L’anima della notte nel chitarrismo di GILBERT IMPERIAL

C’era una volta il chitarrista classico, che da quattro assi di legno e sei corde di budello (e, poi, di nylon) sapeva trarre cattedrali di suono più o meno mirabili. Come si sia, oggi, trasformata questa figura lo ha dimostrato Gilbert Imperial nel corso del concerto tenuto il 12 aprile al Theatre de la Ville di Aosta per la Saison Culturelle. Nel suo viaggio nelle caratteristiche espressive delle varie anime della chitarra del Novecento, Imperial è partito dal modello di concertismo più consolidato per approdare, grazie all’uso della chitarra elettrica e dei suoi tanti effetti, a lidi molto lontani e sperimentali. In questi casi, grazie al sapiente uso della “loop station” (una pedaliera capace di ripetere frammenti musicali), il monologo si è trasformato in un dialogo a più voci. Sempre con sé stesso, in ogni caso (era lui che creava, dal vivo, i “loop”). Lo stesso dialogo che la notte, che era il filo conduttore del concerto, favorisce.

Il suono intimo della chitarra, che, per dirla con Leopardi, “lontanando muore a poco a poco”, ha, del resto, fatto della chitarra lo strumento notturno per eccellenza. Quello delle serenate, delle meditazioni intime, delle dichiarazioni in tono minore. «La notte è il momento in cui mi sento maggiormente in pace con me stesso, e, quindi, il più adatto per riflettere e suonare.- ha spiegato il trentatreenne musicista di Aymavilles- Mi sono, poi, accorto di essermi circondato di brani che davano l’idea della notte, per cui ho deciso di riunirli in un recital.»

E se di notte tutti i gatti sono bigi, i brani che l’hanno evocata hanno, invece, dimostrato un’ampia tavolozza di colori. La notte classicamente evocativa e meditativa degli iniziali “Études” di Villa-Lobos e “La Catedral” di Augustin Barrios – Mangoré, si è, infatti, fatta, man mano, inquieta (come nel “Nocturnal after John Dowland” di Britten, in cui il sonno profondo dell’aria di Dowland giunge solo al termine), per poi, con l’uso della chitarra elettrica, diventare psichedelica (“La cité des saules” di Hugues Dufourt) o, addirittura, nevrotica e straniante (come in “Trash TV Trance” di Fausto Romitelli). «Quest’ultimo– ha spiegato Imperial-racconta l’effetto ipnotico dello schermo televisivo e dello zapping compulsivo che caratterizzano le notti di tanti italiani. Vi uso la chitarra elettrica in uno stile rock e con una serie di effetti prodotti, tra gli altri, dall’uso sulle corde di un rasoio elettrico e dell’E-bow, l’archetto elettronico per chitarra elettrica.» Il viaggio musicale di Imperial si è dimostrato, specie in questi momenti, coraggioso, rischiando di provocare negli spettatori il rifiuto, o, peggio, uno degli “effetti collaterali” della notte: la sonnolenza. Pericolo scongiurato grazie ad una tensione esecutiva costante ed una padronanza strumentale che ha fatto venire in mente le parole di De Andrè: dove finiscono le sue dita comincia una chitarra.