A lezioni di piano (e musica minimale) da MICHAEL NYMAN

Michael Nyman uguale “minimale”. Un’equazione matematica fin dagli anni Settanta, quando, in qualità di critico musicale, fu proprio questo flemmatico compositore e pianista inglese (è nato a Londra il 23 marzo 1944) ad introdurre un termine che identifica un genere musicale caratterizzato da ridotte trame sonore e dalla “ripetitività” di uno sviluppo per minimi mutamenti.

L’incontro che Nyman ebbe il pomeriggio del 15 gennaio 2007, nell’Auditorium delle scuole “Einaudi” di Aosta, con docenti ed allievi dell’Istituto Musicale di Aosta si trasformò, così, nell’occasione ideale per chiedergli spiegazioni in merito. «Indubbiamente– rispose con voce pacata ed ampia gestualità- se si prendono dieci brani di compositori minimalisti come Steve Reich o Terry Riley o Philip Glass o me stesso, e li si fa sentire a dei ragazzi questi diranno che sono molto simili. Secondo me è molto più semplice non spiegare niente, e fare, piuttosto, ascoltare agli studenti diversi brani di minimalisti lasciando che siano loro a scoprire cosa li accomuna, e, di conseguenza, ad estrapolare le regole del minimalismo». Una risposta, indubbiamente, anch’essa piuttosto “minimale”.

Molto più chiaro Nyman fu la sera, quando, al teatro “Giacosa”, dalla teoria passò alla pratica nel corso di un concerto di piano solo in programma per la “Saison Culturelle”. Esemplare, in particolare, fu il suo commento sonoro alle foto scattate da Phil Maxwell nel quartiere londinese dell’East End. Mentre, infatti, sullo schermo la tecnica dello scatto multiplo cristallizzava le minime mutazioni d’espressione dei soggetti consentendone l’approfondimento psicologico, la ripetitività delle cellule melodico-ritmiche della musica di Nyman permise di penetrare fino alle più intime fibre del suono, indicando un percorso che, attraverso l’esplorazione del minimo, conduceva alla consapevolezza del massimo. Grazie alla sottrazione e alla rinuncia, ma anche all’indugio che si trasforma in un invito a non lasciarsi travolgere dalla fretta e dalla confusione dei nostri tempi. Non a caso nel corso dell’incontro pomeridiano Gianni Nuti, direttore della S.F.O.M., aveva additato Nyman come un esempio di quanto nel fare musica conti la “meditazione su quello che sta dietro la musica”.

Meditazione che a Nyman riesce meglio quando ha il supporto delle immagini. Lo si vide anche nel concerto di Aosta i cui momenti migliori furono quando commentò musicalmente le foto di Maxwell ed i film “Manhatta” di Paul Strand e Charles Sheeler del 1921 e, soprattutto, “A propos de Nice” di Jean Vigo del 1930. Capacità che ha fatto la sua fortuna grazie alle colonne sonore dei film di Peter Greenaway o del premio Oscar “Lezioni di piano” di Jane Campion (che coi suoi lampi melodici anche ad Aosta ha fatto fremere più di una spettatrice).

«Come diceva Pasolini- spiegò Nyman- la musica è la terza dimensione del film che è in grado di aumentarne la forza o distruggerlo. Mi piace la sfida di dovere aggiungere questa dimensione ad un prodotto che, per il resto, è compiuto in sé. I registi, in genere, intendono la colonna sonora come una serie di momenti separati, io, invece, cerco di contestualizzarli creando un filo conduttore».

Nelle sue composizioni, notai, ha spesso “clonato” musiche di altri autori, qual’è il suo rapporto con la musica dei grandi compositori classici? «L’ho usata più in passato, attualmente, invece, faccio prima a scrivere musica originale che a lavorare sulla musica di altri. Ritengo che riproporre la musica di Schumann, Monteverdi, Mozart o Bach sia un modo di impossessarsene, perché quando ci metto le mani la trasformo talmente che la rendo mia. In due recenti lavori, invece, ho citato musiche di Bach e Schumann in quanto mi servivano per descrivere un certo mondo. In un caso, per esempio, i personaggi avevano problemi di memoria, per cui quelle musiche aiutavano a ripescare nella memoria eventi della loro vita».

E’, tra l’altro, grazie al lavoro su musiche altrui che Nyman ha iniziato, per caso, la carriera di compositore. «Nell’ottobre 1976- ricordò- in occasione di una messa in scena de “Il Campiello” di Carlo Goldoni al National Theatre di Londra, fui incaricato di cercare delle musiche veneziane del Settecento. Trascrissi, così, per Nino Rota, cui era stato dato l’incarico di scrivere le musiche, delle canzoni di gondolieri trovate al British Museum. Finì, però, che Rota declinò l’invito e l’incarico fu dato a me. Formai, così, un ensemble che combinava strumenti moderni con quelli più “caciaroni” tra quelli medioevali e di origine extraeuropea. Il risultato fu talmente piacevole che decisi che quella band doveva continuare la sua attività. Mi trovai, però, di fronte alla mancanza di un repertorio, per cui è stato per tenere in piedi quella band che ho cominciato a comporre. Inizialmente la formazione era acustica, poi, per rendere meglio le linee del basso che erano la parte più importante della mia musica, ho cominciato ad usare strumenti elettrici: è così che è nata la Michael Nyman Band».