La “black lady” Rita “Lilith” Oberti all’Espace Populaire di Aosta

Al contrario dei corpi in cui sono intrappolate, le anime ribelli non invecchiano mai. E’ questo l’assunto di partenza della rassegna “Cosí ribelli” organizzata da Sergio Milani all’Espace Populaire di Aosta che, da novembre a marzo, ha in programma cinque appuntamenti, a cadenza mensile, con alcune delle piú belle anime ribelli della musica alternativa italiana, soprattutto punk, degli anni Ottanta e Novanta.

«Di quando le parole “Punk” e “Alternativa” avevano un significato più intenso e genuino di quanto lo siano al giorno d’oggi.– precisa Milani.- Se uno riconduce tutto ad una moda, allora avevano ragione i Sex Pistols a cantare che avevamo “no future”. Se, invece, si relaziona allo spirito, allora, negli anni, di questi personaggi potrà essere cambiata la musica non la coerenza, l’impegno ed altri valori che non si ritrovano nelle tante microscene odierne.»

Spirito che nel concerto inaugurale del 10 novembre si è incarnato al meglio nella storica cantante piacentina Rita “Lilith” Oberti esibitasi coi suoi Sinnersaints, ovvero Massimo Vercesi (chitarra), Christian José Cobos (basso) e, alla batteria, Tony “Face” Baciocchi. Con quest’ultimo,scrittore, blogger, produttore discografico e protagonista della scena mod italiana (nonché marito), Lilith ha condiviso anche l’avventura con i Not Moving, una delle band più rappresentative della scena alternativa degli anni Ottanta. Basti dire che nel curriculum vantano un concerto di spalla ai Clash al Palalido di Milano di fronte a 12.000 persone ed uno con Iggy Pop & The Stooges. «I Clash sono stati gentili.- ricorda Lilith- L’Iggy che ho conosciuto, invece, era uno sputo di uomo alto così con una polo rosa e le braghe arancione, e, sinceramente, mi si è distrutto un mito.»

Perchè la cantautrice è, indubbiamente, una che dice sempre quello che pensa, un’abitudine talmente in disuso di questi tempi da farla apparire quasi sovversiva. «Come è sovversivo avere passione.– aggiunge-D‘altronde se non ce l’avessi non sarei qua.» Non avrebbe neanche scritto e cantato molte canzoni di “A kind of blues“, il cd pubblicato quest’anno che, col precedente The Black Lady and the Sinnersaints” del 2008, rappresenta il vertice della sua carriera solista. «L’amore ha tante sfumature, -precisa- ma a 50 anni canto soprattutto di abbandoni, di delusioni, di incapacità di amare e annullarsi per l’altro.» “Fino alla fine, fino all’inferno voglio portarti con me” canta, per esempio, nell’iniziale “Lo faccio per te” di Nicola Faimali (della band di Dente).

Il tutto con la sua caratteristica voce da “black lady” che “è pietra e vento”. «Non ho certo la voce di una ragazzina gioiosa, ma, piuttosto, da donna navigata»,ammette. Una voce a cui calza a pennello anche la cover dell’antica “La notte” di Adamo riarrangiata alla “Twin peaks”. «Hanno detto che piacerebbe a Quentin Tarantino. Il merito é di Vercesi che cura da matti il suono. Come gusto io sono più vicina al blues del Mississipi e lui, invece, alle roots americane degli anni settanta, insieme viene fuori un blues cabaret che dal vivo conserva un pizzico di imprevedibile anarchia e dove viene fuori l’animale da palcoscenico che c’è in me. Spesso mi paragonano a Patti Smith, ma a me piace Mick Jagger di cui penso di avere lo stesso approccio sul palco.»