L’epica “guerra bianca” degli Alpini, durante la 1^ guerra mondiale, nelle foto di STEFANO TORRIONE

1 L'ippopotamo 2-5c4f-4206-98c4-a04cc413e083

001_Per andare su queste altissime monti e valli di 100, 200 e piú metri di chiaccio la pacce non potrá arrivare altro che con la nostra morte.”

Le parole (errori grammaticali compresi) del diario di un soldato trentino che combattè ai 2623 metri del Passo Cercen, nel gruppo dell’Ortles-Cevedale, sintetizzano al meglio la durezza, e spesso l’inutilità, della Guerra Bianca, quella che, durante la prima Guerra Mondiale, si svolse per la prima volta ad alta quota, sui ghiacciai alpini che raggiungono e superano i 3000 metri.

A questa guerra la rivista National Geographic Italia ha dedicato un ampio servizio (28 pagine) e la copertina nel numero di marzo 2014 che è stato presentato il 12 marzo al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto.

Era presente, tra gli altri, il fotografo aostano Stefano Torrione autore delle foto del servizio (il testo è di Michele Gravino) che si intrecciano con le immagini storiche fornite dal Museo della Guerra di Rovereto che la presentazione ha organizzato.

1 I_guerra_mondiale«E’ un servizio- spiega Torrione- che si inserisce nelle celebrazioni del centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale che in Trentino, che faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico, iniziò nel 1914. Per farlo, tra luglio ed orttobre 2013, ho percorso tutto il gruppo dell’Adamello-Bresanella, dove, tra l’altro ha combattuto il Battaglione Aosta, arrivando ai 3200 metri del Cresta Croce dove si trova l’Ippopotamo, un cannone di 60 quintali portato in cima dagli Alpini nel 1916.»

1 guerra bianca img708E’ uno degli esempi più eclatanti di quel processo di “urbanizzazione” della montagna che, per permettere di combattervi, portò a costruire in alta quota strade, teleferiche, linee telefoniche ed elettriche, baracche o veri e propri villaggi.

E’ il caso della galleria del corno di Cavento, scavata nella roccia dagli austriaci a 3.400 metri d’altitudine, che era lunga 62 metri e serviva da postazione di artiglieria e da alloggio per una quarantina di soldati. Abbandonata a fine guerra, è rimasta bloccata per 80 anni, finchè il ritiro del ghiacciaio (“in un secolo e mezzo il ghiacciaio dell’Adamello si è ritirato di due chilometri”) ha permesso di individuarla, recuperando oggetti che questo “enorme frigorifero sbrinato” aveva conservato perfettamente.

Ritirandosi, i ghiacci hanno restituito anche i corpi di soldati della Guerra Bianca, e Torrione ne ha immortalato i toccanti funerali, mentre vengono seppelliti con un rituale d’altri tempi che vede in prima fila anziani in divisa da Alpini e Kaiserjäger.

Le foto a colori del post sono di STEFANO TORRIONE

1 Funerale ok foto

Sarre e i suoi figli nella Grande Guerra

“La morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni di uomini una statistica”. E’ una frase cinica attribuita a Stalin (uno che in fatto di massacri se ne intendeva) che si adatta perfettamente a tragedie come le grandi guerre. Tra i combattenti della Prima Guerra Mondiale, per esempio, si contarono ben 9 milioni di vittime (alle quali bisogna aggiungere i circa 7 milioni di morti civili).

Pur lontana dai campi di battaglia anche la Valle d’Aosta pagò un alto prezzo di sangue ricordato nel libro “Sarre e i suoi figli nella Grande Guerra” opera di Santo De Dorigo, Amerigo Pedrotti e Adriana Meynet. I primi, due esperti di Grande Guerra, a descrivere dettagliatamente le operazioni al fronte, la Meynet, sarrolein, a sottolineare il prezzo in vite umane dei valdostani, in gran parte inquadrati nel “massacratissimo” Battaglione Aosta. Su 8500 soldati partiti in guerra, scrive, 3600 furono ospedalizzati, 850 prigionieri e 1557 morti.

