L’associazione “Patoué eun Mezeucca” si presenta con un concerto al Teatro Splendor di Aosta

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foto 2-1Se in Valle d’Aosta la canzone in “lenva” (lingua) franco-provenzale sta avendo un nuovo, poderoso, impulso molto lo si deve all’entusiamo del trentatreenne cantautore Philippe Milleret. Era stato lui lo scorso anno ad ideare una sezione Patoué eun Mezeuccaall’interno del Festival des peuples minoritaires, ed è sempre lui che, quest’anno, ha voluto la nascita dell’associazione culturale “Patoué eun Mezeucca” che riunisce gli artisti che fanno musica popolare in patois.

A battezzarla è stata l’evento omonimo che la sera del 1° dicembre ha visto sfilare sul palco del Teatro Splendor di Aosta sette dei suoi otto soci (mancavano i “Vin Brulé” perchè il bassista Michael Subet è impegnato in un tour irlandese coi Sidh).

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4009«L’associazione è un’iniziativa corale che nasce dalla sinergia patoisanta tra tutti noi.- ha spiegato Milleret- E’ aperta a tutti quelli che vogliono far conoscere e valorizzare la musica etnico popolare in lingua franco-provenzale. “Lenva” che, come si è visto, si può adattare a qualsiasi tipo di musica: dal canto popolare al blues, dal rock allo ska. Tutto è nato da me, probabilmente, perché sono l’ultimo arrivato, quello con più entusiasmo e tanta voglia di suonare con chi in patois cantava già quando non ero nato

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4013Uno di questi è sicuramente il sessantacinquenne Luigi Fosson, in arte Luis de Jyaryot, che con la sua Noëla Tradixon (La nuova Tradizione)” alla fine degli anni Settanta rivoluzionò la canzone popolare valdostana, parlando di temi d’attualità in lingua arpitana. E’ stato proprio lui ad aprire la serata in compagnia dei veterani Claudio Mantovani (piano) e Marco Lavit (chitarra). Un gruppo che Luis ha, scherzosamente, soprannominato “La troisième âge”, echeggiando, in versione vintage, L’Orage, la più famosa band valdostana. Tutt’altro che superati sono, invece, apparsi canti storici come “Dor meinà”, “Jozefine” e, soprattutto, “30 an d’otonomie” in cui ha saputo magistralmente distillare l’essenza dell’animo valdostano, con le sue luci e le sue ombre.

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4011E’ seguita, intrecciandosi a Luis, la cantautrice Maura Susanna con brani suoi (“Fouà ou veladzo” e “Lo ten”), di Mantovani (“Lo conto de Gran-a”) e di Magui Betemps (“La reserva”). Maguì, morta nel 2005, costituisce con De Jarryot ed Enrico Thiebat la “trimurti” che ha fatto grande la canzone in patois valdostana, grazie a canzoni in cui musiche orecchiabili si accompagnavano a testi in cui l’ironia si intrecciava all’impegno sociale. Un altro esempio è la sua “La feumaletta”, canzone femminista ante-litteram, che nell’occasione, è stata interpretata dai Trouveur Valdoten, gruppo che fa capo alla famiglia Boniface, che, per il resto, ha interpretato alcuni brani del suo repertorio tradizionale delle Alpi Occidentali.

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4020Casualmente, così, la scaletta del concerto ha seguito cronologicamente la parabola della canzone patoisante in Valle, che, dopo gli inizi più socialmente attenti, si è fatta con gli anni sempre più disimpegnata e festosa.

C’è chi ha scelto di recuperare i canti tradizionali di un determinato periodo, come i Laripionpion formati da Andrea Failla, Daniela Gavinelli, Isseddin Edy Letey, Cesare Marguerettaz ed Alexander Noussan.

1 pat (by gaetano lo presti) IMG_4007E c’è chi, come Milleret ha cercato di coniugarlo con un allegro country- rock- blues in patois, reso nell’occasione con un supergruppo formato da Patrick Faccini (batteria), Florian Bua (batteria), Ivan Colosimo (tastiere), Salvatore Presta (fisarmonica) e Rhemy Boniface (violino). Il tutto con testi in cui Milleret descrive le tappe che cadenzavano la vita del campagnar valdostano (“L’istouère di campagnar é le tèn de sa viya”) o, comunque, quelle di un ragazzo valdostano d’oggi legato alle tradizioni (“Lo peugeot”, Lo Papagran”, “Lo demars” e “Valdotén blues”).

Dopo una breve apparizione di Yvette Buillet, giovane cantautrice di Introd che si ricollega alla tradizione più impegnata, il finale è stato tutto di Erik Bionaz, fisarmonicista e cantante che ha snocciolato alcuni classici popolari come Lo poudzo valdotèn, Comboè e la Desarpa. Gran finale “tcheut eunsémblo le-z-amì de Patouè eun Mezeucca” che ha coinvolto il folto pubblico che affollava lo Splendor.

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