La parte femminile dello sciamano Luciano LIGABUE

Era l’11 e 12 ottobre 2006, e, con l’arrivo di Luciano Ligabue, la “Saison Culturelle” riscoprì il piacere, e la fatica, dell’evento popolare che muove le masse. Con il suo corteo di isterie, disagi e lamentele, ma, soprattutto, di entusiasmi. “Sono qui per l’amore”, cantò il Liga dal palco del Palais Saint-Vincent, aprendo i due concerti. «Eccomi», gli rispose pronta, dalla prima fila, la bionda Sarah di Vercelli, che di lui si confessò “innamoratissima”. Fu una delle centinaia di facce “belle e cantanti” di sue fans accorse al richiamo della rockstar. Per non parlare della Giorgia di Saint-Vincent, che alla fine, quando il pubblico si è accalcò entusiasta sotto il palco, gli lanciò il reggiseno, che il Liga inalberò orgoglioso sull’asta del microfono.

Pochissimi, d’altronde, riescono a “intercettare e reinterpretare i bisogni, i linguaggi, i sogni delle generazioni più giovani” come lui. Questa è, d’altronde, stata la motivazione della laurea honoris causa in “Comunicazione multimediale e giornalismo” conferitagli nel 2004 dall’Università di Teramo.

E, allora, dottor Ligabue sente la responsabilità di essersi trasformato da showman in sciamano di alcune generazioni di italiani? «Termini come generazione e pubblico– rispose serio- non ci aiutano a capire la singolarità degli esseri umani, quelle profonde differenze che sono il risultato irripetibile del nostro vissuto. Alla base della tolleranza c’è, invece, proprio la presa di coscienza di quanto siamo diversi. Dopodiché tutto diventa più semplice, e si capisce l’inutilità di demonizzare il diverso e di avere qualcuno che debba essere il portavoce di chissà chi. Poi è chiaro che mi fa piacere che le mie canzoni vengano cantate. Ma mi piace ancora di più se, attraverso esse, riesco a dare alla gente sollievo, leggerezza e senso di solidarietà. Perché spesso una canzone può farci sentire meno soli rispetto al dolore. Ecco, se questo sollievo arriva, allora sì che mi sento utile». E, a giudicare dalle facce radiose e rapite che si videro in giro per un Palais stracolmo, il sollievo, infallibilmente, arriva.

Anche perché la cameristica veste acustica, cucitagli addosso da un ottimo quintetto in cui spiccava il polistrumentista Mauro Pagani, donò al suo repertorio nuove sfumature e profondità. Rimanendo, in ogni caso, fedele al suo credo: «La canzone deve essere chiara, popolare, ma non stupida, perché “il cielo è leggero, ma non è vuoto», chiosò. Lo stato di ebrietudine non ha abbandonato i fans neanche quando il Liga ha “inflitto” loro la lettura di alcune poesie tratte dalla sua raccolta “Lettere d’amore nel frigo”. A riprova di un eclettismo che lo ha visto anche regista di film e scrittore di romanzi. «Mi sono già mosso fin troppo in territori che non dovrebbero essere miei.– ammise- Approfitto della pazzia di chi mi ha dato l’opportunità di girare film o pubblicare libri. A volte è un gioco, ma, più spesso, è una vera e propria avventura in campi per me nuovi. Anche se, in fondo, non sono altro che diversi modi di buttare fuori quello che è il mio punto di vista sul mondo in quel momento».

Nella raccolta di poesie, chiesi, la sua parte femminile sembra avere il sopravvento sull’immagine molto “macha” che ha contribuito al suo successo. E’ una contraddizione o una maturazione? «Credo di avere una forte componente femminile, che reputo fondamentale per chi debba avere una qualche forma di creatività. Anche perché si esprime con robe come l’intuizione e la sensibilità che le donne hanno particolarmente sviluppato e che aiutano molto la creatività. D’altronde, come canto in una mia canzone: “le donne lo sanno … lo sanno da sempre, lo sanno comunque per prime”».