Il blues primordiale di THE CYBORGS

In un’epoca in cui tutto è basato sull’apparenza, loro vorrebbero mettere in primo piano la musica mantenendo l’anonimato. La scelta, però, di nascondersi dietro una maschera da saldatore finisce per ottenere l’effetto opposto. Chi sono, quindi, The Cyborgs, la Two-Man-Band che il 6 aprile 2012 si è esibita all’Espace Populaire per l’ottava serata dell’Espace Indie Friday?

Chiederlo a loro non è servito a molto. «Sono “0” e suono la chitarra elettrica e canto.- ha, infatti, risposto “0” con inflessione romana- “1”, invece, fa tutto il resto: tastiere, basso synth e batteria. Siamo i primi due rappresentanti di una nuova specie cyborg, un misto di artificiale ed umano, il cui lato umano è sicuramente la musica.»

La loro musica si è, infatti, rivelata quanto mai lontana dalla fredda e disumanizzata immagine. Trattasi di blues del Delta del Mississipi. Quello più sulfureo e torrido, quello che si rifà a John Lee Hooker e Muddy Waters. Con testi in inglese, ritmi ossessivi e un sound paludoso creato con l’insolito uso che “1″ fa di batteria e basso synth in contemporanea. «Gli spettatori dell’Espace devono aspettarsi di avere molto caldo», aveva promesso “0”.

Che non fosse un “banfone” lo ha dimostrato il coinvolgimento del pubblico dell’Espace, che ha confermato il perché alcuni santoni del blues abbiano scelto The Cyborgs come opening act dei loro concerti. Dal chitarrista Eric Sardinas (che in fatto di calore esagera, visto che durante i concerti è solito dare fuoco alla chitarra) al leggendario Johnny Winter, che con Muddy Waters ha, addirittura, suonato. «Con Eric è nato rapporto di amicizia e Winter ci ha ospitati nella roulotte in cui vive. Ad entrambi la nostra musica è piaciuta moltissimo.»


Al di là, infatti, di dichiarazioni del tipo “le nostre canzoni non sono altro che visioni del futuro attraverso gli occhi di un Cyborg”, il blues che esce dal loro primo cd, “The Cyborgs”, restituisce tutta l’energia primordiale di questa musica. A cominciare dalla voce, che, catturata da un microfono inserito nella maschera, ha un effetto “inscatolato” che ricorda quello dei primi 78 giri di blues. «Anche il look si rifà alle sue origini.-aveva concluso “0”- Perché il blues era una musica legata al lavoro, e la maschera da saldatore, in fondo, è quella di un lavoratore.»

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