Così parlò EDOARDO BENNATO a Tavagnasco Rock 2016

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Pecchè a Napule quanno sunammo è America”, canta Edoardo Bennato in un blues autobiografico contenuto nell’ultimo album, “Pronti a salpare”. Nel suo caso è stato “America” più di chiunque altro. A Napoli, come in Italia, più rock di lui non c’è, infatti, mai stato nessuno. Basti ricordare i suoi modelli musicali, gli inizi on the road a Londra, l’essere stato il primo italiano a riempire gli stadi col tour estivo del 1980 che realizzò mezzo milione di persone in tredici date, ma, soprattutto, la coerenza con cui ha portato avanti una canzone di forte impegno sociale ed idee non politicamente corrette.

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Lo ha confermato il 30 aprile, con la musica fatta nel concerto serale tenuto nel Palatenda del Tavagnasco Rock, ma, anche, con le parole dette, nel pomeriggio, nel corso della conferenza stampa tenuta al Teatro Confraternita del paese. Lo stesso posto dove il Festival 27 anni prima è nato. «La musica popha spiegato- è una musica rassicurante, fatta per distrarsi, per non pensare, per evadere dalle tensioni di tutti i giorni. Invece il rock queste tensioni le esprime, ed i suoi testi parlano degli squilibri e dei paradossi dell’attualità. Poi, siccome, sul palco bisogna fare spettacolo e non conferenze, ho scelto di coniugare i contenuti alla spettacolarità attraverso l’ironia nei confronti del potere che è sempre stata il comune denominatore delle mie canzoni, anche perché è facile metterlo alla berlina visto quanto, in fondo, è fragile. E tutto ciò è nato in modo istintivo. Il problema è che qualunque cosa uno dica o faccia in Italia è destinato a prendere “pietre in faccia”, come recitava “Pietre”, un successo sanremese copiato spudoratamente da Bob Dylan ma che nessuno, all’epoca, si sognò di accusare di plagio. Il che la dice lunga sul cos’era e cos’è il Festival di Sanremo: un’accozzaglia sgangherata di gente che fa scempio della musica.»

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Un rapporto col mondo discografico italiano così “dialettico”, per usare un eufemismo,  spiega il perché il pur mitico Bennato abbia dovuto aspettare 5 anni perché, nel 2015, l’Universal gli pubblicasse finalmente un nuovo disco di inediti. «Le case discografiche non contano più niente.- ha incalzato-In quelle due o tre rimaste c’è un gruppo di gente che ha il terrore di perdere il posto. Ogni settimana sugli schermi dei loro computer compare il grande fratello, che in genere parla inglese, che gli dice: se non fate quadrare il bilancio siete licenziati. Adesso il potere è passato alle radio, che controllano il Festival di Sanremo insieme alla Rai ed altre due o tre entità, e per i giovani l’unica possibilità di mettersi i luce sono i talent, che, però, sono un gioco al massacro che mi ricorda il film “Non si uccidono così anche i cavalli?” Per cui l’unico consiglio che posso dare ai ragazzi che fanno rock è: raccomandatevi l’anima a Dio.»

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Accompagnato da una band formata dal batterista Roberto Perrone, dal tastierista Raffaele Lopez, dal bassista e percussionista Patrix Duenas e dai due devastanti chitarristi Gennaro Porcelli e Giuseppe Scarpato, sul palco di Tavagnasco Bennato ha regalato versioni potentissime delle sue canzoni. Inserendone alcune recenti (tratte soprattutto da “Pronti a salpare”) tra una scelta dei suoi cavalli battaglia verso cui ha vezzosamente mostrato distacco (“non mi fate vedere vecchi dischi perché verso di loro nutro una certa idiosincrasiaha detto in conferenza stampa- Fatevi autografare solo quelli nuovi»).

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Per spettacolarizzara la musica è ricorso ad immagini proiettate su uno schermo, alla visualizzazione con cartelli del testo della bellissima “Non è amore” (come aveva fatto Dylan nello storico video di “Subterranean Homesick Blues”) ed all’intervento di alcuni migranti durante l’esecuzione di “Pronti a salpare”. «Questa è una ballata che ho dedicato a Fabrizio De André perché penso che gli sarebbe piaciuta.- ha spiegato- Si era affezionato a me perché gli piaceva il mio essere un irregolare. Era molto caustico e critico nei confronti di alcuni colleghi e mi dava anche dei consigli del tipo: “mi raccomando: il giorno che non hai niente da dire è meglio che tu stia zitto.” In “La calunnia è un venticello” ho preso, invece, quasi paro paro il testo del “Barbiere di Siviglia” che parla di come la calunnia possa distruggere le persone. Il bello è che in questi casi la gente non difende, in genere, il malcapitato, ma sta a guardare. Anzi qualcuno dice pure: magari è vero. Diventando, così, complice di questa calunnia. L’ho dedicata a due sue vittime illustri: Enzo Tortora e Mia Martini. Quest’ultima è stata, probabilmente, accusata di portare jella dopo che aveva detto di no a qualche trucido impresario del tipo di quelli che bivaccano intorno al Festival di Sanremo. Io non ce l’ho col Festival, ma, piuttosto, con la mandria di gente che, vivendo ai margini della musica italiana, ha creato una situazione tale per cui gente sensibile come Luigi Tenco l’ha pagata cara e gente brava come Samuele Bersani non riesca ad arrivare alla gente. La stessa situazione che ha fatto sì che Ivano Fossati abbia deciso di togliersi di mezzo perché ha capito che era impossibile continuare a fare dignitosamente questo mestiere.»

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