Musica a catinelle per il gigante POPA CHUBBY

E’ un tipo che non lascia indifferenti il quarantenne newyorkese Ted Horowitz che il 16 luglio si è esibito allo stadio Puchoz di Aosta per la quarta serata dell’“Aosta Blues & Soul Festival”, la rassegna, sponsorizzata dagli Assessorati comunale e regionale al Turismo. A cominciare dal nome d’arte, Popa Chubby, che è una contrazione della frase “pop a chubby” che nello slang del Bronx, dove è nato, vuol dire avere un’erezione. Cresciuto coi nonni italiani ha iniziato suonando la batteria, finché, scoperti i Rolling Stones, è passato alla chitarra. Con questa, nei suoi “hungry years”, ha suonato blues, heavy metal e punk rock, arrivando, nel 1992, a vincere, grazie ad un concorso per nuovi talenti, la possibilità di aprire i concerti di James Brown e Chuck Berry. La dura gavetta, a botte di 200 concerti all’anno, è finita nel 1995 con il successo del singolo “Sweet goddess of love and beer” e del cd “Booty and the beast” prodotto da Tom Dowd, uno che aveva lavorato con Aretha Franklin e Ray Charles. Che genere di animale da palco fosse Popa Chubby lo confermò l’album live “Hit the high hard one” che lo candidò come uno dei protagonisti della chitarra degli anni Novanta. Convinto che il blues sia mezzo d’espressione e non fine («Black Sabbath e Motorhead sono blues bands- è solito dire- perché tutto viene dal blues»), la sua musica è andata via via incorporando elementi pop, rock, psichedelici, metal e trip-hop, accentuando, nel contempo, l’impegno politico (specie nel cd “Peace, Love and Respect” pubblicato nel 2004 sull’onda emozionale della guerra in Iraq). La sua inquieta ricerca lo ha portato nel febbraio di quest’anno a pubblicare “The Fight Is On“, un eccitante cd di hard Blues Rock che ha costituito il canovaccio del concerto aostano, svoltosi per metà sotto un violento acquazzone, in cui si è dimostrato gigantesco, e non solo fisicamente. Passando, senza lasciar il tempo di rifiatare, dall’Hendrix di “Little Wing” al tema de “Il Padrino”, da “Hallelujah” di Leonard Cohen ad un medley degli “Who”. Il tutto innaffiato da tanta acqua e, soprattutto, da tanto tanto blues. «Perché tutto viene dal blues».

Le “Voodoo lips” di ANDY J FOREST

Attore (lo ricordiamo con Serena Grandi in “Miranda” di Tinto Brass), scrittore e pittore l’americano Andy J. Forest è, soprattutto, bluesman di razza che vanta collaborazioni eccellenti (da B.B. King a Steve Ray Vaughan). «Sono tutte cose capitate per caso perché mi piace cambiare.- ha confessato in occasione del concerto allo stadio Puchoz del 9 luglio per “Aosta Blues & Soul Festival”- Ho, per esempio, cominciato a disegnare durante le tournée, perché, nei viaggi in furgone, il leggere mi stancava gli occhi.» Sono, così, nati quadri “outside” raffiguranti soprattutto cantanti di blues e di quel jazz che è l’altra sua grande passione («quando dipingo ascolto Thelonious Monk»). Nato nel 1955 a Pullman, nello stato di Washington,  Forest vive dal 1991 nel quartiere francese di New Orleans, finendo per assorbirne, nella musica, i sapori. Al punto che attualmente la musica dei suoi show riesce ad incarnare al meglio “lo spirito e gli spiriti di New Orleans” risultando  “malinconica e festosa, intensa e leggera, accogliente e pericolosa”  . «E’ una città multiculturale- ha precisato- in cui si risente l’influsso dei vicini Caraibi e del suo famoso Mardi Gras (il Carnevale: n.d.r.) , con l’uso massiccio di percussioni e ritmi sincopati che si rifanno a mambo, rhumba e funky.» Ha finito per risentirne anche il suo modo di suonare l’armonica, al punto che, a tratti, incarna perfettamente il titolo di uno dei suoi brani migliori, “Voodoo Lips”(labbra Voodoo). La gamma espressiva della sua armonica gli ha, d’altronde, permesso di esprimersi al meglio anche partecipando, in passato, alla registrazione di canzoni come “Quello che non ho” di Fabrizio De Andrè e colonne sonore come quella de “Il cattivo tenente-Ultima chiamata New Orleans” di Werner Herzog. «Ho scelto l’armonica perché è comoda da trasportare. Suono anche clarinetto, violino, sax, chitarra, basso e frattoir (un asse metallico usato nella musica cajun: n.d.r.), ma l’armonica è molto meglio per fare l’autostop.» Ad Aosta Forest si esibito col trio formato da Leo Ghiringhelli (chitarra), Luca Tonani (basso) e Pablo Leoni (batteria), confermandosi “uomo dalle mille parole” e presentando il recentissimo cd “NOtown Story“. «Il titolo è un gioco di parole, perché il NO iniziale indica le iniziali di New Orleans, ma, anche il fatto che dopo l’uragano Katrina è una città che non c’è più

