PASOLINI e GABER: “Eretici e Corsari” al tempo di Facebook

1 Gaber-Pasolini 75fcaCosa avrebbero pensato, e scritto, di Facebook Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber? La domanda è sorta spontanea,  il 10 gennaio 2012, assistendo a “Eretici e Corsari”, lo spettacolo dedicato ai due artisti scomparsi da Giorgio Gallione, e portato in scena, al Teatro Giacosa di Aosta, da Claudio Gioè e Neri Marcorè.

Quanta differenza, infatti, tra la complessità delle canzoni e degli scritti dei due intellettuali scomodi “col vizio del pensiero” e il rudimentale uso di “cazzo”, “minchia”, “vaffancullo” e “va a cagare” con cui vengon infarcite le “due righe due” con cui gli utenti di Facebook sono soliti lanciarsi in polemiche varie. Scritti effimeri, che durano lo spazio di un mattino, e, quel che è peggio, quasi sempre allineati su un mugugno epidermico e fine a sé stesso. Perché, sosteneva Pasolini, “mai la diversità è stata una colpa spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata, infatti, conquistata, ma è una “falsa” uguaglianza ricevuta in regalo”.

Lo conferma anche la formula più usata per polemizzare su FB: lo slogan. Del tipo di quelli pubblicitari contro cui Pasolini si era scagliato perché espressione di una “fossilizzazione del linguaggio verbale” che è figlia di “frustrazione sociale” che, dietro l’apparente trasgressione, cela “l’ansia di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero”.

Quanti implacabili webpolemisti sono, infatti, in grado di tener fede al “primo dovere di uno scrittore che– secondo Pasolini- è non temere l’impopolarità”? E quanti sono, nello stesso tempo, in grado di provare ancora la pietas (intesa come attenzione compassionevole verso ciò che è mortale e caduco) indispensabile per prevenire il fanatismo, visto che, per Pasolini, “per capire i cambiamenti della gente bisogna amarla”? Quanti, soprattutto, sarebbero capaci di uscire dal mondo virtuale (dove, spesso, si nascondono con pseudonimi e aavatar) per combattere, rischiando, con la stessa rabbia scontrosa dello scrittore friulano? “Tanto non c’è scampo-spiegò- e allora perché nascondersi e proteggersi?

Una riprova di quanto la parola dirompente e la preveggenza di Pasolini siano, poi, sempre più lontane dalle cloroformizzate masse medie attuali è stata la compostezza passiva con cui i suoi scritti sono stati accolti da gran parte del pubblico di abbonati alla “Saison Culturelle” che affollava il Giacosa, nonostante la veemente interpretazione che ne ha dato il bravo Claudio Gioè.

Un po’ meglio è andato con Gaber ( e Sandro Luporini, che collaborava ai suoi testi). Sia perché le sue idee, che hanno molti punti di contatto con quelle di Pasolini, sono state veicolate dalla musica e, sopratutto, perché ad incarnarle, accompagnato dallo Gnu Quartet, è stato Neri Marcorè, bravissimo attore e cantante,ma, soprattutto, personaggio televisivo.

Diversamente dal precedente “Un certo Signor G”, portato anche ad Aosta, in questo reading Marcorè ha recuperato il Gaber più avvelenato, quello “troppo invischiato nei vostri sfaceli” che culmina con l’invettiva di “Io se fossi Dio”. Quello “immagine del grande smarrimento” che rimproverava ai giornalisti (ma i polemisti di FB non sono spesso così?) “non sapete approfittare delle libertà che avete. Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere”. 

Perché le polemiche su Facebook sono quasi sempre sterili? Perchè, avrebbe, forse, risposto Gaber, la rabbia che stravolge i polemisti nello stesso tempo li “blocca, come se fosse un grido in cerca di una bocca”. Perchè, soprattutto, manca il senso dell’appartenenza che vada al di là di una ristretta cerchia di conoscenti. “L’appartenenza non è un insieme casuale di persone– cantava- non è il consenso a un’apparente aggregazione. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.