Con “il cuore tra le mani” i POOH conquistano Saint-Vincent

1997 sul Monte Bianco

I quarantacinque anni di carriera dei Pooh sono costellati da successi e vette di creatività. Uno dei punti più alti lo hanno raggiunto proprio in Valle, dove si sono esibiti il 25 e 26 febbraio al Palais Saint-Vincent. Il 5 dicembre 1997, infatti, suonarono ai 2.200 metri del Pavillon du Mont Fréty, sul Monte Bianco, in occasione dell’inaugurazione di un’edizione di “Telethon”. «E’ stato fantastico, anche se c’era un freddo dell’ostia!– ha ricordato il bassista Red CanzianMa, forse, nel 2001 siamo saliti ancora più in alto per un concerto al “Livigno Ice Party”. In Valle abbiamo tanti ricordi bellissimi: proprio a Saint-Vincent, nel 1980, abbiamo girato il video di “Inca” e abbiamo partecipato più volte al Disco per l’estate, che era un appuntamento fantastico. Sarebbe bellissimo rifarlo, anzi, mi propongo come organizzatore. Lo scorso anno a “X Factor” abbiamo conosciuto i vostri Kymera” che cantano decisamente bene, anche se non ho ben capito che genere vogliano fare.» La grande differenza rispetto alle altre volte è che al Palais i Pooh si sono presentati senza lo storico batterista Stefano D’Orazio, che il 1° ottobre 2009, dopo 38 anni, ha abbandonato la band. Al suo posto sedeva il ventottenne altoatesino Phil Mer, che, con il chitarrista Ludovico Vagnone ed il tastierista Danilo Ballo, costituisce il trio di strumentisti che in questo tour affianca gli inossidabili Red Canzian, Dodi Battaglia (chitarra) e Roby Facchinetti (tastiere). Ci sono stati problemi in questo cambio di formazione? «Stavamo per fermarci, e invece stiamo vivendo un momento fantastico– ha risposto, entusiasta, Canzian- Ci divertiamo da pazzi. E poi in sei siamo una macchina da guerra: stiamo facendo di quelle cose sul palco!» In effetti gran parte delle due ore e mezza del concerto li ha visti lanciarsi in scorribande musicali sulle orme del progressive anni Settanta che hanno rispolverato nelle lunghe suite di “Parsifal”, “Il tempo, una donna, la città” e “Dove comincia il sole”, ques’ultima title-track del loro primo cd in trio. Il sentore di questa nuova giovinezza si era avuto, proprio, ascoltando questo lavoro, riproposto per intero al Palais, in cui, ispirati come non mai, passano dall’impetuosa “Isabel” alla soffice “Il cuore tra le mani”, dal sociale di “Reporter” (dedicata ad Ilaria Alpi) all’epica di “L’aquila e il falco” (in cui rivalutano la figura di Attila). A colpire è stato l’accresciuto gusto per le parti strumentali che affianca l’abituale maestria vocale messa al servizio di ottimi testi scritti, per la prima volta dopo 35 anni, dal solo Valerio Negrini («anche lui ha messo dentro la quinta», chiosa Canzian). In “Musica” cantate di “un dio bambino che sa prendersi gioco del tempo e dell’età”, un po’ come voi, no? «La musica è vita che fa vivere.- risponde Canzian- E la vita ha bisogno di essere condita dalla musica che è un trasduttore di emozioni molto più veloce dei fili di rame che conducono la correnteelettrica. Capisco la realpolitik e i problemi economici, ma un paese, come l’Italia, che non tutela la musica e, più in generale, la sua cultura va incontro a gravissimi problemi. E’ vero che con la cultura non mangi, ma senza cultura muori.» In “Fammi sognare ancora” cantate  “sogno che la gente attraversi il mare per la voglia di viaggiare, non per fame o per scappare via”. Potevate immaginare fossero così attuali? «Sono quelle attualità cicliche che è facile beccare. I sogni vengono sempre interrotti dalla realtà, per cui la bravura del grande sognatore è quella di farsi una realtà parallela, che è il luogo magico di “dove comincia il sole” e “nasce la libertà”. Ed è inutile cercarlo nelle carte perché è dentro di noi.» Da sogno, tanto per rimanere in tema, anche la raffica finale dei loro hit più “assassini” eseguita con le chitarre acustiche. Impastando emozioni inconciliabili, sogni e lacrime,  desideri senza età. Sempre, però, a modo loro, come hanno cantato nella conclusiva “Questo sono io”.