“Il libro delle parole altrimenti smarrite” di Sabrina d’Alessandro

Quanti “ciuffalmósti” conoscete? E quanti “paltonièri”, “sugliardi” e “tecoméchi”? E chissà quante volte, stanchi dei loro “cachinni” e della loro “pispilòria”, avete indirizzato loro “tribébe” liberatorie come “vaffanculo”.

(Chissà quanti “buoni a nulla” conoscete? E quanti “vili”, “laidi” e “che seminano zizzania”? E chissà quante volte, stanchi dei loro “risolini beffardi” e del loro “spettegolare”, avete indirizzato loro “invettive” liberatorie come “vaffanculo”).

E’ la “traduzione” in italiano corrente di una frase costruita con parole recuperate dalla creativa pubblicitaria Sabrina D’Alessandro ne “Il libro delle parole altrimenti smarrite” edito da Rizzoli.

Da anni la D’Alessandro ha fondato l’ Ufficio Resurrezione Parole Smarrite per la ricerca di “arcaismi” che adesso ha raccolto in questo “calepino”(grosso vocabolario) di 416 pagine, “perchè uno spirto lieve e pellegrino torni a dilettare lo sfiancuto verbo cittadino”. “Dimenticarle, sostituirle, semplificarle– scrive nella prefazione- è un po’ come appiattire la nostra percezione della realtà, rinunciando a sfumature e colori che raccontano e trasformano l’identità delle relazioni umane”.

Come non darle ragione scorrendo le otto sezioni del libro in cui passa dall’ “elencazione di ticchi (capricci) e di orrori” a “dell’amore e di altri esizi (rovine)”, da “esempi di ingiurie in una redamazione (corrispondenza amorosa) rimpedulata (rimessa a nuovo)” al “catalogo di capizucca coticoni (teste di zucca zoticoni)”.

Le parole smarrite– conclude Stefano Bartezzaghi le loro sillabe enigmatiche hanno da dire qualcosa che non si perde mai e ci riguarda da vicino.”

Un libro chiribillóso (stravagante) e scilìnguo (appetitoso) che, con cittolézza (leggerezza), è sanificante (dà una sferzata di vivacità allo spirito). Consigliato a lattónzoli (giovincelli), effemeridisti (giornalisti), mesaioli (lavoratori precari) e papacchioni.