ROY YOUNG all’Aosta Blues & Soul Festival

Si chiama Young, ma young (giovane) ormai non è più. Anche se viene, infatti, presentato come il “fenomeno emergente della musica soul mondiale”, Roy Young ha la non più verde età di sessantuno anni. A suo discapito questo giamaicano che al reggae ha preferito il soul può, indubbiamente, citare eventi avversi che ne hanno rallentato la carriera. A cominciare dalle vicissitudini che nel 1980, quando era sotto contratto con la EMI, avevano impedito la pubblicazione di un album registrato con ospiti del calibro di Marvin Gaye e Sly & The Family Stone. Erano solo alcuni degli amici che si era fatti nel corso di una carriera costellata di incontri e collaborazioni importanti: da Long John Baldry ad Arthur Brown, da Pat Rizzo dei “War” a The Four Seasons. Un po’ per la delusione e soprattutto per amore si era ritirato in Israele, un esilio da cui l’hanno strappato gli australiano Gideon e Daniel Frankel che, innamorati della voce di Roy, decisero di scrivergli nuovi brani. Nel giro di qualche anno è nato “Memphis”, il cd che nel 2007  gli ha dato la notorietà, con conseguente tour mondiale che l’8 luglio ha toccato lo stadio Puchoz di Aosta per l’ottava edizione dell’ Aosta Blues & Soul Festival”. Accompagnate da una band “made in Italy”, si sono così, potute ascoltare interpretazioni intense di ‘Don’t Call It Love’ o ‘So Strange’, ma, anche, le atmosfere giamaicane di “Half Past July” e, perfino, una “pickettiana” cover di “Hey Jude”. In molti hanno finito per concordare con il compianto Willie Mitchell, il produttore di tutti i più grandi artisti di Memphis (da al Green ad Ann Peebles) che, dopo aver ascoltato “Memphis” aveva detto: «Chi avrebbe potuto pensare che un cantante nato in Giamaica e che vive a Tel Aviv avrebbe salvato la Soul Music negli U.S.A.»

BRIAN AUGER e l’Hammond: più che uno strumento, un destino

New Oblivion Express IMG_2595Erano il 1963 quando il ventiquattrenne Brian Auger fu colpito dal suono di un disco diffuso dalle casse messe all’esterno del suo negozio di dischi di Shepherds Bush, a Londra. Sì, per essere un organo era un organo, ma era suonato in una maniera assolutamente nuova ed eccitante. Quell’ascolto cambiò la sua vita. «Era Jimmy Smith che suonava l’organo Hammond in “Back At The Chicken Shack “.-ha ricordato prima del suo concerto aostano di venerdì 10 luglio inserito nell’Aosta Blues & Soul Festival- Mi precipitai subito dal distributore londinese e gli dissi: voglio un Hammond. Lui mi vendette, però, un piccolo “L 100″ con cui non riuscivo a suonare le cose che faceva Jimmy. Per fortuna un amico mi diede un disco nella cui copertina c’era Jimmy McGriff che suonava l’Hammond B-3. Con quella foto andai dal distributore e lo convinsi a farlo arrivare da Chicago. Ci sono volute 10 settimane perché arrivassero i vari pezzi che montammo a LondraLo Presti & Auger IMG_1718La novità del suono dell’organo di Auger attirò Long John Baldry, uno già famoso perchè aveva lavorato coi Beatles. Insieme formarono gli “Steampacket”, scritturando cantanti come Julie Driscoll e l’allora sconosciuto Rod Stewart, che fu la prima delle tante rockstar che hanno incrociato la strada di Auger. «Un giorno mi chiamo Chas Chandler, il bassista degli “Animals”, che voleva che prendessi nel mio gruppo un chitarrista blues americano che aveva scoperto. La mia musica con i “Trinity” aveva, però, imboccato altre strade, per cui gli dissi che non ne avevo bisogno, ma che, comunque, si poteva sempre fare una jam per vedere com’era. Il venerdì successivo, in un club di Soho, arrivò questo ragazzo di colore che si fece prestare la chitarra e mi chiese di fare gli accordi di una canzone che non conoscevo: “Hey Joe”. Poi partì sicuro anche se tra il pubblico c’era gente come Eric Clapton, Jeff Beck, Alvin Lee e Stevie Winwood. Alla fine eravamo tutti sconvolti. E Clapton più di tutti, tanto che disse: Mio Dio, sono finito. Quel chitarrista era Jimi Hendrix.»La musica che Auger faceva all’epoca coi “Trinity” lo fa oggi annoverare tra i pionieri del jazz-rock. Non è, infatti, un caso che nel 1968 sia stato il primo artista pop ad essere chiamato al Montreux Jazz Festival. «Avevo avuto l’idea di formare con la cantante Julie Driscoll un gruppo che usava i ritmi di r’n’b e funky dei dischi della Tamla Motown mettendoci sopra le armonie e l’improvvisazione jazz. Un po’ quello che farò stasera ad Aosta con i “New Oblivion Express” nel concerto che apre la mia tournèe europea. Devo molto alla musica nero-americana ed ho spesso fatto delle versioni di canzoni dei miei idoli, stupendomi ogni volta che avessero più successo degli originali. Finchè una volta Herbie Hancock, uno di questi idoli, mi ha spiegato che era dovuto al nuovo sound “british” con cui le arrangiavo.»  Quello stesso suono che lo ha fatto tornare in auge negli anni Novanta sull’onda dell’Acid Jazz e che, la sera del 10 luglio, ha entusiasmato il pubblico dello stadio Puchoz dove si è esibito con una band a conduzione familiare che comprendeva i figli Karma (batteria) e Savannah (cantante).

