Al Teatro Romano di Aosta MARIO BIONDI festeggia i 40 anni con un’orchestra di 40 musicisti

In una carriera, come quella del cantante catanese Mario Biondi, che procede nel segno dell’eccezionalità, pure il compleanno finisce per adeguarsi. Anche perché i quarant’anni, compiuti lo scorso 28 gennaio, sono una tappa da ricordare. «Lo festeggerò per tutto il 2011 con le mie 40 candeline personali sul palco», ha confessato, scherzando, Biondi. Si riferiva ai 40 musicisti della Big Band che lo accompagnano nel tour estivo che il 22 luglio ha fatto tappa al Teatro Romano per “Aosta Classica («E’ una location fantastica. -ha detto durante il concerto- E non lo penso solo io, basta vedere cosa hanno iniziato a costruire qui a fianco i “giovani” (riferendosi ai Romani)»).

In tempi precari il potersi permettere di andare giro con un tale organico, è un ulteriore segno del successo che premia una carriera ventennale, condotta nel segno del soul-jazz e decollata nel 2004 con l’hit europeo “This is What You Are”. «Più che di successo è segno di pazzia.- ha puntualizzato prima del concerto- E’, soprattutto, il realizzarsi di un sogno coltivato fin da bambino, quando sentivo le Big Band nei dischi di mio padre. Sul palco ci sarà un pò tutta la mia vita artistica perché tra le sue fila ci sono alcuni “Mario Bros”, il gruppo con cui cantavo negli anni novanta, e alcuni “High Five”, con cui ho registrato il Cd “Handful of soul” che nel 2006 mi ha portato al successo.»

Di sogni Biondi ne ha concretizzato anche altri, collaborando, per esempio, con alcuni suoi idoli. A cominciare da Burt Bacharach, col quale si è esibito più volte e che gli ha scritto la canzone “Something that was beautiful”. «Durante un soundcheck– ha raccontato- mi ha detto che devo andare a lavorare con lui negli Stati Uniti, perché, secondo lui, non esiste una voce come la mia in tutto il continente americano.» Una voce talmente caratteristica da essere stata oggetto di imitazioni televisive e richiestissima per doppiare i cartoni animati della Disney (dagli “Aristogatti” a “Rio”). Guai, però, a paragonarla, come spesso succede, a quella di Barry White. «Che palle l’etichetta di Barry White italiano!– ha obiettato- Sono cresciuto ascoltando in maniera smodata altri cantanti. Al Jarreau, per esempio, con cui ho recentemente stretto amicizia. Anzi, posso preannunciare che a fine anno ci saranno delle belle novità con lui. Sono convinto che si impari molto dalle collaborazioni. Ancor più quando, avvenendo in territori lontani dalla musica che uno ama, servono a mettersi in discussione. Perché nella musica non ci deve essere nessun tipo di “razzismo”

Qualche anno fa avevi detto che il Soul si addice ai siciliani perché sono “i neri italiani”. Sei ancora di quel parere? «Non sono più così categorico. Certo è che, nel bene o nel male, i siciliani hanno rappresentato molto l’italianit all’estero. In particolare sono tanti i crooner di origine siciliana, a cominciare dal più grande di tutti: Frank  Sinatra. Ultimamente Quincy Jones, mostrandomi il suo anello al mignolo, mi ha detto: is sicilian like you. Glielo aveva regalato Frank nel periodo di “L.A. is my Lady” Ad Aosta i momenti migliori di una scaletta aperta da “Serenity” sono stati le cover di “Close to you” (con la bionda Samantha Iorio) e “My Girl”, la parentesi brasiliana con “Bom de doer (bello da far male)” scritta da Nelson Motta e cantata con il fratello Stevie ed i fuochi di artificio finali con “Just the way you are”, “This is What You Are” e “No Trouble”. «Abbiamo dovuto tagliare molto per rimanere nelle due ore», ha detto al termine un Biondi stanco ma felice. Tra le canzoni escluse “I know it’s over”, adattamento inglese di “E se domani” di Mina. E’ un segno della tua ricerca di una via italiana alla musica soul? «Malgrado la mia carriera sia proiettata all’estero, non dimentico le mie radici. Anche perché in Italia non ci siamo mai fatti mancare niente, e, in fondo, Stevie Wonder e tanti altri hanno attinto a piene mani dal patrimonio del bel canto italiano.»