Le pietre miliari di GINO PAOLI tra le antiche pietre del Teatro Romano di Aosta

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Alle antiche pietre valdostane Gino Paoli è abituato. Era il luglio 2007, quando, tra quelle del Castello reale di Sarre, portò il progetto “Milestones” (pietre miliari, tanto per cambiare) in cui interpretava alcuni suoi classici senza tempo con alcuni dei migliori jazzisti italiani. Tra quelle del bimillenario Teatro Romano di Aosta il 27 luglio ha, invece, portato, per “Aosta Classica”, il concerto Due come noi che” che ne è un po’ la prosecuzione, con, ad accompagnarlo, il pianista Danilo Rea, che da un decennio contribuisce a dare sapori jazz ai suoi capolavori senza tempo .

«Ho cominciato ad ascoltare il jazz che avevo 12 anni.- ha raccontato PaoliDavanti casa mia c’erano i carri armati americani, e, quando ho sentito la tromba di Louis Armstrong, è stato un colpo di fulmine. Da ragazzi coi primi gruppetti, in cui suonavo la batteria, “facevamo finta” di fare il jazz. Anche con gli altri cantautori genovesi se ne parlava sempre. E lo si suonava, specialmente io, Bruno (Lauzi) e Luigi (Tenco). Umberto (Bindi), invece, veniva da tutt’altra estrazione, arrivava dal conservatorio ed era più incline alla musica sinfonica.»

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Paoli ascoltava jazz nella “vecchia soffitta vicino al mare” in cui compose “La gatta” e questo, inevitabilmente, influenzò la costruzione di molte sue canzoni. Non a caso, nel 1967, il chitarrista Wes Montgomery fece una sua versione di “Senza fine”. Canzone che, come gli scrisse, avrebbe voluto comporre nientepopodimenoche Hoagy Carmichael, l’autore di “Stardust”. «Credo che in tutti i miei pezzi molto dell’armonia e della melodia derivi dal jazz.- ha continuato il cantautore– Perché è il genere musicale che ho ascoltato di più insieme alla lirica, visto che sono cresciuto con un padre che cantava le romanze ed i pezzi d’opera. Invece ho seguito meno la musica italiana. Questo per spiegare che uno assorbe tante cose diverse nella vita, ma poi deve cercare di fare il suo.»

Paoli c’è, indubbiamente, riuscito, con un mucchietto di canzoni entrate nell’immaginario collettivo di diverse generazioni di italiani, e che, secondo una stima del Corriere della Sera, nel 2013 gli rendevano 450 mila euro all’anno di proventi SIAE. Tanto per ribadire quali siano stati i suoi modelli ha iniziato il concerto con “Una furtiva lacrima”, “Time after time” e O sole mio”. Perchè la canzone napoletana (omaggiata anche con le versioni di “Passione” e “Reginella”) è un’altra sua fonte d’ispirazione, a cui ha dedicato il suo ultimo cd “Napoli con amore” («trovo che la grande canzone napoletana sia una delle forme più belle della musica. Le canzoni di poeti come Bovio, Di Giacomo e Murolo sono un modello ineguagliato.»).

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Più in generale il concerto è stato un viaggio alla ricerca della melodia e della poesia perdute e che, invece, hanno reso immortali canzoni napoletane, francesi (“Que Reste-T-il De Nos Amours” e “Albergo a ore”), sudamericane e di suoi amici cantautori (“Vedrai vedrai” e “Il nostro concerto”) . Con, a far la parte del leone, i suoi cavalli di battaglia: antichi (“Sassi”, “Il cielo in una stanza”, “Sapore di sale”, “La gatta”, “Che cosa c’è”, “Senza fine”) o più recenti (“Vivere ancora”, “Fingere di te” e “Una lunga storia d’amore”).

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Perfetto a dare coerenza e imprevedibilità jazzy ai pezzi è stato Danilo Rea, uno dei migliori solisti italiani, che è, tra l’altro, anche il pianista preferito di Mina. «La frequentazione di cantanti come Paoli e Mina mi ha molto aiutato,- ha spiegato– perché mi ha insegnato a non esagerare con il jazz, trovando un modo di improvvisare seguendo e stando sotto la voce. Con loro ho imparato l’importanza di adattare sé stessi ai pezzi, e non viceversa». A tal proposito Paoli ha aggiunto: «Credo che bisogna avere una certa umiltà quando si canta o si suona. Il modo di cantare è il risultato di una collaborazione, non si può farlo senza badare a quello che fanno gli altri, perché questo non sarebbe fare jazz. Io sono il cantante di un gruppo che mi dà degli elementi, come io li dò a loro: quello che ne esce sono scambi, vibrazioni, riflessi. Anche per questo la scaletta dei concerti con Danilo nasce sull’onda dell’improvvisazione. Ci mettiamo d’accordo “all’incirca”, poi sul palco basta uno sguardo per capirci.»

Ha qualche ricordo legato alla Valle d’Aosta? «Sono un uomo di mare, ma non posso dire di essere insensibile al fascino delle montagne, dei colori e della natura spettacolare della Valle D’Aosta.» E Rea, invece? «E’ una regione meravigliosa, tappa del mio primo viaggio in macchina da ragazzo. Ricordo poi, molti  anni fa, l’emozione con cui, in un festival jazz, aprii  ad Aosta la sera in cui suonarono il grande sassofonista Michael Brecker ed Herbie Hancock.»