublimato divertissement. Con lei c’era il bassista elettrico Steve Swallow con il quale vive da anni uno dei più fecondi “menage à trois” della storia della musica: lei, lui ed il jazz. «La musica che scrivo normalmente per Big Band è molto “chiassosa” -ci ha detto la Bley – per cui in questo momento mi piace di più la leggerezza della musica fatta in duo. E poi è un ritorno alle radici del jazz quando i musicisti si esibivano da soli o in piccole formazioni». Tra le “happy songs” presentate ad Aosta (tutte composte dal duo con l’eccezione di “Lost in the stars” di Kurt Weill) un paio erano dedicate ad autori classici: Mozart e Satie (“Satie for two”, ironica parodia di “Tea for two”). E’ segno di un rinnovato interesse verso la musica classica? «L’unica relazione con la musica classica europea è mio padre che era maestro del coro ed organista nella chiesa di Oakland dove sono nata. La musica di Satie mi ha comunque influenzata anche perché da ragazzina registrai dalla radio la sua “Parade”; poi l’apparecchio si ruppe e, prima di riuscire a ripararlo, ascoltai quel brano un sacco di volte». La musica suonata stasera in duo è, inevitabilmente intima, ma, osservai, la Bley donna-orchestra esce comunque fuori negli arrangiamenti e quando suona il piano… «Certo- scherzò lei, con un’eloquente mimica- Ho dieci dita per cui le prime tre sono tromba, trombone, sax, questa è la chitarra, questa è la batteria … e il mignolo è Steve»…

Il filmato dell’intervista a Carla Bley e Steve Swallow opera di Michelangelo Buffa