The dark side of DAVIDE VAN DE SFROOS al Palais Saint-Vincent

Risale al 27 luglio 2003 la prima esibizione in Valle del cantautore comasco Davide Bernasconi, in arte Davide Van De Sfroos. Nonostante piovesse come Dio la comanda e le parole delle canzoni fossero nel dialetto laghée delle sue parti, l’atmosfera del Teatro Romano di Aosta non tardò a surriscaldarsi grazie all’energia comunicativa di una musica che oggi, dopo tre lustri di attività e 11 cd pubblicati, ha ormai conquistato un pubblico che va ben al di là del Ticino. Il quarantacinquenne lombardo è tornato in Valle il 30 aprile scorso per un concerto della Saison Culturelle ospitato al Palais Saint-Vincent. Cos’è cambiato in questi otto anni?, gli abbiamo chiesto. «Dal punto di vista personale assai poco– ha risposto con voce pacata- le nuove canzoni confermano la mia caratteristica di cantastorie che epicizza, descrivendoli da una diversa angolazione, realtà e personaggi normalmente considerati di serie B. Dal punto di vista mediatico, invece, la parentesi sanremese ha creato un po’ di scompiglio.» Si riferisce alla partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo dove, non più “de sfroos (di frodo)” e nonostante l’handicap del testo in laghée, una sua canzone, “Yanez”, è arrivata quarta. «E’ stato una specie di spot che mi ha permesso di mostrare a una vasta platea cosa si nasconde dietro questo misterioso individuo che canta in una lingua incomprensibile. L’ho fatto con una canzone che contiene molti miei ricordi filtrati attraverso i pirati della Malesia di Salgari visti in una luce crepuscolare: in disfacimento ma non perduti, perché non hanno avuto paura di invecchiare e si sono adeguati, pur in modo goffo, al tran tran assurdo della vita contemporanea.» 

I pezzi del nuovo cd “Yanez” hanno costituito la maggior parte del repertorio del Palais in cui è stato accompagnato da Angapiemage Galiano Persico (violino), Davide Brambilla (fisarmonica e tastiere), Maurizio Glielmo (chitarre), Paolo Legramandi (basso), Marcello Schena (batteria) e Roberta Carieri (voce). «E’ il mio cd più intimo, in cui, per la prima volta, parlo molto di me– ha confessato de Sfroos – L’ho definito “the dark side of Davide” non perchè tratti di cose particolarmente turpi, ma perché sentivo l’esigenza di rendere pubblico qualcosa che per tanto tempo era rimasto nascosto dentro di me. O me lo toglievo di mezzo adesso o sarebbe rimasto bloccato sempre lì. Ha la calma di contenere soprattutto ballate da ascoltare con attenzione, come “La figlia del Tenente” o “Ciamel Amuur”. Non per niente lo presentiamo nei teatri.» In Valle esiste una produzione di canzoni in patois che, però, non è mai riuscita ad uscire dai confini regionali, che consigli daresti a questi musicisti? «E’ un peccato– risponde- perché è un dialetto che ha in sé qualcosa di potente e storico. Una ricetta vera e propria, però, non esiste, le cose succedono se tu ti metti in gioco, fai e vai.»