Le storie ed i volti dei migranti in fuga dalla violenza di ISMAIL FAYAD e GIAMPAOLO DUCLY

1 Fayad ok 6757794047_7846045811434143761_n.jpgLa memoria si onora con le parole ma, soprattutto,con gesti concreti. Per questo Ismail Fayad è tornato a fare volontariato per Hot Food Idomeni, l’associazione umanitaria nata per servire migliaia di pasti caldi nell’inferno del campo profughi di Idomeni, tra Grecia e Macedonia.

Il venticinquenne valdostano di origine siriana c’era stato dal 13 al 19 maggio 2016, qualche giorno prima che la polizia ellenica lo sgomberasse. Oltre a lavorarvi in cucina, aveva raccolto storie. Come quella dei siriani Adnan e Mohammed, scappati dai quartieri di Deir ez Zour assediati dall’Isis. «Assad sta uccidendo la città dall’alto coi suoi aerei, l’Isis dal basso coi suoi soldati.- gli avevano detto- L’unica differenza tra la Siria e Idomeni è che laggiù si muore in un attimo, mentre qui moriamo lentamente1 Fayad 54925571_1740548514155676682_n.jpgDeir ez-Zor è la città del padre di Ismail, Majed, medico trasferitosi in Valle negli anni Ottanta. Lì Isma, come viene chiamato, ha imparato l’arabo, lì ha una miriade di parenti e lì c’era la casa di famiglia distrutta da un bombardamento russo. Anche per questo dal 20 febbraio al 24 marzo è tornato a lavorare per Hot Food Idomeni. Questa volta a Belgrado, che, da quando l’Ungheria ha sbarrato le frontiere con la Serbia, è diventata il capolinea per migliaia di persone in fuga da conflitti e miseria.1 ISMAIL 30079_n.jpgUn’esperienza, condivisa con l’insegnante aostano Gianpaolo Ducly, della quale i due hanno parlato il 5 marzo all’Espace Populaire di Aosta. «Ho lavorato in una cucina da campo che ogni giorno distribuiva millecinquecento pasti caldi- ha raccontato Isma – Ottocento ai rifugiati accampati nei magazzini di una stazione abbandonata del centro di Belgrado e circa settecento in un campo governativo a una ventina di chilometri dalla città. Nella stazione più di mille migranti pakistani e afghani vivono senza acqua corrente, riscaldamento ed elettricità e con pochissimi bagni chimici. Per riscaldarsi bruciano sacchi di plastica e roba tossica che rende l’aria irrespirabile1 ISMAIL 53991789955857718_n.jpgLì ha lavorato per più di 8 ore al giorno, cercando di riabituare i migranti ai rapporti umani che avevano fatto loro dimenticare gli integralisti in Patria e le varie polizie (in particolare quella bulgara) incontrate nel loro peregrinare. Gli hanno, infatti, raccontato storie di persecuzione (come quelle di un afghano omosessuale o di un altro che faceva parte di un team di vaccinatori) e violenza . Ma gli hanno anche regalato sorrisi ed emozioni. Come il pakistano Ali Nur che lo ha commosso cantandogli una canzone tradizionale del suo paese.1 ISMAIL 69341501004850038_n«Hanno una visione idealizzata dell’Europa, dove pensano di trovare un lavoro che li faccia tornare in patria ricchi. Per arrivarci pagano fino a 10.000 dollari ai trafficanti. Li chiamano “joker”, ed ogni tentativo di passare, a piedi o in container, la frontiera croata, che è quella un po’ più permeabile, è un “game”, gioco. C’è chi ne ha già fatti, inutilmente, una ventina.»1 Fayad 2_nI volti di molti di loro li ha fotografati alla luce fioca dei cellulari, l’unica possibile nella vecchia stazione di Belgrado. All’Espace ha mostrato queste foto, raccontando, con Ducly, alcune delle loro storie e dando informazioni su come aiutare o, addirittura, partecipare al progetto Hot Food Idomeni.1 Ismail Fayad e Gianpaolo Ducly 2615950291_921367453_n1 Fayad 7790837_1521277923_n