I KINA si raccontano nel libro “Come macchine impazzite”

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1 Come macchine impazzite IMG_20141213_0001E’ tempo di rievocazioni anche per i Kina, “the best italian Punk from Aosta”, come li definirono in Germania.

17 anni dopo che si è conclusa la loro parabola creativa, e a due da quel 22 dicembre 2012, quando, dopo varie episodiche reunion, hanno tenuto il definitivo concerto d’addio all’Espace Populaire.

Lo stesso locale aostano che il 29 novembre ha ospitato la presentazione di Come macchine impazzite”, il libro a loro dedicato dalla Agenzia X dell’amico Marco Philopat, grande esperto di punk italiano.

Nelle sue 260 pagine la narrazione procede, come il caratteristico modo di cantare della band, a più voci.

1 KINA IMG_20141213_0004La principale è quella del cinquantaduenne Gianpiero Capra, ex bassista del gruppo, nel cui racconto l’introspezione psicologica («ho capito che cosa vuol dire suonare quando ho sentito, per la prima volta, il silenzio dentro») si intreccia alle notazioni sociologiche (dai viaggi nella Berlino prima della caduta del muro al rapporto conflittuale col Potere in Valle) e ai cenni sulla loro musica (che non era semplice volume “tutto a 10”, ma anche sound nato dagli «accordi aperti di Alberto su cui io, col basso, poteva suonare molte note diverse»).

1 Giacobone Stefania 8201_8600550797672982316_nGli altri due membri storici del gruppo, il batterista Sergio Milani ed il chitarrista Alberto Ventrella si limitano, invece, a rispondere alle interviste curate nella seconda parte da Stephania Giacobone. Quest’ultima, ventisettenne studentessa del Dams e della Scuola Holden di Torino, oltre ad avere avuto l’idea del libro, intercala il racconto di Capra con quello dei riflessi che i Kina hanno avuto nella sua “storia di liberazione” da “un difficile contesto familiare”.

Una visione privata che fa risaltare, per contrasto, la coscienza collettiva che traspare dalle testimonianze dei Kina e degli altri musicisti intervistati. Perché, come dichiara Stefano Giaccone (che ha fatto parte dei Kina tra il 1990 ed il 93): “il punk è stato l’ultimo movimento in grado di mischiare quello che succede in mezzo alla strada con quello che accade dentro all’anima degli individui e c’è una dinamica in questo che ha un ritmo che posso suonare….Il punk è stata l’ultima volta che la gente ancora si toccava, proprio materialmente, e sudava assieme.”

1 Kina IMG_20141213_0001 copiaInteressante anche la testimonianza di Michele Berselli sull’esperienza della Blu Bus, l’etichetta discografica che i Kina gestirono tra il 1984 ed il 28 dicembre 1998. «Il problemaspiega Berselli- era che non c’erano risorse economiche o umane per portarla avanti e restavamo con questo senso terribile di eterna frustrazione.»

Fa da sfondo al libro Aosta, la città per cui i Kina sono stati un’anomalia sconosciuta ai più, e della quale parlarono specificamente in un’unica canzone: Non c’è scampo”. Lungo la strada- recitava il testo- la gente dimentica i sogni che ha fatto e sorride senza capire perché. Cambiare è doloroso. Ascolto la mia radio sintonizzata col nulla. Non c’è scampo ad Aosta. Questione di carattere: puoi incazzarti o prendertela comoda.”

1 Blu Bus IMG_20141213_0003La città che per la Giacobone è sempre stata “una camera anecoica, dove spariscono nel nulla rumori e idee” e per Gianpiero “un sonnifero/anestetico che a piccole dosi tranquillizza e a dosi maggiori ammazza.”

La città in cui la trentennale avventura dei Kina è nata e si è conclusa. Con, a suggellarla, il disco “Città invisibili” , del 1996, nel quale Capra, ancor prima di prendere coscienza della fine, ne scrisse il perfetto epitaffio. “E’ ormai tempo di allontanarsi piano dai castelli, le mura sono troppo alte e gli uomini troppo piccoli. Preferisco tornare giù nella pozza con gli altri, la strada e piena di fango e noi pure. Ho sempre voluto correre il rischio di sporcarmi col fango degli altri, vi lascio i vostri vestiti puliti, non sono per me.”