PAOLO SPACCAMONTI: una chitarra per viaggiare nel subconscio

Almeno per una sera, ad Aosta, si sono ascoltate buone notizie. Purtroppo solo musicali, ma di questi tempi è già qualcosa. “Buone notizie” è, infatti, il titolo dell’ultimo cd del chitarrista torinese Paolo Spaccamonti che il 18 novembre si è esibito all’Espace Populaire per la rassegna “Espace Indie Friday”. «Il titolo– ha spiegato – è un po’ provocatorio, visto che, sia nella realtà in cui viviamo che nel “mood” del disco, di buone notizie c’è poco. Mi piace, però, giocare sui contrasti. Già il fatto che la copertina sia nera presagisce tutto tranne che quello, ma è anche la citazione del titolo dell’ultimo, scurissimo, film di uno dei miei registi preferiti: Elio Petri

Ascoltando il trentatreenne chitarrista, non si tarda, del resto, a capire perché per descrivere la sua musica ricorrano etichette come “psichedelica” e definizioni come “una chitarra per viaggiare nel subconscio”. 

«Psichedelico è il modo in cui utilizzo “loop” ripetuti a cui abbandonarsi per viaggiarci dentro.– ha precisato- Adoro perdermi nei suoni, è una forma di meditazione tutta mia. Se, poi, contiamo che suono da seduto con gli occhi abbassati per controllare il set di effetti, sembro, quasi, uno “Shoegaze”, uno di quei musicisti introversi e presi male che, negli anni Ottanta, suonavano guardandosi le scarpe.» Nelle sue ipnotiche conversazioni con sé stesso Spaccamonti si avvale ampiamente della tecnologia che gli permette di ampliare a dismisura le possibilità espressive della sua chitarra elettrica, grazie all’uso di loop station, distorsori, octaver e chi più ne ha più ne metta. Il risultato sono cattedrali di suoni costruite con artigianale meticolosità, che, però, anche all’Espace hanno conservato il calore e l’urgenza dell’istante che li ha generati. E questo sia quando si è avventurato in oniriche meditazioni come in “Buona notizie” e “Specchi” (che nel cd è arricchita dalla tromba di Ramon Moro), che in pezzi quasi orecchiabili come la funkeggiante “Tartarughe”. «Non credo che sia una musica così di nicchia. – rivendica- E’, in ogni caso, molto evocativa e spesso si rifà al quotidiano, raccontando di me in maniera più criptica di quanto facciano i miei amici cantautori torinesi, come Vittorio Cane e Stefano Amen, a cui sono stato accomunato. Vi si riflettono svariate influenze, anche quelle più insospettabili, come i Black Sabbath che sono stati e restano uno dei miei gruppi preferiti.»