LUIS DE JYARIOT: Mi è venuta un pò di nostalgia di quando cantare era presentare alla gente discorsi nuovi, non organici al potere

Paradossalmente questa nostra era chiassosamente presenzialista finisce per essere dominata da umbratili assenze. Lo conferma il “Festival des peuples minoritaires” che nella sua quarta edizione ha inserito una sezione “Patoué eun Meuzecca” che annunciava “i più illustri cantautori valdostani” in patois, ma dove, pur essendo in cartellone il 9 settembre, non si è esibito il più grande di tutti: Luigi Fosson, in arte Luis de Jyariot.

La domanda sorge spontanea: perché? «Sono in ferie- risponde dal litorale laziale- ma penso, anche, che bisogna mancare un pò. E’ troppo tempo che sono tornato in attività e rimpiango il decennio tra l’82 ed il 92 in cui mi ero ritirato. E poi, visto che non ho fatto niente di nuovo, temo che la genti si stufi di sentire le solite cose.» Le “solite cose” di Luigi sono canzoni come “Trent’an d’otonomie”, “Lo meis  de may”, “Dor meinà” e tante altre che, sul finire degli anni Settanta, hanno segnato il rinnovamento della canzone popolare valdostana, parlando in lingua arpitana di temi d’attualità. «Mi ha colpito il documentario che recentemente Christiane Dunoyer ha fatto sull’Harpitanya– continua- Mi è venuta un pò di nostalgia di quando cantare era presentare alla gente discorsi nuovi, non organici al potere. In modo tranquillo e ironico, la mia è stata una voce un pò critica, alla grillo parlante.» Anche un po’ profetica, visto che nel 1976 cantava che i trent’anni d’autonomia avevano “fatto della Valle d’Aosta un buon terreno per tutti coloro che avevano voglia di rubare sulle spalle dei “ricchi” lavoratori” e di “assessori attenti, piuttosto che alla gente, ai desideri dei propri amici”.

«Erano cose che qualcuno magari non voleva, e non vuole, sentirsi dire, per cui alcune mie canzoni non erano gradite. La gente, invece, aspettava questa “Noëla Tradixon (La nuova Tradizione)”, per cui l’ha subito apprezzata. Anche perché, rispetto ad un Enrico Thiebat, il mio tono meno aggressivo era più in sintonia col modo di essere dei valdostani.» Pensi di avere degli eredi? «Per avere degli eredi bisogna avere delle eredità da lasciare.– si schermisce- Mi piacciono L’Orage che cantano anche in patois, compresa la mia “Qu’et arevà”. Invece di stare qui a rappresentare una lingua che sta morendo, il mio sogno è che una canzone in valdostano possa essere presentata in contesti importanti come un prodotto degno di parteciparvi. Un po’ come ha fatto L’Orage a Musicultura. Come diceva uno slogan arpitanista: più che per la difesa della lingua sono per l’attacco della lingua. Ma, per una naturale evoluzione, temo, purtroppo, che tra cento anni parleremo tutti un inglese con accento valdostano.»

TRENT’AN D’OTONOMIE

Trent’anni d’autonomia e bisogna cantarli; trent’anni d’autonomia e bisogna festeggiarli;

son già trent’anni che un popolo che ha lottato ha ottenuto alla fine la libertà.

Son già trent’anni che i liberi valdostani son liberi di farsi insaccare

in sacchi di buon zucchero o di caffè che sono, come in guerra, tesserati.

Son già trent’anni che la nostra benzina che costa meno ci ha tutti accecati.

Son già trent’anni che la usiamo per collirio e con quella dentro gli occhi non ci vediamo più.

E in questi trent’anni gli abbiamo regalato, in cambio, qualche milione di metri cubi d’acqua,

qualche milioni di metri di buona terra, qualche migliaio di parole che abbiam dimenticato.

Ma dobbiamo cantare i trent’anni d’autonomia che han fatto della Valle d’Aosta un buon terreno

per tutti coloro che avevano voglia di rubare sulle spalle dei “ricchi” lavoratori.

Dobbiamo cantare i trent’anni d’autonomia che ci hanno allevato una borghesia

che fa fabbriche ovunque lo vogliamo già preparandosi al fallimento…

E le fabbriche che abbiamo ereditato hanno riempito i polmoni di tanta gente

che avrebbe avuto la forza di gridare ma che non può più farlo: ha la tosse!

E a quei poveri cristi nelle campagne continuano a dire, tutti d’accordo:

Voi siete i primi ed i più fortunati, avete la vostra terra e i vostri prati!

E questi trent’anni che noi ora cantiamo, oltre a continue dispute,

ad assessori attenti, piuttosto che alla gente, ai desideri dei propri amici,

ci hanno lasciato ancora la voglia di gridare talvolta: “No. Noi non siamo italiani!”

senza pensare che per poterlo dire dovremmo sapere che cosa sono i valdostani.