In parecchie famiglie scomparvero due o più figli e il ritorno dei reduci fu accompagnato da gravi malattie, traumi e conseguenti difficoltà di inserimento. Il che rese ancor più difficili le condizioni economiche di una popolazione che la guerra l’aveva subita, lontanissima dagli entusiasmi dei politici e dei vertici del clero valdostano.

Non certo del prete di Saint-Maurice, il solerte Lale Thomas, che doveva comunicare ai sarrolein i decessi dei figli. Come quando nel febbraio 1917 annunciò alla famiglia Blanchet la morte dei fratelli Joseph e Désiré Joconde e dei cugini Pierre Louis Blanchet e Louis Meynet.

Furono ben 27 i caduti di Sarre-Chesallet, ai quali il 22 giugno 1924, nella piazza del paese, venne innalzato il monumento ai caduti della Guerra Italo-Austriaca 1915-18. Sono tutti raffigurati in un poster stampato nel 1925 che raccoglie i “caduti e combattenti di Sarre Gazolo (che era l’italianizzazione di Chesallet, n.d.r.)”. E una delle immagini del ricco corredo fotografico del libro che, accanto ad alpini dimenticati, parla approfonditamente del capitano Octave Bérard, illustre sarrolein che durante la guerra fu insignito di due medaglie di bronzo ed una d’argento.

C’ERA UNA VOLTA (2) Ricordando la 76^ Adunata Nazionale degli Alpini, nel 2003, ad Aosta

Con la grandiosa sfilata dell’11 maggio 2003 si concluse la 76^ Adunata degli Alpini ospitata da Aosta. E’ stata la più grande festa popolare mai ospitata in Valle d’Aosta, con numeri da record ed emozioni da ricordare. Dietro il suo successo ci fu il lavoro, più o meno oscuro, di centinaia di persone che il 12 maggio furono ringraziate con una megacena, offerta dagli organizzatori della Sezione Valdostana dell’ANA, presso il grande punto ristoro in Viale Chabod che si concluse con una gigantesca torta di 120 chili. A tagliarla furono il Presidente della Giunta regionale Roberto Louvin, il Sindaco di Aosta Guido Grimod, il Presidente Nazionale dell’ANA Beppe Parazzini e quello della Sezione Valdostana Rodolfo Coquillard.                                                                                                                                                                                                                                                   

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Il Sacrario-Museo del Battaglione Alpini “Aosta”

Non sono perché furono quando la Speranza si alimentava col sacrificio”. Questa scritta posta all’ingresso della cripta che è il cuore del Sacrario- Museo del Battaglione Alpini “Aosta”, sintetizza il coraggio, il senso di dovere, il sacrificio di migliaia di giovani alpini morti nelle delle campagne d’Africa e nelle due Guerre Mondiali. Vi si respira, in particolare, l’epopea del Battaglione “Aosta” nella Prima Guerra mondiale, i cimeli della quale abbondano: dalle anfore contenenti pugni di terra dei luoghi sacri (i monti Solarolo, Vodice, Pasubio, Grappa) al rosario appartenuto al Tenente Ferdinando Urli morto sul Dente del Pasubio, da brandelli di gloriose bandiere ai tre fucili austriaci intrecciati e sormontati da un cappello alpino con penna mozza (simbolo degli alpini caduti) che stanno all’ingresso della cripta. Inaugurata, all’interno della Caserma Testafochi di Aosta, il 18 maggio 1940, dopo lo sbando dell’8 settembre 1943 la struttura risorse grazie ad una paziente opera di recupero e riordino del materiale disperso al quale si aggiunsero le testimonianze delle Campagne di Grecia e di Russia. Nel 2006, infine, l’impulso del Generale Oliviero Finocchio e il certosino lavoro del Colonnello Guido Dupuis hanno portato ad un’ulteriore sistemazione, con trasformazione da Sacrario in un Museo, che, senza perdere le qualità spirituali, ne ha permesso una maggiore fruibilità. Al Sacrario è dedicato il libro “La Memoria dell’Aosta” di Gianfranco Ialongo. Oggi 4 maggio, in occasione dell’anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, il Sacrario è aperto al pubblico. 

Ecco l’ampio servizio televisivo che la redazione di RAI VdA ha dedicato al Sacrario del Battaglione Aosta