GIORGIO ALBERTAZZI: nella vita e nel Teatro ho sempre guardato al di là del muro

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Conobbi Giorgio Albertazzi il 15 ottobre 2008. Era venuto ad Aosta per inaugurare la Saison Culturelle con “La forma incompiuto”, uno spettacolo, con la ballerina Luciana Savignano, che, nonostante i bagliori della sua intatta maestria nello stare sul palco del Teatro Giacosa, lasciò una forte sensazione di “incompiuto” e “non finito”. «Di quest’opera-mi spiegò in un camerino colmo di prodotti tipici valdostanisi può dire quello che non è: non è un testo tradizionale, non è un monologo, non è una conferenza. Io, con la parola, e Luciana, con la danza, abbiamo, piuttosto, cercato di mostrare come l’incompiutezza possa essere un valore

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Di immenso valore fu sicuramente la carismatica presenza di quel grande vecchio (all’epoca aveva 85 anni), primo divo televisivo (grazie agli sceneggiati ma, anche, alle letture di poesie), che  per decenni aveva conteso a Vittorio Gassman e Carmelo Bene il primato di migliore attore italiano. «La partita era tra me e Bene», chiosò vezzoso. Glissando sul fatto che Bene avesse, provocatoriamente, parlato di “squallida prosa degli Albertazzi” chiamando i suoi cani lupo “Albertazzi“.

Giorgio Albertazzi

Indubbiamente i due possedevano quel “duende” che l’attore esaltò durante lo spettacolo del Giacosa.«E’ la magica energia che dovrebbe avere l’Arte in continua evoluzione. Si dovrebbe lavorare sempre come se fosse l’ultima volta. Per me è così, perché solo così si può dare quell’impressione di “unicum”- che succederà, cioè, quella volta e mai più- che caratterizza il grande Teatro. Scriveva Garcia Lorca che quando il duende sopraggiunge “dà sensazioni di freschezza del tutto inedite, con una qualità di rosa appena creata”»

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Se è per questo- intervenni- diceva anche che le radici del “duende” affondano “nel limo da dove proviene ciò che è sostanziale”. Non è, quindi, casuale il suo interessamento alla psicanalisi, e quanto questa abbia influito nel suo lavoro. Anche ad Aosta è sembrato recitare in uno stato di trance che sta tra la “reverie” e l’ipnosi… «Per me recitare è questo, mentre mi sembrano quasi ridicole le tecniche di calarsi nel personaggio, che pure hanno le loro nobili intenzioni. Nel mio lavoro la psicoanalisi, col suo fondo di autenticità, è stata fondamentale. Ho, addirittura, avuto la fortuna di conoscere Jung. Mi portò nella sua casa di Bollingen uno psicologo di Firenze che voleva tranquillizzarmi sulla mia maledetta capacità di individuare il male nelle persone. Jung ci fece aspettare fino alle due del pomeriggio, poi volle fare due passi con me in giardino. Camminammo in silenzio, finché, arrivati ad un muretto mezzo diroccato, mi disse: se ti capita, guarda pure al di là dal muro. E’ quello che da allora ho sempre fatto, nella vita e nel Teatro».

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