Auger IMG_2659Auger Savannah IMG_2243Auger Karma IMG_2752

Il video di “Pavane” eseguita ad Aosta

Gli eccitanti cocktail musicali dei “TISHAMINGO”

Tishamingo-Bataclan_MG_8504Il successo ottenuto dalla rassegna “Aosta Blues & Soul Festival 2009” premia l’organizzatrice Aurora Carrara che ha saputo preparare un’equilibrata miscela di nomi noti (Brian Auger, Sarah Jane Morris, Ronnie Jones) e eccitanti scoperte. Tra queste ultime spiccano sicuramente i “Tishamingo”, uno dei migliori gruppi al mondo di “southern rock”, esibitisi allo Stadio Puchoz di Aosta il 4 luglio scorso. «Il southern rock e’ solo una definizione per indicare un mix di country blues e hard rock.- ha spiegato il chitarrista e cantante Cameron Williams nel corso di un informale dopoconcerto in un ristorante aostano- Per me è un modo di vivere che rispecchia il carattere tipico della gente del Sud degli Stati Uniti che è accogliente e concreta, di poche parole ma ben chiare. A tutti noi piace il Blues, che, però, come l’alcool che fa da “base” per la preparazione di qualsiasi cocktail, deve essere usato con cautela, altrimenti finisce per ubriacare subito. Per cui mescoliamo il Blues con altri generi tipici del nostro paese come il country, il rock’n roll, il funky e il jazz.». Jess Franklin IMG_7856Da ottimi “barman” i “Tishamingo” ad Aosta hanno, infatti, servito inebrianti cocktail musicali che sotto il Jason Fuller IMG_7812gusto forte di pezzi come il devastante “Get On Back” o il texas boogie “Bad News”, avevano il delicato retrogusto di una “Are we Rollin’?”. Tutti brani contenuti nel loro ultimo Cd “The Point”. «Dopo i primi due album- ha confidato l’altro chitarrista Jess Franklin- è stato con l’arrivo Chuck (Chuck Thomas, il bassista che con il batterista Richard Proctor e il tastierista Jason Fuller, completa la formazione: n.d.r.) che la band ha cominciato a girare veramente forte. Le canzoni di “The Point” rispecchiano proprio il nostro nuovo punto di vista. I testi parlano della vita di ognuno di noi, fatta di speranze e delusioni, mentre la musica è molto più rock, con un suono che, pur essendo classicamente “vintage”, non suona vecchio. Pensiamo che questa sia la direzione da seguire, altrimenti dopo gruppi come “Led Zeppelin” e “Allman Brothers” non ci sarebbe più lavoro per nessuno!» Conoscete qualche rocker italiano? «Stimiamo molto la bravura e la coerenza di gruppi come “Shanghai Noodle Factory” e “Guinea Pig”.» Come giudicate, infine, l’”Aosta Blues & Soul Festival”? «E’ stato organizzato in modo molto professionale e i valdostani si sono dimostrati gente cordialissima e ottimi ascoltatori.»

Ringrazio Stefano Reboli e Max  Arrigo per il loro indispensabile aiuto nella realizzazione di questa intervista

Roger Proctor IMG_7928Tishamingo IMG_7919Cameron Williams IMG_7788

Video di “Don’t do it”