La voce luminosa di GIORGIA illumina il Palais Saint-Vincent

Tanto per iniziare, ha messo subito le cose in chiaro. “Come saprei riuscirci io… nessuno saprebbe mai” ha cantato, salendo sul palco del Palais Saint-Vincent. E tutto il concerto del 27 aprile è stato una conferma di come siano in pochissime le cantanti coi mezzi vocali di Giorgia, che sappiano, cioè, fare le cose che sa fare lei.

Ma questo si sapeva. A certificarlo è stata gente come Herbie Hancock (“quando canta– ha detto- ha una luce dentro”) o Elton John (che l’ha definita “una delle più belle voci del mondo“). Rispetto all’ultima volta in Valle, 11 anni fa («E’ gravissimo che sia passato tanto tempo dall’ultima volta che sono venuta in Valle.– ha detto- Prometto che non si ripeterà»), ha, però, messo in mostra qualcosa in più. Una sicurezza nuova, innanzitutto («la mia parte che aveva paura si è assopita, lasciando spazio a quella che canta per il piacere di farlo»). Ma, anche, una maggiore capacità di giocare. Con le note e, soprattutto, con sé stessa. Sarà per i 41 anni compiuti il giorno prima. O per la nascita del figlio Samuel, avuto il 18 febbraio 2010 dal cantautore e ballerino romano Emanuel Lostasera si conclude il tour iniziato a gennaio, sono proprio una madre disgraziata ad abbandonarlo tutto questo tempo»). Il risultato è, in ogni caso,un atteggiamento più ironico e disincantato verso la vita, ben simboleggiato dal naso rosso da clown che, su una delle magliette che ha indossato, ammiccava buffo sul romantico volto di Audrey Herpburn in “Colazione da Tiffany”.

Aveva capito tutto il leggendario Ray Charles, quando, nel 2000, saputo che il padre l’aveva chiamata Giorgia in onore della canzone “Georgia on my mind”, l’aveva invitata a cantarla con lui sul palco del Summer Festival di Lucca. «Diceva di capire le persone dal battito del polso– ha ricordato la cantante- e non dimenticherò mai l’emozione grandissima di quando ha preso il polso anche a me.» Quel polso è stato spesso tachicardico, perché, l’irresistibile attrazione verso le “cose complicate senza una via d’uscita” l’ha fatta a lungo penare in amore. Adesso, invece i testi dell’ultimo cd “Dietro le apparenze” girano sì sempre intorno al tema dell’amore («l’amore– ha ammesso- è sempre sotto tutto quello che uno fa. E s’impara giorno dopo giorno, accettando se stessi e gli altri»), ma frasi come “so difendere le mie emozioni” o “so quello che voglio per me” sono segno di una sicurezza nuova anche personale.

La stessa che l’ha portata anche a “dissacrare” uno dei suoi classici più ricchi di pathos, “E poi”, che, al Palais ha iniziato gigioneggiando scherzosa e, dopo averne rispettato il maestoso incedere melodico, finito con venature soul, accentuate dall’intervento vocale del bassista, direttore musicale e “maestro di vita” Sonny Thompson, a lungo sodale di Prince. Uno che, bravura stratosferica a parte, in fatto di giocosità non è secondo a nessuno.

Come, del resto, gli altri membri della “fortissima” band che accompagnava la cantante che comprendeva Mike Scott (chitarre), Mylious Johnson (batteria), Claudio Storniolo (piano e tastiere), Gianluca Ballarin (tastiere), Diana Winter e Chiara Vergati (vocalist). Una vera e propria “rhythm machine” (per parafrasare “Sex machine”, il pezzo di James Brown cantato da Sonny per permettere a Giorgia di cambiarsi), espressasi al meglio nell’interpretazione dei pezzi più danzerecci, che però, a causa di un servizio di sicurezza eccessivamente burbero, hanno stentato a coinvolgere gli spettatori che gremivano il Palais. Al punto che c’ha dovuto pensare la stessa Giorgia a dar loro un aiutino: «Sono troppo trasgressiva se vi chiedo di ballare? Anche sul posto, in modo da non innervosire i signori del servizio d’ordine.» Finale con due cover: un omaggio a Whitney Houston e l’infuocata “I gotta feeling” di The Black Eyed Peas.