Il desert rock di BOMBINO allo Splendor di Aosta

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1 Bombino blog 6211_2987106824666433496_nSe i Tuareg sono soprannominati “uomini blu” (per la tradizione degli uomini di coprirsi il capo con un velo blu), Goumar Almoctar, Tuareg della tribù Ifoghas,  è più giusto chiamarlo l’“uomo blues” per via della passione per il rock-blues, inculcatagli dal suo maestro Haia Bebe.

Oltre ad insegnargli i primi rudimenti di chitarra, è stato proprio Haia Bebe a cominciare a chiamarlo Bombino, per via della giovane età, storpiando l’italiano “bambino”.

1 bOMBINO (11)-1Un soprannome che ha portato fortuna al trentacinquenne cantautore nigerino, ormai conosciuto in tutto il mondo per via del suo caratteristico desert rock in lingua tuareg, il tamasheq, che la sera del 3 febbraio si è ascoltato anche al Teatro Splendor di Aosta.

«Non world music o folk, faccio proprio rock-blues.- tiene a precisare- Anche perché non mi risulta sia un genere riservato agli americani?» Il talento e la personalità con cui suona e canta colpirono a tal punto il regista Ron Wyman che, nel 2010, lo inserì nel suo documentario sui Tuareg e, nel 2011, gli produsse “Agadez”, il disco d’esordio da solista. Balzato in testa alle classifiche “World” di iTunes, il cd attirò l’attenzione di Dan Auerbach, chitarrista dei Black Keys, che decise di produrgli il secondo album solo, “Nomad”, che, pubblicato nell’aprile 2013 dalla Nonesuch, divenne subito numero uno su iTunes World Chart e Billboard World Chart.

1 Bombino 1 phontoSono così venuti, nel 2013, un tour di concerti negli Stati Uniti, la partecipazione a grandi festival (come Bonnaroo, Coachella ed il Newport Folk Festival), l’apertura di concerti di gente come Robert Plant, Amadou & Mariam e Gogol Bordello e gli articoli entusiasti di Rolling Stones e New York Times. Lo scorso agosto Bombino è venuto anche in Italia, alla Notte della Taranta di Melpignano, dove ha cantato brani tradizionali salentini come “Lu Rusciu de lu mare”, mescolandoli con strofe in tamasheq.

1 Bombino 2 phontoQualcosa di magico ce l’ha, d’altronde, anche la sua trance music in cui, accanto alla malinconia del blues ed all’elettricità del rock, si respira il mistero della musica devozionale e tribale dell’Africa sahariana. Più che guitar hero (è assurda l’etichetta di “Jimi Hendrix del deserto), Bombino si pone, quindi, come uno sciamano, capace di eccitare gli animi degli spettatori con la padronanza “fisica” dello strumento e,quasi infallibilmente,del pubblico.

I brani ascoltati ad Aosta, in gran parte tratti da “Nomad”, sono, così, stati solo un pretesto per lanciarsi in lunghe improvvisazioni con l’ottimo trio che l’accompagnava. Con il canto a ripetere testi minimali che parlavano di nostalgia del passato (“Ahulakamine hulan”) o invitavano ad unirsi per poter andare avanti (“Adinat”) e a guardare, con orgoglio, alle proprie radici (“Imidiwan”). Su tutto l’elogio alla grandezza del deserto che aiuta a meditare in maniera più distaccata sui propri problemi (“Her tenere”).

Distaccati, nonostante il suo impegno, sono apparsi anche gli spettatori dello Splendor. Al punto che ad un certo punto Bombino ha detto: “Potete anche alzarvi per ballare. Le sedie sono comode in certe situazioni, come sull’aereo, ma qui potete alzarvi. E ballare.” Senza grossi risultati, purtroppo. «Mi sa che per smuovere questi– ha sbottato, allora, una spettatrice- più che degli uomini blu c’è bisogno di pilloline blu

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