Il suono della memoria degli YO YO MUNDI

Come tutte le regole, anche la caduta degli ideali che caratterizza la nostra epoca ha un’ eccezione. Almeno musicalmente. E almeno nel Monferrato, dove, grazie agli Yo Yo Mundi, da 23 anni si é realizzato, all’interno del gruppo, il socialismo. «Siamo una repubblica socialista fondata sul lavoro di gruppo,- ha spiegato infatti,tra il serio e il faceto, il loro cantante Paolo Enrico Archetti Maestriperché da 23 anni lavoriamo e creiamo insieme, dividendo utili e perdite, senza che nessuno controlli l’altro.» Il risultato é il meraviglioso equilibrio che da così tanto tempo regna tra i suoi membri, che,oltre a Paolo, sono Fabio Martino (fisarmonica e tastiere), Eugenio Merico (batteria), Andrea Cavalieri (contrabbasso) e Fabrizio Barale (chitarre). Ancor più miracoloso è come quest’armonia si rifletta nella musica ascoltata  il 28 ottobre al Teatro Giacosa di Aosta, nel corso di un concerto, per la Saison Culturelle, la cui scaletta è stata, quasi totalmente, costituita da canzoni provenienti dal loro ultimo, bellissimo, cd in dialetto monferrino “Munfrâ”.

«Con questo lavoro– ha continuato il cantante- ci siamo riappropriati della nostra cultura per costruire qualcosa di nuovo. Non ci interessa l’approccio filologico alla musica popolare, ma, piuttosto, il riuscire a trovare un suono della memoria del Monferrato, fatto anche di un dialetto-poesia, che, invece di stare chiuso in una scuola di dialetto o in un vocabolario, viaggi accompagnato da musiche, storie ed emozioni.»

Obiettivo centrato grazie ad un’energia “selvatica” (la definizione è del conterraneo Paolo Conte) che qualche anno fa portò il giornale “The Guardian” a definirli “Clash con la fisarmonica”, ma, anche, grazie ad una grande capacità di accogliere gli stimoli più disparati “con gli occhi chiusi e le orecchie aperte” e, soprattutto, una sensibilità da “rabdomatici” nel creare canzoni che scaldano il cuore e fan venir voglia di muoversi.

«Nelle nostre canzoni mettiamo il mondo che ci passa sotto gli occhi, per cui ci può stare la storia d’amore come pure lo spettacolo che il 26 ottobre abbiamo portato a “Terra madre”, a Torino, che si intitola “La solitudine dell’ape”, e che, partendo dalla moria delle api, racconta la solitudine dell’uomo di oggi.»

Nel suono della memoria di “Munfrâ” si sente anche il “profumo del vento e dell’uva” della vostra terra, qual’è la vostra relazione col gusto? «Quando si scrivono canzoni un po’ cuochi lo si è. E, poi, il dovere di chi crea è di scomodare tutti i sensi, perché un uomo è completo quando ha i sensi davvero tutti in festa. Quando ascolto delle meravigliose canzoni, italiane e non, le mie papille gustative sono in festa come tutti gli altri sensi. Così quando uno ascolta la nostra “Léngua ed ssu”, che comincia con i versi “è come una lingua di sole che lecca la piana come la bagna(cauda) addormentata sul peperone”, oltre alla musica deve sentire quel gusto