Le furtive stonature dell’uomo sinfonico MAX GAZZE’

La musica può fare tante cose. Lo insegna il cantautore Massimiliano “Max” Gazzè che il 27 marzo si è esibito al Teatro Giacosa di Aosta per la Saison Culturelle. Come canta, infatti, nel suo hit “Una musica può fare”, la musica può far parlare, amare, addormentare, svegliare. Può fare anche cambiare. Ma non sempre “tanto è uguale”, come sostiene lui nella canzone.

Non è stato, infatti, indolore il baratto con la Filarmonica Toscanini di Parma diretta da Alessandro Nidi che è alla base del concerto “L’Uomo Sinfonico” portato ad Aosta. In pratica: voi mi rivisitate in chiave sinfonica i miei successi (da “Cara Valentina” a “L’ultimo cielo”, riscritti per orchestra da Silvia Catasta) e io, in cambio, vi canto rielaborazioni di celebri musiche del repertorio classico e lirico. Ed è qui che qualcosa non ha funzionato, specie all’inizio, quando Gazzè è sembrato imprigionato in un ruolo non suo, l’uomo sinfonico appunto, con versioni imbarazzanti di romanze come “Tu che m’hai preso il cuor” e la “Mattinata” di Leoncavallo ed una compostezza muta tra un brano e l’altro degna dei rituali tipici dei concerti classici.

Timori che, del resto, gli avevo espresso prima del concerto. «Penso che il modo migliore di rendere onore ai classici- aveva ribattuto Gazzè- sia quello di frequentarli il più possibile, piuttosto che venerarli a distanza inevitabile. Viceversa, chi non la conosce, può apprezzare parte della mia musica, che nasce onestamente e con consapevole impegno. Questo non esclude un moto di allertevole responsabilità.»

E in effetti, complice, sembra, un raffreddore, l’allerta nella prima mezz’ora ha raggiunto livelli di guardia preoccupanti. 

Per fortuna, però, la musica può anche “salvarti sull’orlo del precipizio”. E, così, pian piano Gazzè ha cominciato a dialogare ed interagire col pubblico (in cui spiccava una folta rappresentanza di fans) e la sua ironia è stata valorizzata in brani classici maggiormente sulle sue corde come “La calunnia è un venticello” di Rossini a “Non più andrai farfallone amoroso” di Mozart. Anche le versioni “classiche” dei suoi brani si sono fatte più centrate, con la struggente dolcezza di “Mentre dormi”, trasfigurata in una serenata senza tempo, ed il coinvolgente body-tapping con cui gli orchestrali hanno accompagnato la finale “Il solito sesso”, conclusa con un trasgressivo gesto dell’ombrello all’unisono. Perché, in fondo, anche questo una musica può fare. “Lililli o lalalla (maggiore)”.