THE MANHATTAN TRANSFER: singing in the rain al Forte di Bard

La pioggia, caduta intensamente fino a poco prima, ha graziato il concerto che i “Manhattan Transfer” hanno tenuto il 13 luglio nella Piazza d’Armi del Forte di Bard. Smentiti, quindi, i profeti di sventura che nel pomeriggio, su Facebook, annunciavano che “in sostituzione del concerto dei Manhattan Transfer, verrà organizzata una battaglia navale…”. Il folto gruppo di temerari accorso è stato, così, ripagato con una prestazione assolutamente all’altezza della fama di questo quartetto vocale statunitense che da decenni è tra i protagonisti indiscussi della scena pop-jazz. Fondato nel 1969 da Tim Hauser, i “Manhattan Transfer” hanno, infatti, conosciuto il successo mondiale negli anni Ottanta muovendosi in perfetto equilibrio tra raffinatezze jazzistiche e orecchiabilità pop. Non a caso nel 1981 sono stati il primo gruppo a vincere un Grammy Awards sia nella categoria Pop (con “Boy From New York City”) che Jazz (con “Until I Met You”). Nel 1985, poi, furono candidati, addirittura, in 12 categorie, secondi solo a Michael Jackson. Successi come “Chanson d’Amour”, “Birdland”, “Java Jive” e “Soul Food To Go” li resero il gruppo vocale più famoso del mondo.

All’apice della carriera, nel 1989, si esibirono anche all’Arena Croix Noire di Aosta. «Ricordo bene quel concerto per due motivi– ha confessato prima del concerto Hauser- il primo è che il tempo era freddino ed il secondo che fu l’ultimo concerto con il batterista Buddy Williams.» A Bard la formazione che li ha accompagnati comprendeva, invece, Steve Haas (batteria), Gary Wicks (basso), Adam Hawley (chitarra) e il tastierista Yaron Gershovsky, che si può considerare il quinto Manhattan visto che del 1970 è il loro direttore musicale. Immutato, invece, dal 1978 Il quartetto vocale che, oltre ad Hauser, comprende Cheryl Bentyne, Janis Siegel e Alan Paul.

Come si fa a resistere insieme tutto questo tempo?, abbiamo chiesto. «E’ un record legato a qualità come la pazienza e l’accettazione ed il rispetto dell’altro.– ha risposto Hauser- Da evitare assolutamente è, invece, che ci si innamori tra noi. E’ troppo rischioso.» Siete programmaticamente partiti come “armonie a quattro voci senza limiti”, nel 2011 vi resta ancora qualche confine da attraversare? «Ultimamente stiamo, invece, tornando al tipico “Transfer Sound”, lo stile, cioè, a blocchi armonici delle Big Bands con armonie quadripartite in cui ognuna delle parti è una melodia. Attualmente ci divertiamo a cantare in questo modo, anche se non ci sono ancora molte tracce su cd. Nell’ultimo, pubblicato lo scorso anno, abbiamo, invece, cantato pezzi di Chick Corea. E’ stata una magica odissea perché la sua moderna costruzione melodica non ci è familiare. Penso, però, che succeda la stessa cosa quando si interpreta la musica di un qualsiasi compositore vocale contemporaneo.» C’è un autore, invece, con cui vi siete trovati a vostro agio? «Forse Fletcher Henderson che è stato uno di quelli che più ha dato più forza allo Swing.» Anche a Bard i momenti più trascinanti sono stati “Birdland”, “Tutu” ed altri brani in cui i “Manhattan Transfer” si sono dimostrati maestri del “vocalese”, lo stile vocale in cui si cantano le linee melodiche di celebri assoli jazz rivestite da testi appositamente scritti. «In “Birdland”– ha precisato Hauser- il testo è stato scritto da Jon Hendricks, che consideriamo il nostro maestro e padre spirituale. Ci ha sempre detto che quando si canta in questo stile la cosa più importante è identificarsi al massimo nel solista della versione originale.» Conoscete qualche gruppo vocale italiano? «A casa ho un cd, ancora attuale, registrato alla fine degli anni Cinquanta da un gruppo che credo si chiami “Quartetto Cetra”.» E c’è qualche pezzo italiano che amate particolarmente? «Sì, “Estate” di Bruno Martino.» Il concerto era il quarto appuntamento della rassegna “Musicastelle in Blueorganizzata dal “Blue Note” di Milano e finanziata dall’assessorato regionale al Turismo.

                                                                                                                                                                  

1 response to THE MANHATTAN TRANSFER: singing in the rain al Forte di Bard

  1. M David says:

    Mi piacciono i Manhattan Transfer. Ho ascoltato con loro a partire dalla metà 1980. Poiché vivo a Milwaukee, è stato bello venire su questo sito.

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