L’avventurosa anima del sassofonista STEVE COLEMAN

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Steve_Coleman_MCW5673_slide_show_.originalQuando qualche anno prima avevo chiesto al grande Lee Konitz di segnalarmi il giovane altosassofonista per il quale aveva maggiore considerazione, il leggendario jazzista, senza esitazione, aveva risposto: «Steve Coleman».

«Really? Lee Konitz said this?», si schermì Coleman quando glielo dissi in occasione del concerto che lo strumentista dell’Illinois (è nato a Chicago il 20 settembre 1956) diede al Cinema Giacosa di Aosta il 10 novembre 1998.

Figlio di un cultore di Charlie Parker, da adolescente Coleman ha diviso i suoi interessi tra il funk di James Brown ed il sax di Maceo Parker che lo convinse a passare dal violino al sax alto. Nel 1978 si trasferì a New York esibendosi con Sam Rivers, Cecil Taylor e la big band di Thad Jones-Mel Lewis e collaborando con Dave Holland, David Murray, Mike Brecker e Abbey Licoln.

Coleman Steve 1998Nel 1981 per cercare di «amalgamare futuristici panorami musicali stratificati su una base poliritmica jazz-funk-africana» formò i “Five Elements” con musicisti come Robin Eubanks, Marvin “Smitty” Smith e Geri Allen (più tardi sua moglie). Nel 1985 il gruppo cominciò ad incidere una serie di dischi che fecero di Coleman un musicista di culto rivelando, tra l’altro, il talento della cantante Cassandra Wilson.

Successivamente la sua “avventurosa anima” ha sperimentato «l’approfondimento delle radici africane della propria musica riflesse nelle tradizioni filosofico-musicali sopravvissute tra Cuba, Porto Rico, Brasile ed Haiti». Ecco, quindi, l’incontro nel febbraio 1996 con il complesso AfroCuba de Matanzas, ed ecco il progetto che approdò ad Aosta che, oltre al bassista Anthony Tidd ed al batterista Sean Rickman, si avvaleva dei cubani Rosangela Silvestre (danzatrice) e Miguel Anga (percussioni).

«Durante i concerti non penso mai se sto suonando jazz o altro. Suono quello che sento, cercando di creare qualcosa che emozioni», mi spiegò. Ma la via per la spiritualità che tu cerchi passa attraverso il ritmo o la melodia? «Passa attraverso il “suono” che è tutto: ritmo, melodia ed armonia insieme. Il ritmo, in ogni caso, è la base su cui si fonda tutto il resto».

1998-Steve ColemanQualcuno a proposito della liricità del tuo sax ha parlato di “immenso canto d’amore”… «La mia liricità deriva dall’ascolto di sassofonisti come Charlie Parker, Sonny Rollins, John Coltrane e Bud Freeman. E’ stato soprattutto quest’ultimo ad influenzare il mio sound, anche perché è stato il primo sassofonista con cui ho avuto dei contatti personali. Importante è stato anche l’incontro con Sonny Stitt. Come vedi parlo di specialisti sia del sassofono tenore che alto, perché per me i due strumenti sono la stessa cosa».

Il tuo background musicale non è circoscritto ai confini del jazz, cos’è che ti ha influenzato maggiormente? «Sono cresciuto con la soul music di James Brown e Stevie Wonder, e penso che questo si senta nella mia musica. Prince a parte, però, non mi sembra che ultimamente ci sia qualcosa di valido nella musica pop. Per cui attualmente cerco di costruire un linguaggio musicale comune prendendo qualcosa dall’Africa, qualcosa da Cuba, qualcosa dal Brasile, qualcosa dall’Inghilterra…».

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