L’alchimista sonoro BILL FRISELL

Per un diciottenne statunitense appassionato di musica, nell’agosto 1969, la direzione era una sola: Woodstock. In centinaia di migliaia si misero, infatti, in viaggio per vivervi i tre giorni di pace, amore e musica che sono rimasti nell’immaginario collettivo. L’occhialuto William Richard Frisell, che pure all’epoca era giovane (è nato a Baltimora il 18 marzo 1951), appassionato di rock e Chicago Blues e, per di più, a New York, preferì, invece, andare al Central Park a sentire Al Kooper.

Quando, nel luglio 2003, me lo raccontò, in occasione di un suo concerto aostano, fu inevitabile fargli la domanda: è stato il segno premonitore di una carriera musicale controcorrente? «Può darsi.– ammise sorridendo- Certo è che, poi, me ne pentii: avrei voluto esserci anch’io.»

Da allora, infatti, dove e quando la musica ha preso nuove direzioni Bill Frisell non è mai mancato. Anche perché dagli anni Ottanta in poi è, spesso, stato lui ad indicarle. Come capitava per i grandi innovatori come Miles Davis, l’uscita di ogni suo Cd è, infatti, attesa dagli appassionati con ansia e, invariabilmente, salutata dalla stampa specializzata come un nuovo capolavoro. Pesa questo ruolo di battistrada della musica del terzo millennio? «No, basta considerare ogni nuovo Cd o progetto non come un punto d’arrivo, ma, piuttosto, come uno scalino in più di un’ipotetica scala alla cui cima vorrei arrivare. Come qualcosa sempre in evoluzione.»

A quel tempo l’ultimo scalino era rappresentato dal progetto Bill Frisell & the Intercontinentals, con il quale, il 24 luglio 2003, aveva portato al Teatro Romano folgoranti scampoli di musica globale che confermarono le sue qualità di spericolato alchimista, capace di accostare musicisti, almeno apparentemente, lontanissimi come il percussionista del Mali Sidiki Camara, il cantante, chitarrista e percussionista brasiliano Vinicius Cantuária, il macedone Christos Govetas (oud e bouzouki), Greg Leisz (pedal steel e slide guitars) e Jenny Scheinman (violino).

«Ho voluto fare un piccolo esperimento.- mi spiegò- Conoscevo individualmente questi musicisti, ma non potevo avere un’idea di quello che sarebbe scaturito quando avremmo suonato insieme. Di una cosa ero, però, certo: che provenendo da parti del mondo culturalmente diverse avremmo potuto esprimerci molto più liberamente. Siamo, infatti, riusciti a trovare nuove, interessantissime, connessioni musicali.»

Ha, ormai, preso suggestioni musicali un po’ da tutto il mondo, e l’Italia? «Conosco la musica di Nino Rota, che è fantastico. Ho suonato la sua “Amarcord” in un Cd di Hal Wilner. E, poi, la mia prima colonna sonora l’ho scritta per “La scuola”, un film di Daniele Luchetti. Mia moglie Carole è di origine italiana, (viene da Villa Latina, vicino Cassino) per cui mi sono interessato alla musica popolare italiana e sono molto meravigliato di quanto sia diversa da regione a regione.»