ANTONELLO SALIS: siamo strumenti, di cui, come per il maiale, non si butta via niente.

«Siamo strumenti», afferma Antonello Salis (nato a Villamar il 28 febbraio 1950). E durante i concerti lo dimostra praticamente mugolando, fischiando, cantando e, addirittura, facendo i gargarismi. «E’ un po’ come per il maiale: non si butta via niente.– continua- Sono effetti che scopro quasi per gioco e, poi, uso a livello espressivo. Lo stesso vale per i vassoi, la padellina e le bacchette che uso, sparsi sulla cordiera del piano, come percussioni.» Salis, in ogni caso, suona anche strumenti canonici come il piano e la fisarmonica, di cui è uno dei migliori specialisti italiani.

E pensare che, dopo averla suonata per anni in giro nelle feste di paese sarde, l’aveva abbandonata per 15 anni. «Sono arrivato ad odiare la fisarmonica perché pensavo fosse destinata a suonare solo un certo tipo di musica di serie B.– confessa- Finchè nel 1980 ho realizzato che, essendo uno strumento completo, puoi suonarci quello che ti pare. E l’ho ripresa in un contesto jazz suonandola in un modo poco ortodosso. Non mi sono ispirato a nessuno in particolare, anche se mi piace molto come la usano i brasiliani.» Ha, così, inanellato una serie impressionante di collaborazioni: da Lester Bowie a Don Cherry, da Paole Fresu a Michel Portal, da Cecil Taylor a Pat Metheny.

«Metheny è di una disponibilità ed umiltà estrema. Prende un po’ da tutti e gli piace suonare in molti stili diversi. Figurati che una sera a Milano si è trovato in un posto dove si esibiva un gruppo punk ed ha finito per mettersi a suonare con loro. Qualche anno fa, poi, abbiamo suonato in un festival in Sardegna con una formazione di 15 elementi che aveva una sezione di suonatori di launeddas. Sai che ha fatto? Ha imparato una serie di modi dei balli sardi e si è ritagliato uno spazio con loro in cui ha usato la chitarra synth adattandola all’intonazione precaria delle launeddas.»

I due si sono intesi perchè entrambi “musicisti di frontiera”, sempre alla ricerca di nuove “prospettive musicali”. Era questo, del resto, il nome della rassegna musicale nell’ambito della quale Salis si esibì al Teatro Romano di Aosta in un caliente 15 agosto 2005. «Il jazz– concluse in quell’occasione- si è trasformato in qualcosa di molto specifico, con dei confini precisi. Ma così facendo è come se i jazzisti si siano cacciati su un binario dal quale faticano ad allontanarsi. Il jazz rimane come linguaggio, gli imput bisogna, però, cercarli da altre parti. Che, poi, è quello che abbiamo fatto per primi noi europei, ed è per questo che molti jazzisti americani amano suonare qui in Europa.» 

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