Gli scambi del capostazione-musicista GIANMARIA TESTA (ad Aosta, con Giuseppe BATTISTON, per “18.000 giorni”)

Per un capostazione-musicista come Gianmaria Testa (Cavallermaggiore 17 ottobre 1958) gli scambi sono fondamentali. Con quelli ferroviari ha lavorato fino al 2007. Quelli artistici sono, invece, il fil rouge di una carriera ventennale che lo ha visto diventare cantautore di culto in Italia e Francia. Solo per rimanere ad Aosta, Testa, negli ultimi anni, vi si è esibito con il cantautore francese Arthur H e con Erri De Luca e Gabriele Mirabassi in “Chisciotte e gli invincibili”.

Il 29 marzo, invece, sul palco del Giacosa, per “18.000 giorni- Il Pitone”, era con lui l’attore Giuseppe Battiston. «Una delle parabole del Vangelo che mi piacciono di più è quella dei talenti,– ha confessato, con la caratteristica voce nebbiosa, prima dello spettacolo- per cui cerco di non sotterrare il talento della mia voce, mettendola al servizio di altri. Giuseppe è un grande attore e una bella persona. Con lui volevo collaborare da anni, finchè tre anni fa mi è capitato di leggere un bel libro di Andrea Bajani che si intitolava “Cordiali saluti” e parlava dell’attuale lavoro precario. Guarda caso poco tempo prima avevo letto “La chiave a stella” di Primo Levi, che, essendo stato pubblicato trent’anni prima, raccontava, invece, della fierezza con la quale, all’epoca, si vedeva il lavoro. Ho, quindi, telefonato ad Andrea e gli ho chiesto di immaginarsi un monologo per un attore come Battiston. Da parte mia ho cercato di scrivere canzoni che si limitassero ad intervenire nello spettacolo come un coro greco. Poi, grazie alla visione teatrale di Giuseppe, che mi lasciato gli spazi ed i respiri giusti, la mia presenza si è, invece, ampliata, trasformandomi nel suo interlocutore muto e nella voce consolatrice.»

Ne è nato un testo dolorosamente amaro sull’attuale consumismo umano che, cinicamente, tende a buttare via tutto ciò che considera privo di valore economico. Ne è un esempio il protagonista del testo, interpretato da un bravissimo Battiston, con una “carriera in transito” che a 50 anni (18.000 giorni, appunto) viene troncata da un “tagliatore di teste”, un collega più giovane che, come il pitone del sottotitolo, ha studiato nascostamente la preda prima di inghiottirla in un solo boccone.

«E’, purtroppo, un testo di strettissima attualità- ha osservato Testa– perchè la flessibilità, che ci hanno venduto come la panacea di tutti i mali del lavoro, si è trasformata in precarietà e, infine, in una instabilità totale con la possibilità di licenziare chiunque. Sa, poi, molto di schiavitù il fatto che se uno viene licenziato da adesso in poi non riavrà più il suo posto di lavoro, perchè, se anche un giudice decidesse di reintegrarlo, alla ditta basterà indennizzarlo con un tot di mensilità per sbarazzarsene. Come se una vita valesse, per esempio, 15 mensilità.»

Il cantautore cuneese si è, così ritrovato a fare da contraltare lirico e riflessivo alle nevrosi del protagonista che cerca di riempire il vuoto della solitudine e della depressione aggrappandosi a ricordi e rituali ripetitivi (come quello di sistemare con cura i vestiti in mucchietti, visto che la moglie è fuggita portandosi via i mobili).  E se perfettamente in linea con il testo sono l’ironica lettera di licenziamento di “Cordiali saluti” e “18.000 giorni”, in cui Testa rimpiange i giorni  in cui “tutto aveva un nome”, funzionali si sono rivelate anche le altre canzoni confluite nell’ultimo suo cd “Vitamia”, le cui tematiche spaziano dal mondo dell’infanzia (l’iniziale “La giostra”, una filastrocca dedicata al figlio), alle disillusioni di chi aveva pensato un futuro politico e sociale diverso (“Sottosopra”), alla crisi della coppia (la bellissima “Di niente, metà”).

Canzoni nelle quali Testa, libero dagli “indugi e la zavorra” del dover rincorrere mode, è riuscito a spremere, sia musicalmente che nei testi, l’essenza.

«Se alla mia musica togli la parola libertà, le hai praticamente tolto il 90% del suo valore.- ha spiegato- Non sono certo un Mozart, per cui penso che valga la pena di fare canzoni solo se posso dire la mia piccola verità.» Cosa ribatte a quelli che sostengono che le traiettorie delle sue canzoni, come quelle delle mongolfiere di un suo vecchio cd, mostrano tracce più o meno impercettibili di altri cantautori?  «Prima e più di Paolo Conte e Tom Waits, cui mi accostano spesso, mi hanno influenzato Brassens, Brel, Dylan, Neil Young e Leonard Cohen. E’ stato sentendo “Il gorilla” di Brassens tradotto da De Andrè che a 13 anni ho cominciato a capire che la canzone poteva esprimere delle verità». Quanto c’è, invece, di musica popolare? «Ho un’ origine contadina, la terra l’ho lavorata, e, quando ci metti le mani, è come se le tue radici si prolungassero».