JIM HALL: la chitarra è ancora un mistero per me

Da molti è giudicato il più grande chitarrista della storia del jazz, ma Jim Hall (nato a Buffalo il 4 dicembre 1930) preferisce essere considerato prima di tutto un musicista. Lo confermano i vasti interessi musicali («ho ascoltato di tutto:  dal canto gregoriano alla musica dodecafonica. In questo modo musica non significava più solo Charlie Christian o Charlie Parker...») che si sono riflessi nel suo approccio allo strumento che, dopo oltre mezzo secolo di carriera, giudica “ancora un mistero”. Un chitarrismo pieno di sfumature e sorprese, il suo, che lo ha fatto soprannominare “il poeta della chitarra” e mette d’accordo il gusto del pubblico con il palato fine dei colleghi musicisti. Come Itzhak Perlman, violinista classico che in fatto di virtuosismo se ne intende, e con lui ha registrato un cd negli anni Ottanta: «Suonare con Jim Hall- ha detto- è suonare con un virtuoso, la cui musicalità è meravigliosa».

Modestia a parte («il mio strumento mi costringe ad essere umile»), infatti, questo “americano tranquillo” e schivo dal 1958 in poi ha più volte vinto il referendum di “Down Beat” come miglior chitarrista del mondo e tra i suoi allievi o ammiratori troviamo il gotha del chitarrismo jazz: da John Abercrombie a John Scofield, da Pat Metheny a Bill Frisell («certo che li ascolto, ma prima loro hanno ascoltato me»).

Tra gli ispiratori cita Charlie Christian: «Il suo assolo in “Grand slam” mi fece davvero impressione. Avevo tredici anni, e mi dissi: “Come vorrei riuscire a fare la stessa cosa che sta facendo lui!“. Il bello è che ora, quando lo ascolto, continuo a dire la stessa cosa: “Come vorrei saperlo fare“.» Ma grande influenza su Hall hanno avuto anche la musica contemporanea («ritenevo che sarei diventato un compositore accademico e che avrei insegnato») ed il fraseggio dei grandi sassofonisti: da Sonny Rollins (con cui ha registrato il leggendario ”The Bridge”) a Lester Youngsebbene non abbia mai avuto occasione di suonare con lui, quello è il suono a cui aspiro»).

Hall ha suonato con tutti i più grandi jazzisti degli ultimi cinquant’anni, da Ella Fitzgerald a Michel Petrucciani, ma l’empatia maggiore l’ha, forse, trovata con il pianista Bill Evans, con cui ha registrato dischi storici come “Undercurrent”. «Stavo lavorando con Sonny Rollins– ha ricordato-quando una notte si presentò Bill e mi disse: “Ti andrebbe di fare un disco, magari solo noi due in duo?” E’ stato un privilegio…La maggior parte della gente se lo immagina come una tragica figura seduta al pianoforte…invece era un brillante, con un buon senso dell’umorismo ed era un grande cuoco…»