MIRIAM MAKEBA: mia madre era una guaritrice ed anch’io curo le persone con le mie canzoni

miriam_makeba2miriam-makeba-photo-william-couponQuando, il 16 marzo 2002, si esibì sul palco del Palais Saint-Vincent, per la “Saison Culturelle”, c’era una ragione in più per festeggiare Miriam Zenzi Makeba (Johannesburg, 4 marzo 1932– Castel Volturno, 9 novembre 2008). Qualche giorno prima aveva, infatti, compiuto il settantesimo anno di una vita difficile condotta nel segno della musica e dell’impegno sociale (prima la lotta contro l’apharteid dei neri sudafricani, poi quella per i diritti delle donne e contro la droga).

Purtroppo, però, festa non fu. L’artista sudafricana non stava bene, al punto che, insolitamente, non concesse bis, e neanche l’interpretazione di infallibili cavalli di battaglia come “The Click Song”, “Wimoweh” e “Soweto Blues” riuscirono a coinvolgere più di tanto il pubblico. Ma se la voce di “Mama Africa” non era più quella che aveva strabiliato il pubblico del Festival di Venezia, quando, nel 1959, si era rivelata nel film “Come Back, Africa”, immutato  rimaneva il suo carattere volitivo e battagliero.

Makeba Miriam imageLo stesso dimostrato nel 1996, la volta precedente che era venuta in Valle, quando era bastato le parlassi di “world music” perché si infervorasse. «Non capisco– mi aveva detto- perché quando si parla di world music s’intenda comunemente la musica dei popoli dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Penso che molti la intendano come musica del “terzo mondo” solo che omettono la parola “terzo”. Perché, allora, la nostra è world music e non lo sono invece il rock’n roll o altri tipi di musica occidentale? Da dove vengono quelli che parlano di world music: dalla luna o da Marte?» Parole chiare, dette da una donna che, molto presto, era stata costretta dalla vita a fare scelte scomode che aveva pagato con ostracismo, umiliazioni ed esilio (per 30 anni non aveva potuto rimettere piede in Sud Africa). Una “cittadina del mondo” che aveva sempre creduto fosse “meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.

Miriam_Makeba400_476641130Inevitabile fu l’accenno alla celebre “Pata Pata”. «E’ una canzone insignificante, ma è importante per la mia carriera perchè è diventata un successo mondiale.- mi rispose- Parla di un ballo della fine degli anni Sessanta che si chiamava appunto “Pata Pata”. Pata significa toccare, per cui ballando io tocco te e tu tocchi me.» In pratica il “Tuca Tuca” lanciato anni dopo da Raffaella Carrà. Ben altre erano, comunque, le canzoni che preferiva. «Una è “Soweto Blues” (scritta dall’ex marito Hugh Masekela: n.d.r.) che parla della rivolta del 16 giugno 1976 che vide protagonisti i bambini di Soweto. Un’altra è “I still long for you” scritta per me da un giovane sudafricano nel 1988, quando ero in esilio. Venne e mi disse: ”La mia mente sa che ti senti in questo modo”. Era effettivamente quello che provavo: avevo nostalgia di tornare a casa in Sud Africa.»

La madre della Makeba era un’isangoma, una specie di sacerdotessa che sapeva domare la forza degli spiriti. Le chiesi, quindi, se le avesse trasmesso la forza che metteva nei concerti e nelle battaglie sociali. «Forse.- rispose- Non ho imparato la musica a scuola, ma penso che sia un dono che mi è stato dato da Dio o dalle forze della natura. Credo di possedere alcune delle capacità che aveva mia madre: lei era una guaritrice ed anch’io curo le persone con le mie canzoni.»