Bruno GAMBAROTTA: Con VERDI volavano le passioni e non, come adesso, le passere

La rassegna Aimez-vous Liszt?” si è concusa il 21 agosto con il recital “Viva V.E.R.D.I.” all’Auditorium di Aymavilles. Un’apparente incongruenza che si attenua conoscendo le numerose trascrizioni per piano di opere verdiane fatte dal virtuoso ungherese. Trascrizioni verdiane, ma di altri autori, sono state anche quelle eseguite nell’occasione dal trio formato da Giuseppe Nova (flauto), Rino Vernizzi (fagotto) e Giorgio Costa (pianoforte).

A legare le esecuzioni è stato, poi, un narratore d’eccezione, Bruno Gambarotta. «Bisogna tenere conto che all’epoca di Verdi non c’era la riproducibilità della musica– ha spiegato, prima del concerto, il settantaquattrenne uomo di cultura astigiano- per cui per riascoltare le opere fiorivano queste trascrizioni, per piano o formazioni da camera, da suonare nei salotti. Io racconterò un pò di cose legate alle musiche che il trio eseguirà, evitando di parlare tanto per non far sanguinare le orecchie degli spettatori.» E’ stato un modo vezzoso per minimizzare le sue doti di intrattenitore, rivelatesi nel 1987 col “Fantastico” di Celentano e confermate in una miriade di programmi televisivi e radiofonici, ma, anche, come giornalista, scrittore e autore e attore di cabaret. «Come diceva Gramsci, l’opera lirica è l’unica vera forma d’arte nazionalpopolare italiana.– ha continuato- Nell’Ottocento era popolare come adesso il calcio o le fiction televisive, con gli stessi fenomeni di divismo. E i teatri erano come gli attuali stadi: non vi si spegneva mai la luce e nei palchi, che venivano venduti, si faceva di tutto incuranti dello spettacolo.»

In quel mondo fatuo primeggiava un Verdi operosissimo, “terragno e positivo”, che con la musica espresse meglio di chiunque altro le passioni del suo tempo. A cominciare da quelle politiche che lo videro amico di Mazzini e fautore del’indipendenza italiana. «Verdi fu a Roma durante l’epopea della Repubblica Romana, in seguito alla quale scrisse un’opera apertamente risorgimentale come “La battaglia di Legnano”. Ma richiami alla libertà e alla lotta sono presenti in molte sue opere, solo che spesso sono criptici per evitare i tagli della censura. Il pubblico, comunque, li coglieva egualmente Uomo del destino anche per via del nome, che, dietro l’innocuo “Viva Verdi”, celava l’acrostico rivoluzionario di “Viva V[ittorio] E[manuele] R[e] D’I[talia]”, nel 1861 il compositore fu eletto al primo Parlamento italiano. «Si presentò dietro le insistenze di Cavour.– ha svelato Gambarotta- Lo storico Gianni Oliva mi ha raccontato di questo incontro alle 7 di mattina a Palazzo Carignano, quando Verdi, nell’anticamera di Cavour, incrociò Alessandro Manzoni che era stato convocato per lo stesso motivo. Altri tempi, adesso negli uffici dei politici ci sono musicisti come Apicella e più che di passioni si parla di passere. Sia Verdi che Manzoni diventarono, poi, senatori, non, però, per meriti culturali ma perchè pagavano più di 500 lire di tasse all’anno. Se anche oggi l’elezione fosse legata al reddito dichiarato si potrebbe trasformare in un cospicuo gettito per il Fisco o in un bel modo per ridurre il numero dei parlamentari.»