Il “viaggio verticale” della fotografa SOPHIE-ANNE HERIN

1 Herin Untitled 557292_3969736235291_725835458_n1 Herin Untitled 71511_1583995153255_4042046_nUn viaggio verso la verità non può che essere “verticale”, all’interno di sé stessi. Non a caso “vertical journey” fu il titolo che l’americana Diane Arbus diede al suo primo servizio fotografico sui “freaks”, gli strani, pubblicato, nel 1960, sulla rivista “Esquire”. “Diversi”, che furono i soggetti che la fotografa privilegiò durante tutta la carriera, proprio perché, approfondendo, senza voyeuristici pregiudizi, la loro verità, cercò di capire sé stessa. Al punto da dichiarare che “se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io”.

Non è, quindi, un caso che la Arbus sia il modello principale della trentaquattrenne fotografa valdostana Sophie-Anne Herin. «La ricerca della verità in un momento, come l’attuale, pieno di ipocrisie è rivoluzionario.– spiega- Io la faccio con la macchina fotografica, usando il mio modo di vedere le cose come un filtro tra me e l’altro. Perché per essere fotografi, secondo me, bisogna essere predisposti all’incontro complice con l’altro

1 Herin Untitled 292466_3893651253214_1260034796_nUna ricerca umana ed artistica che Sophie ha iniziato con la danza ed il teatro, praticati a Torino e a Bologna (dove si è laureata al Dams), ed approfonditi a Parigi con lo studio della Drama-Terapia di Barbara Dauville e la ricerca sul corpo al centro di danza di Peter Goos. E’ solo nel 2008 che, avvertendo una “mancanza di verità” nell’ambiente teatrale, si è avvicinata alla fotografia grazie ad un corso con l’artista torinese Marino Catalano e lo studio all’Istituto Europeo di Design di Torino (dove si è diplomata nel 2011). «E’ con Catalano che ho deciso di fare la fotografa come professione, mentre a Torino è stato importante l’incoraggiamento di Alessandro Albert. Mi sono, così, indirizzata verso tematiche sociali, scegliendo di stare dalla parte dello spettatore, di chi è fuori dalla scena, di chi guarda, di chi aspetta ciò che accade o “cade”. Temi che per la loro crudezza impongono l’uso del bianco e nero che arriva meglio all’essenziale

1 Foto Sophie Anne Herin 2Sono, così, venute le mostre, a Modena, sulla violenza sulle donne e l’esplorazione della periferia del corpo femminile. Ma, anche, a Shanghai (dove ha esposto fotografie su tela abbinate a tele di Marino Catalano) e, nel gennaio 2012, alla Maison du Val d’Aoste Parigi. «Le trentatré foto esposte di “Trois valdotâins à Paris: histoires du passé et du présent” – spiega- hanno raccontato tre storie di migrazione che, almeno in due casi, sono diverse rispetto all’oleografia del migrante a cui si è assuefatti.» Anche in questo caso protagoniste sono soprattutto le donne e l’identità, fili conduttori di una inquieta ricerca che la porta ovunque ci siano soggetti in grado di stimolare la sua curiosità “compulsivamente affamata d’immagini”. “She come to them”, come recita un motto creato per Diane Arbus. Ricerca che si è ultimamente concentrata sul corpo femminile come primo confine dell’identità. Dal 10 dicembre sarà, per esempio, il protagonista, come metafora di malattie della mente, della mostra “Figure invisibili” alla Cittadella di Aosta inserita in un progetto sui disturbi dell’alimentazione. Un “viaggio verticale” anche in questo caso, che, senza fermarsi ad una voyeuristica descrizione, trasforma la luce e l’ombra del bianco e nero in dolorosa carne e sangue, distillando simbolismi e lanciando interrogativi.

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