GORAN BREGOVIC: la vita è una valigia troppo pesante da portare da soli

E meno male che quel 26 luglio 2008 Goran Bregovic (nato il 23 marzo 1950) era convalescente. I postumi di una recente caduta- due vertebre tenute su da placche d’acciaio ed un busto che gli limitava il respiro- non bastarono, infatti, a frenare la selvaggia energia che caratterizza le sue esibizioni, rendendolo protagonista di un entusiasmante concerto in un Teatro Romano di Aosta pieno come un uovo. Con lui due cantanti e la Wedding & Funerals Band“, una fanfara di ottoni che si rifà, aggiornandola, alla tradizione dei complessi ottomani e rom. «Ho iniziato suonando il rock- mi disse Bregovic con una voce resa ancora più gentile dalla costrizione del busto- ma il nostro non poteva che essere un rock di provincia, copia di quello inglese. Da quando, invece, collaboro con musicisti tradizionali, abituati a suonare ai matrimoni ed ai funerali, tutto viene naturale e non c’è più bisogno di copiare.» E’ vero che ha detto che preferisce una banda gitana, magari stonata, ad una “Madame Butterfly” imbalsamata dalla routine? «Mi piace stare sul palcoscenico con musicisti entusiasti. Perché durante un concerto tutto si può amplificare, dalle immagini al suono, ma non la gioia che c’è tra i musicisti: quella c’è o non c’è.» E, come succede da anni in tutto il mondo, anche ad Aosta di allegra energia ce ne fu tanta. Tra i musicisti della band (con in prima fila il biondo Alen Ademovic alla grancassa e fisarmonica), ma, anche tra il pubblico che, purtroppo, a causa di un servizio d’ordine troppo rigido potè esternarla solo lontano dal palco. «La gente ha molta curiosità per le musiche più strane, e il piccolo compito che noi musicanti di provincia abbiamo è quello di far conoscere la nostra cultura. La musica non può cambiare il mondo, ma può servire a conoscere la cultura dell’altro. Ed è la cultura che fa la differenza. Anche nei momenti più bui. E’ per questo che Hitler non ha mai bombardato il Louvre o gli americani il Colosseo…».

Perché, allora, durante la guerra in Bosnia, tanti monumenti sono stati bombardati? «Perché non ci conoscevano, e per gli americani eravamo dei selvaggi nel bosco…»  E’, in fondo, la stessa paura del diverso che porta a prendere le impronte digitali ai bambini Rom… «Non c’è niente da fare: i ricchi non vogliono vedere i poveri. Gli zingari sono, metaforicamente, i cowboys europei, nel senso che sulla libertà non scendono a compromessi. Sono sicuro che a tutti piacerebbe vivere per un giorno da gitano. Non di più, però, perché oggi l’essere marginalizzato dalla società non è più così romantico come una volta. Io credo alla buona fede dello Stato e penso che magari con queste misure qualcosa di buono verrà fuori: magari i bambini Rom cominceranno ad andare a scuola, e, forse, il circolo perverso tra povertà e criminalità si interromperà. Sappiate che da noi ogni gitano parla un poco d’italiano, perché voi avete sempre avuto il cuore aperto verso di loro. Quello che serve è una maggiore integrazione, perché conoscendosi ci si capisce. In fondo la vita è una valigia troppo pesante da portare da soli.»