La musica a TEREZIN, “ghetto speciale per categorie privilegiate”

Il posto più “vivo” tra i tanti luoghi di morte creati dai nazisti per eliminare gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale fu senza dubbio il “campo modello” di Terezín, in Cecoslovacchia. L’ideatore Reinhard Heydrich, il “boia di Praga”, volle fosse un “ghetto speciale per categorie privilegiate” (funzionari, personaggi illustri, veterani superdecorati, artisti e anziani), la cui apparente normalità servisse anche come “specchietto per le allodole” per le ispezioni del Comitato della Croce Rossa Internazionale (nel rapporto stilato dopo una visita nel 1944 il francese Maurice Rossel scrisse di aver visto una “normale città di provincia” e aggiunse: “possiamo dire che abbiamo provato uno stupore immenso per il fatto di aver trovato nel ghetto una città che vive una vita quasi normale”).

Un “paradiso” finto, visto che nei tre anni e mezzo di esistenza (da novembre 1941 a maggio 1945) contribuì non poco alla “soluzione finale della questione ebraica” di cui Heydrich fu uno degli artefici: tra i 140.000 internati che vi passarono ci furono, infatti, solo 17.000 sopravvissuti . Appare, quindi surreale, oltre che macabra, l’intensa attività culturale che vi fu organizzata dal Consiglio degli Anziani che, agli ordini dei nazisti, si occupava dell’amministrazione del campo. Si trattava di una struttura formata da ebrei sulla quale sono ricadute pesanti ombre di collaborazionismo perchè si mosse in quella “zona grigia”, come la definì Primo Levi, in cui la linea di demarcazione tra carnefici e vittime sfuma nell’area del compromesso, delle “mezze coscienze”, della collaborazione e, perfino, del privilegio conseguito con un progressivo smottamento della tenuta morale individuale. 

Un esempio della disperata voglia di fidarsi ed affidarsi agli aguzzini tedeschi è il discorso tenuto, pochi giorni prima di essere ucciso, dal sociologo Paul Eppstein, capo del Consiglio Ebraico dal 7 novembre 1943 al 7 settembre 1944.

Theresienstadt assicurerà la propria esistenza solo se si impegnerà radicalmente nel lavoro. Non bisogna parlare ma lavorare. Nessuna speculazione. Siamo come una nave che aspetta di entrare in rada perché una barriera di mine le impedisce di farlo. Solo il comandante conosce lo stretto passaggio che conduce in porto. Non deve fare attenzione alle luci ingannevoli e ai segnali che gli vengono inviati dalla costa. La nave deve rimanere dove è ed attendere ordini. Dovete aver fiducia nel vostro comandante che fa tutto ciò che è umanamente possibile per assicurare la sicurezza della vostra esistenza“. Pochi giorni dopo Eppstein fu trascinato nella Piccola Fortezza ed ucciso.

In questa “zona grigia” si mosse anche il prigioniero Kurt Gerron, attore tedesco già a fianco di Marlene Dietrich nell’ “Angelo azzurro”, quando accettò di girare il film propagandistico “Der Führer schenkt den Juden eine Stadt( Il Führer dona una città agli ebrei)” per esaltare la “vita felice” degli ebrei di Terezin. La colonna sonora fu fornita da alcune delle formazioni attive a Theresienstadt: dal complessino jazz “Ghetto Swingers” all’orchestra d’archi del campo, diretta da Karel Ančerl, che eseguì lo “Studio per archi” che Pavel Haas, altro prigioniero, aveva appositamente composto. Tutti in abiti scuri e grande stella di David cucita sul petto.

Tra realizzatori, protagonisti e “comparse” il cast del film impegnò 30.000 unità, 18.500 dei quali furono “premiati” con un viaggio in carri-bestiame verso Auschwitz. Lì finì anche Karel Švenk, che a Terezín aveva composto e rappresentato diversi cabaret di successo, tra cui uno dal titolo beffardo: “Lunga vita alla vita”. E, con lui il pianista ceco Bernard Kaff, che era stato il primo a riattivare il pianoforte malandato e senza gambe del campo. E il boemo Egon Ledeč , primo violino della prestigiosa Filarmonica Ceca di Praga, che a Terezin formò il primo quartetto d’archi che ogni settimana suonava quartetti di Haydn e Beethoven. Ma vi finì anche, beffardamente, lo stesso Kurt Gerron. “Ma io ho girato il tuo film!” implorò, con le lacrime agli occhi, inginocchiandosi, inutilmente, davanti allo spietato comandante del campo Karl Rahm. L’intensa attività musicale ebbe anche un critico autorevole nella persona del compositore ceco Viktor Ullmann, allievo di Schönberg, che ad Auschwitz andò a morire il 17 ottobre 1944. «Theresienstadt è stata per me la scuola della Forma.- scrisse Ullmann prima dell’ultimo viaggio- Qui, dove anche nella vita quotidiana occorre vincere la materia con il potere della forma, dove qualsiasi cosa in rapporto con le Muse stride così aspramente con ciò che ci circonda, proprio qui si trova la vera scuola dei Maestri, se, come scrive Schiller, si percepisce il segreto di ogni opera d’arte nel tentativo di annichilire la materia grazie alla forma, che è, probabilmente, la più alta missione dell’uomo.» 

Il post sintetizza alcune suggestioni avute dalla lettura di “La musica a Terezin” di Joza Karas-Il Melangolo – Genova

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